La liberazione di Bilal

15 04 08 by

Avevo scritto dello scandalo che ha coinvolto Bilal Hussein, il fotoreporter innocente incarcerato per due anni dall’esercito statunitense. Ne ho scritto anche una seconda volta, piena di amarezza. Oggi finalmente ne scrivo perchè probabilmente oggi Bilal verrà scarcerato. La Corte di giustizia irachena ha sentenziato che il fotoreporter dell’Associated Press dovrà oggi essere liberato, ma l’esercito USA continua a tenerlo in prigione. Stamattina il comando americano in Iraq ha annunciato la sua liberazione, ma conoscendo gli elementi finchè non vediamo non ci fidiamo. Stiamo a vedere, è una questione di ore. Per maggiori informazioni e aggiornamenti: Osservatorio Iraq AGGIORNAMENTO: BILAL HUSSEIN E’ UFFICIALMENTE LIBERO!...

read more

Una storia ancora da raccontare: Enzo Baldoni

5 04 08 by

Enzo Baldoni non era un giornalista. Muratore, scaricatore, interprete, fotografo, professore di ginnastica, tecnico di laboratorio chimico, e poi ancora pubblicitario, traduttore di fumetti, docente di comunicazione, blogger, appassionato di zen e volontario della Croce Rossa. Era marito, certo, era padre. Ma più di ogni altra cosa, era viaggiatore. E non un viaggiatore comune, badate, non un turista o un giramondo. Enzo Baldoni era viaggiatore dentro: un curioso, appassionato, impavido viaggiatore. Viaggiatore di tempi e luoghi, di culture agli antipodi, di storie dentro la Storia. Senza etichette né padroni. Ecco perché aveva tutte le carte in regola per essere ricordato come uno dei reporter più abili, capace di emozionarsi davanti a un guerrigliero, incapace di tacere l’ingiustizia dei potenti e i sogni dei deboli. Anticipatore di professione, scrive del subcomandante Marcos nel Chiapas, delle...

read more

Il prezzo della democrazia

23 03 08 by

Ne abbiamo parlato riguardo gli operatori dell’informazione uccisi in Iraq, riguardo la verità censurata negli Usa, riguardo profughi iracheni e giornalisti embedded. Ma questo altissimo prezzo non è l’unico ad essere pagato per questa corsa cieca verso la democrazia che è la guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq: ci sono delle vittime, in questa assurda diatriba che dura ormai cinque lunghi anni, che non vengono minimamente prese in considerazione, e dato il loro doloroso silenzio nessuno al mondo ne conosce l’esistenza. Sono le vedove dei circa quattromila giovani soldati americani caduti in Iraq, rimaste sole con bambini da crescere e una vita da continuare, in un Paese che usa tutte le sue forze per nasconderle all’opinione pubblica, mantenendo pulita la faccia della guerra. Per la prima volta da quando ho aperto questo blog, scrivo...

read more

Giornalismo armato

7 03 08 by

L’abbiamo sentito alla tv, l’abbiamo letto sui giornali. Ce l’ha detto Reporter senza frontiere e ce lo confermano i sondaggi. Dal marzo 2003, da quando è cominciata la cosiddetta “guerra al terrorismo” – o “processo di democratizzazione” – statunitense, sono stati uccisi in Iraq ben 210 giornalisti [fonte]. E non stanno tanto a guardare la provenienza, gli assassini senza speranza: la settimana scorsa è stato ucciso anche il presidente del sindacato dei giornalisti iracheno. L’Iraq è al primo posto per il pericolo di vita degli operatori dell’informazione, tanto che a Najaf – sì, proprio dove fu ucciso anche il caro Enzo Baldoni – è stato creato, su richiesta della prefettura locale, un cimitero apposito, riservato ai reporter. E’ stato fatto questo, per onorare i morti. E per difendere i vivi? Il Ministero degli Interni...

read more

Il "tu narrativo"

5 03 08 by

Il primo intento del reportage di guerra è – o dovrebbe essere – coinvolgere, far immedesimare il lettore, avvicinare alla tematica della guerra. Questo scopo è raggiunto in modi diversi, a seconda dello stile e della sensibilità del reporter. E’ interessante il metodo utilizzato da Roberto di Caro in “Iraq di tutti e di nessuno”, uscito sull’Espresso del 29 Aprile 2004. Si tratta del “tu” narrativo: “[tu] incroci”, “[tu] li cominci a vedere”, “[tu] cozzi”, “[tu] arrivi”. Il risultato è che si viene catapultati nella realtà della guerra, in azioni compiute da noi stessi che leggiamo, e che siamo lì, contemporaneamente, testimoni di ciò che succede molto lontano da casa nostra. A Sadr city gli americani stanno in un gruppo di edifici sulla “Piazza 55”: girano poco di giorno, mai di sera. Della Iraqi...

read more

Embedded

14 02 08 by

In inglese, participio passato del verbo transitivo, generalmente riflessivo, to embed; incassare, incastrare, conficcare. Termine gergale per definire l’inserimento forzoso degli operatori dell’informazione nelle truppe americane deciso dal Pentagono in vista della possibile guerra contro l’Iraq nel 2003. “Questa, di «embed», di incastrare gli inviati nei reparti e metterli di fatto agli ordini degli ufficiali, è l’ultima soluzione escogitata dal governo insieme con editori e direttori convocati alla Casa Bianca, per risolvere il dilemma fra informazione e propaganda, tra il dovere di cronaca e il diritto alla riservatezza, che tormenta eserciti e media da quando, nella sciagurata campagna di Crimea contro i Turchi, nacque la figura del moderno corrispondente di guerra. […] La Casa Bianca sembra tornata alla tecnica usata nell’ultimo conflitto mondiale, con giornalisti, fotografi e cameramen assimilati nelle unità combattenti, non arruolati,...

read more

Bilal Hussein: aggiornamento

27 11 07 by

Non posso fare a meno di segnalare una nuova informazione avuta tramite il sito FreeBilal su un interrogatorio a cui il fotoreporter iracheno rapito per “terrorismo” è stato sottoposto.   One interrogator said to Hussein: “Do you know what would happen if these photos were show in the U.S.? There would be huge demonstrations and we would have to leave Iraq. This is why you won’t be released. Your photos pose a threat to us.” Un interrogatore disse ad Hussein: “Sai cosa sarebbe accaduto se queste fotografie fossero state mostrate negli Stati Uniti? Ci sarebbero state enormi manifestazioni e avremmo dovuto lasciare l’Iraq. Ecco perchè non sarai rilasciato. Le tue fotografie sono una minaccia per noi.” Riflettete che questo è stato, ed è tuttora, il metodo sleale dell’occupazione statunitense in Iraq, che può prosperare...

read more

Premio Pulitzer incriminato per terrorismo

22 11 07 by

Purtroppo, nel mondo del reportage, accade anche questo. Un anno e sette mesi sono trascorsi da quando Bilal Hussein, fotoreporter iracheno – di 33 anni – dell’Associated Press con base a Fallujah, è stato arrestato a Ramadi senza accuse motivate dall’esercito statunitense, che gli nega inoltre una difesa legale.    Non esistono prove concrete per incriminarlo, ma l’unico capo d’accusa sono – ovviamente – le sue drammatiche fotografie scattate sul fronte iracheno, che gli valsero il Premio Pulitzer nel 2005: l’esercito americano sospetta che Bilal Hussein abbia legami con il terrorismo iracheno, proprio per la veridicità delle sue fotografie. Il “dettaglio” peggiore è che per il governo iracheno questa imputazione implica la pena di morte.    E’ detenuto dal 12 aprile 2006 nel centro di detenzione Camp Cropper a Baghdad, una delle prigioni della...

read more

Sono andato a guardare gli occhi

3 06 07 by

Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità.    dal blog di Pino Scaccia Ecco un vero reporter che, oltre ad avere abbastanza esperienza per poter operare con un bisturi infallibile, mette sempre e comunque i fatti nella prospettiva del cuore e della clessidra, ovvero delle sue umane sensazioni e di quelle dei personaggi che in prima persona vivono la Storia. Pino Scaccia, che gira il mondo per professione come inviato speciale di Rai1, ha creato da anni una vera e propria information community sul web, un social network che parte dai suoi tredici blog e arriva a BlogFriends, una Torre di Babele su cui attualmente postano 809 bloggers che ogni giorno arricchiscono, sulle orme del grande giornalista, il citizen journalism con i loro contributi. Intendo proprio questo quando...

read more

No blood for oil

27 03 07 by

Un soldato britannico di 19 anni si è ucciso perché temeva di dover sparare ai bambini in Iraq. Jason Chelsea è morto il 14 agosto, quattro giorni dopo aver assunto una dose fatale di antidolorifici ed essersi tagliato le vene dei polsi. Durante i giorni d’agonia aveva detto alla madre: “non posso andare là a sparare a dei bambini. Non posso andare in Iraq. Non importa da che parte stanno, io non posso farlo”. Il soldato aveva in precedenza raccontato ai suoi genitori dell’addestramento ricevuto prima di partire per l’Iraq. Gli istruttori – raccontava Jason – avevano detto che bambini anche di soli due anni portano bombe. E che lui doveva essere pronto ad ucciderli, per salvare se stesso ed i suoi commilitoni. Riporta la notizia la Bbc, e non c’è bisogno di aggiungere...

read more