La terra ai confini del nulla, l’Irian Jaya, il "Glorioso Irian"

24 05 08 by

Oggi alle 18.30 si inaugura a Roma la mostra Be Carefully, dal reportage fotografico di Grazia Menna sulle realtà tribali della Nuova Guinea Occidentale, l’Irian Jaya – appartenente all’Indonesia, a differenza della parte orientale, lo Stato indipendente Papua Nuova Guinea. Ha seguito le tracce della popolazione Dani, soffermandosi sui dettagli degli indigeni: la collana, i denti, la barba, il riso, le scapole, un testo, un copricapo o un astuccio penico. Quello che la fotoreporter ha voluto immortalare è la sensazione di imminente cancellazione che caratterizza quei luoghi così lontani dal mondo e così dispersi, che conservano elementi culturali unici che purtroppo, anche lì, lasciano il posto alla colonizzazione delle missioni cattoliche e dell’economia. Come scrive Anna D’Elia, nel presentare questo reportage, “questa volta l’indigeno non è prodigo di ciò che l’Occidentale cerca in lui:...

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Pazientemente reporter

25 09 07 by

Chi più dell’antropologo ha le basi cognitive e gli strumenti linguistici per fare reportage? Spesso si pensa a questa figura come ad uno scienziato della cultura, uno studioso alquanto freddo e distaccato, quasi cinico, che scruta le situazioni sociali con il manuale e il registratore fra le mani. Ebbene, questa immagine che abbiamo dello scienziato standard è un puro e semplice stereotipo. L’antropologo fa reportage dal basso, più di quanto oggi non facciano, a mio parere, i giornalisti, dall’alto del loro status di inviato. La citazione che segue è tratta dal racconto di Clifford Geertz sull’irruzione in un villaggio balinese che, come antropologi, lui e sua moglie intendevano studiare. […] Eravamo degli intrusi di professione, e gli abitanti del villaggio ci trattavano come sembra che i balinesi trattino le persone che non fanno parte...

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Riti funebri attorno al mondo

20 05 07 by

Dall’America all’Indonesia, la morte assume da sempre valenze assai differenti, talvolta opposte. Così scriveva il monaco zen Taïsen Deshimaru nella sua Autobiografia di un monaco zen: […] Fui pervaso fin nel più profondo del cuore dal sentimento dell’impermanenza di tutte le cose che mi era stato trasmesso da mia madre. La vita umana era effimera come i petali avvizziti, spazzati via dal vento. La nozione buddhista dell’impermanenza (mujo) faceva parte del mio essere più intimo. Niente nell’universo intero può resistere al tempo. Tutto ne viene travolto, tutto è condannato a scomparire o a mutare. Anche lo spirito, come la materia, è chiamato a trasformarsi, senza mai poter raggiungere la permanenza. Per questo l’uomo è costretto ad avanzare in solitudine, senza alcun appoggio stabile. Come è detto nello Shodoka, neppure la morte , che lascia...

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