La parola

15 02 16 by

Silenzio, penombra, odore di muschio. Alcuni di noi sentirono le note di un pianoforte in lontananza, da una finestra aperta al piano di sopra. Ce ne stemmo lì, in piedi nel nulla, a disegnare forme coi nostri corpi.
Bagni di luce. Lavandoci nei fasci di bagliore, ci inabissammo oltre il primo ingresso del magazzino semivuoto. I finestroni dall’alto erano oscurati da tende nere, ma da alcuni punti scoperti proiettavano giù come un’altra dimensione, più corposa, che ci donava una nuova percezione di noi stessi tingendo di colori più saturi i vestiti e la pelle.
Alle dita sul pianoforte si unirono archetti sui violini. Si chiamava “La scuola della parola” e noi ci eravamo tutti conosciuti lì per la prima volta. Arrivavamo da strade così diverse che non si sarebbero potute incontrare mai, eppure in qualche modo eravamo finiti laggiù, nello stesso momento e per la stessa ragione.
Scoprimmo che il fascio di luce era abitabile e allora – piano per non farci scoprire da chi stava fuori – ci mettemmo a camminare dentro quel pulviscolo luminoso, a correrci, a giocarci con le mani e con i piedi.
Lì, improvvisamente, come se potessimo finalmente vederci l’un l’altro – sotto il chiarore nel magazzino umido – ci rivolgemmo la parola.

E tu, come ci sei arrivato qui?

Ho sentito il bisogno di allontanarmi dal mio paese; d’altronde capisci quanto è bella la tua terra solo quando te ne vai.

Io non sono te, papà – gli ho detto – io sono viva, sono fatta per muovermi: sono acqua, fluisco in questa vita che è solo mia. Non aspettarmi, non immaginarmi. Io me ne vado.

Ho tentato per anni di essere ammesso in questa scuola. Ci ho provato e riprovato, l’unica cosa che abbia davvero fatto in vita mia. E come posso aver già lavorato, viaggiato, affrontato drammi? Come avrei potuto ammalarmi, farmi male, spaventarmi, come potrei, se sto sempre attento a muovermi il meno possibile? Immobile, fermo, non posso rischiare poi tanto.

Io ho studiato ingegneria matematica, come hanno voluto i miei. Quando ho detto che volevo iscrivermi qui mi hanno preso per pazza.

Giurisprudenza è il peggio del peggio, non so com’io sia sopravvissuto!

Io ho girato il mondo nei portabagagli delle auto, per non pagare il biglietto. Voglio che questa scuola mi insegni a uccidere.

Non sono mai stato sicuro di questo. Non so se sono bello. Come sto?

Ho un peso qui, proprio qui, sul petto.

Sembri un pallone gonfiato invece sei così fragile: un tenerone!

Mi stavo costruendo una vita da donna in carriera; poi ho lasciato tutto per venire qui a mettermi in gioco.

Dicono che finiremo sotto i ponti…

Oh, grazie. Ma davvero vuoi regalarmi questo libro?

Sì. Facciamo come un baratto. Io mi prendo la tua storia.

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fascio di luce

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