Chi era Anton Cechov?

17 01 16 by

Un colpo e uno sbando. È la firma di Cechov a dirci già tutto, segno della sua vita marchiata da una violenza iniziatica: un tratto nero che descrive l’andamento esistenziale di uno scrittore strattonato, colpito, lacerato dalle sue stesse origini. Durante l’infanzia, a causa di un padre crudele sia con i figli che con la moglie, ogni mattina, al risveglio, il primo pensiero era: “oggi sarò picchiato?”; ed è la sua firma la migliore testimone: comincia con l’elegante “A” di Anton che subito crolla però sulla sua stessa “t”; un altro slancio dà alla luce la solenne “ce” di Cechov, che definitivamente, senza appello né speranza, barcolla sull’ultima “ve” come il volo sbandato di un beccaccino ferito – che s’affloscia poi dentro a una pozzanghera di definitiva resa.

anton checov

La stessa furia storpiava i caratteri a Taganrog, la sua città natale, dove non vi era neppure un’insegna priva di errori d’ortografia. Violenza sulle bocche degli insegnanti-sergenti al ginnasio – il vostro tempio del sapere è un commissariato di polizia –, violenza persino sulle pareti dell’istituto-caserma, ancora distinguibile sulle cartoline dell’epoca. La stessa sottile trama di violenza perbene intessuta sul giaccone della sua fotografia in bianco e nero: i bottoni impassibili davanti a ogni dubbio, lo sguardo che dice una strafottenza fragile, sottomessa.

Un colpo e uno sbando. Di una qualche lenta aggressività dovevano essere anche i lunghi viaggi di due giorni sul carro insieme al padre, per la visita al nonno: attraverso la sterminata pianura russa si spingevano fino al villaggio di Kniajaja, nel Donec – viaggi descritti nel suo famoso racconto “La steppa”.

Un colpo e uno sbando infine quando la ferocia del padre si ritorse contro sé stessa: i fratelli di Anton se ne andarono di casa stanchi di tutta la prepotenza e il brusco genitore s’indebitò; fallì, rifugiandosi poi con moglie e alcuni figli a Mosca come clandestino, in una via malfamata e ancora una volta rissosa. L’unico a restare nella vecchia casa di Taganrog fu proprio Cechov, che rimase solo nell’appartamento diventato proprietà di un’altra famiglia – barattando sue lezioni in cambio di vitto e alloggio. Il fratello maggiore, il pittore, divenne alcolizzato; Cechov continuò a studiare nel bel mezzo di ribellioni nei circoli rivoluzionari studenteschi, che volevano rovesciare lo zarismo compiendo attentati. Ma lui, straziato da una storia di rabbia e degrado che lo aveva vaccinato dal risolvere i conflitti con la brutalità, non si unì mai a loro.

L’ultimo colpo glielo diede la vita di campagna e la noia, che gli portarono maggiori drammi: smise di sbandare, ma si cronicizzò in lui l’incapacità di vivere, l’impossibilità di relazionarsi, l’egoismo. Morì di tubercolosi come suo fratello: a poco a poco si era esteso dai polmoni all’addome, spegnendo il cuore in un’immensa fatica. Io muoio, aveva detto sottovoce. Il dottore gli aveva fatto l’ultima iniezione di morte, come una scarica di violenza finale e irreparabile.

La pace, nella sua storia, è arrivata postuma. Gli fu intitolato il cratere Chekhov, sulla superficie di Mercurio: il suolo mercuriano è craterizzato proprio a causa dei numerosi impatti di asteroidi e urti con meteoriti che hanno contrassegnato il suo passato. Un colpo e un cratere. Ma il simbolo astronomico di Mercurio è una versione stilizzata del caduceo: il bastone con due serpenti, finalmente indizio di concordia e pace.

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