Furore

16 01 16 by

Sei fuori. Nessuno ti aspetta sull’uscio.
Sei uscito furtivo senza far rumore; hai aumentato il passo fino a precipitarti, hai accelerato la corsa e sei schizzato via, più veloce e più accecante di un fulmine, frantumandoti in mille pezzi fino a sparire del tutto nel nulla del cosmo. Sì, ti basta quel pensiero – una credenza cristallizzata, una convinzione spaventosa, un gesto indesiderato – come un la per un lancio sola andata: via dalla misura, via da luogo e spazio, via dalla via comune di ogni senso. Soltanto un essere solo, e il suo sangue che ribolle.

Il luogo del furore è molto più che fuori. L’essenza del furioso si distilla da uno sbuffo nei meandri della mente, un corto circuito nel mistero della veglia; sono spunti strattonati da cui partono segnali ed effetti a catena come rossori, palpitazioni, grida – crepe, frane, faville: una violenza dall’intensità imbattibile.
Lo senti? È quel tuo scricchiolio nel cuore, quel ticchettio nella gola: la furia che si frappone fra te e il senno e ti detta le tue ultime volontà chiedendoti

sei disposto a perdere
tutto? Nel nome
del Furore
sei davvero disposto a
dire addio
alla tua fisionomia?
Nel mio nome saresti
così furbo da accettare
ogni mio furto?

.

L’urlo che strazia, il vento che infuria: l’eccesso scorre attraverso arterie infuocate e si colora di furbizia nociva, impeto irrefrenabile e becero: voluminoso come un pazzo che soffre, perché paonazzo è il volto di chi patisce le pene dell’inferno. La tua voce è fuoriuscita dal suo giaciglio naturale ora, quindi o taci o sproloqui. Un’infermità di corpo e d’animo, un’ira senza capo né coda che ti domina la ragione.
Non riesci a fare più niente, a pensare più niente che non sia quel pensiero che ti basta – e ti avanza – nella contabilità della follia imperatrice.

Cieco, cianotico, furibondo e feroce.
Che fai?
Fuggi o resti?

.

furore

.

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