Ho portato in omaggio

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Ho portato in omaggio la dedizione, o mio Re.
Posso osare ammirarti, o essere animato e nobile – spesso eroe? O prodotto di contaminazione e ingegno, o amore bello! Io t’invoco, t’adulo, t’imploro: dammi il sollievo che sai, in tutta questa durezza di millenni. Non mi credi, altezza? Io m’inchino. Scendo, mi concedo, m’affloscio come stanco stelo nella notte, m’inclino come spicchio di luce sul manto terrestre, cedo, calo, mi blocco, fermo questo testardo battito, se serve. Tutto, ma guardami: per un attimo solo annota la mia idolatria, ammetti il mio culto, permettimi di esistere nel mio bruciore e permeati di questa attenzione senza eguali, di questa cura inaudita e folle.

Non mi credi, beltà? T’illudi ch’io possa abitare la vita anche senza il tuo sguardo?
Se è così t’inganni, o essere grande, o Maestro. Lascia che ti spieghi: io tremo. Sono queste terminazioni nervose, questi lineamenti bramanti, questo pulsare forte a scuotermi al tuo cospetto come piuma nel maestrale. Uno qualsiasi dei tuoi alfabeti sparsi per il cosmo è un’esca per i miei inconsulti viaggi – i miei tremori astrali, i sospiri avventati di ogni mio precipizio.

Tremo e non c’è niente che non farei per esplodere questa temeraria adorazione, o Mago di tutte le conoscenze, o Alchimista eterno. E allora tutto quello che ti chiedo oggi è: danzami. Accogli il mio servire e ricambia la mia passione, porgimi il braccio e ballami senza esitare, mio Re dalla pelle ruvida e sapiente, riscaldati fino a sgorgare parole alte, piroettami, giravoltami di storie toccando ogni punto nascosto, ogni udito assopito, ogni stilla e ogni brivido.

Esaltami, e poi colpisci.
Dritto in pancia, fiero sul ciglio della tua spada spavalda, per rimarcare ancora una volta – con il linguaggio che si deve al Vero e al Bello – questo mio instabile, sognante ondeggiare sulla terra.

  

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