Ode al naufrografo

30 09 15 by

Volevo una fotografia.
Una finestra su questo momento, un oracolo intimo, una rivelazione di luce scritta sul corpo dell’autunno che viene. Volevo uno scatto schietto, un lampo lento, una lettura competente sulle linee del mio cammino. (Esisti veramente?)
Cercavo una radiazione luminosa – una determinazione irradiante – che fissasse questa energia su una base di memoria.
Ma che cosa vuoi farci con tutta quell’energia? – da lontano è venuto lui col nubifragio. Sai riconoscere fra tempesta, bufera, burrasca? Io non ho risposto che acqua.
Acqua – io che ero acqua, acqua che rispondeva per me, nuda. Plic, plic, plic, ahahah, flushh. La bellezza che fa male, allo specchio, fa solo pizzicore. Tic, tic, tic, vrrrrr, shhh…

Shhh, plic, plic, fhhh… È arrivata l’acqua – da e verso ogni direzione.
Tutto pronto. Tutti i colori che vuoi. Abbiamo Dio, abbiamo la Storia, abbiamo il vento che piega gli alberi. Possiamo accompagnare lo stillicidio con le dita.
Ma il naufrografo non ha scattato; mi ha portata dietro le quinte della più potente delle istantanee, nel retro della massima veduta, dentro il cuore grande dell’otturatore: mi ha dato il posto di comando, il miracolo della visione in dono. Ecco il quadro perfetto, diaframma del respiro, riquadro misterioso di delirio e pena – ogni cosa al suo posto: dentro.

Ho superato il bivio – ho scelto oggi qui.
Ecco impresso il mio naufragio. Storia di assedi e gloriose sconfitte.
Mi sono reinnamorata di me stessa – mi sono data appuntamento in un carteggio.
Anche se, alla fine, una delle due muore.
Goccioline.

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ode all'otturatore

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