Sardo, tu appartieni al mondo

24 08 15 by

In effetti, ora che ci penso, questa cosa dell’appartenenza alla nostra isola è per certi versi molto limitante. Ci ha fatto comodo al fronte, per riconoscerci e non scambiarci col nemico, ci ha fatto commuovere davanti alle bellezze naturali e ai resti del tempo che fu – dev’essersi trattato di una commozione cerebrale perché entrambi non se la passano molto bene – ma adesso che vogliamo diventare grandi? Forse è il caso di rivedere questo concetto di sardità.
E se dovessimo smetterla di essere sardi nel modo in cui lo abbiamo inteso finora? E se fosse finito il tempo dell’isolamento a tutti i costi? Della lotta a priori sempre e comunque, contro tutto e tutti, e spesso ormai solo di facciata? Mentre ci sfidiamo l’un l’altro in testardaggine e resistenza, sudati sotto mastruche di pecora durante vite che sono perenni guerriglie, non ne usciamo mai vincitori con noi stessi. Perché forse, accecati dalla dedizione a quel dannato dito, abbiamo smesso di guardare la luna.
Presi in ostaggio da pseudo riti e tradizioni – che in realtà pochissimi si prendono la briga di conoscere a fondo e che quindi degenerano nel folklore – rischiamo di diventare l’effige di noi stessi. Noi appartenenti a questa specie di subumano provinciale, spavaldo eppur timoroso, abitiamo il pianeta con tanti di quei limiti autoimposti che siamo arrivati a un punto di non ritorno: non è più la nostra vita su questa terra che ci appartiene, ma siamo noi ad appartenere all’idea distorta che ci siamo fatti di lei. L’appartenenza all’isola non può e non deve prevaricare e sottomettere la nostra appartenenza al mondo – per chi se la sente, all’universo. Dal canto loro, i nostri avi nuragici si staranno rivoltando nelle tombe dei giganti: non erano forse loro a dominare lo scacchiere geopolitico del Mediterraneo e di mezzo globo terracqueo? Non erano forse loro a girare ovunque come il vento, a viaggiare senza freni, a sposare elementi di culture lontane, a far propri stili e linguaggi altrui per l’abbondanza e la prosperità di casa loro, per amore della civiltà?
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