Mio nonno, un gigante

26 07 15 by

Mio nonno è un gigante, che poi è bizzarro perché è sempre stato bassino e mingherlino – tanto più gli ultimi giorni, piccolo piccolo e delicato come un fiore di campo (ti hanno messo le mani e le bocche dappertutto, a voce alta dentro i reni, dentro i polmoni, movimenti peristaltici di un chiacchiericcio in sottofondo, mani e bocche dentro le vene e le altre viscere, affacciate un po’ fin su quel cuore affaticato). Dopo tanti anni e tante morti è arrivata la morte grande e noi, nonostante tutto, non eravamo preparati.
Quindi io vi volevo raccontare perché mio nonno non può morire.

Non può per via di tutte le sue promesse mantenute, dei suoi occhi vispi e sinceri, delle sue passioni barbaricine esagerate e aspre dentro ognuno di noi; non può per via della tenacia e dell’onore, delle sue smorfie ed espressioni, dei suoi balletti e dei suoi scherzi, delle bocciature a scuola per il comportamento e del primo bacio a nonna sotto l’arco della Cattedrale.

Non può per via di tutte le battaglie perse e vinte, per via del sardo imparato in fasce e dell’italiano imparato con la vergogna, a suon di punizioni dietro la lavagna. Non può, neanche tra cent’anni, perché ciò che ha saputo trasmettere lui a chiunque l’ha incontrato è cosa rara – e solo un gigante poteva esserci dentro quel corpo minuto, che captava gli animi e se ne faceva specchio.
Lui non può morire per i consigli e i sostegni che dava al lavoro, sempre contro il suo interesse se poteva aiutare chi aveva bisogno: perché qualcuno lo racconta ancora a occhi sbarrati, che senza i suoi suggerimenti sarebbe finito in miseria.

Non può per quella volta che mi accompagnò alla stazione di Nuoro, noi due soli a comunicare col nostro silenzio – il vento tiepido di settembre sfavillava di ambizioni e di timori – e l’unica cosa che mi disse, salutandomi per l’Università con voce ferma e chiara fu “vai, studia, e quando hai finito torna subito”.

Non può mai, perché ci ha insegnato l’integrità e il dinamismo, la forza di volontà e anche la giustizia. Perché è da lui che – anche dai suoi errori, anche per quelli di noi che non vogliono ammetterlo – è da lui che abbiamo imparato la vita, in questa terra di pietra e di velluto. Per tutto il potere della sua intelligenza, per la capacità di riconoscere le cose belle, e perché lui era già qui ad amarci da molto, molto tempo prima che noi iniziassimo ad amare lui.

Questa terra martoriata e stanca, bella da far male, noi la vediamo con gli stessi occhi vispi e sinceri – la campagna assolata ha le palpebre chiuse, le formiche in fila hanno in mente una canzone, persino le pale dei fichi dondolano e anche il cielo, all’improvviso scuro e rumoroso, è venuto a salutarti. Noi non siamo preparati perché sotto sotto lo sappiamo: i giganti non muoiono mai.

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nonno gonario

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