La paura di parlare in pubblico

26 05 15 by

Corsi di formazione per relatori, workshop di teatro e public speaking, la scelta è ampia per imparare a parlare in pubblico ma chi conosce veramente l’origine di questo terrore?

Mani sudate, guance rosse, tachicardia e balbuzie sono solo alcuni dei disagi che in genere proviamo quando ci troviamo a doverci esprimere davanti a una grande platea. Il grande Desmond Morris come sempre spiega benissimo che cosa succede nell’uomo che parla davanti a molte persone, nel suo illuminante libro “La scimmia nuda“, più precisamente nel capitolo sulla “Lotta”…

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[…] Prima di esaminare i nostri bizzarri e perfetti sistemi di attacco e di difesa, dobbiamo osservare la la natura fondamentale della violenza nel mondo animale privo di lance, di armi e di bombe.  […]

Come funziona l’aggressività? Quali sono le sue forme? In che modo ci intimidiamo reciprocamente? Anche qui dobbiamo osservare gli animali. Quando un mammifero si eccita e diventa aggressivo, nel suo corpo avvengono svariate modificazioni fisiologiche fondamentali.  L’intera macchina deve prepararsi per entrare in azione mediante il sistema nervoso autonomo. Questo sistema è formato da due sotto-sistemi opposti e controbilanciati: cioè il simpatico e il parasimpatico. Il primo si interessa di preparare il corpo ad una attività violenta, mentre il secondo ha la funzione di conservarne e di ripristinarne le riserve. Il primo dice: “Sei pronto ad agire, muoviti”; il secondo dice a sua volta: “Prendila con calma, rilassati e conserva le forze”. In circostanze normali, il corpo ascolta entrambe le voci e riesce a mantenersi in felice equilibrio, ma, quando è stato eccitato un forte senso di aggressività, ascolta solo il sistema simpatico. Una volta che questo viene messo in funzione, una certa quantità di adrenalina passa nel sangue, interessando profondamente l’intero sistema circolatorio. Il cuore batte più in fretta e il sangue viene spostato, dalla cute e dai visceri, ai muscoli ed al cervello. La pressione sanguigna aumenta. La velocità di produzione dei globuli rossi sale rapidamente. Si ha una diminuzione del tempo di coagulazione del sangue, ed un arresto nei processi di digestione e di deposito del cibo. La salivazione diminuisce. Si ha una inibizione generale dei movimenti dello stomaco, della secrezione dei succhi gastrici e dei movimenti peristaltici intestinali. Inoltre il retto e la vescica non si svuotano facilmente, come avviene in condizioni normali. I depositi di carboidrati affluiscono dal fegato, inondando il sangue di zucchero. Si ha un forte aumento dell’attività respiratoria e il respiro diventa più rapido e profondo. I meccanismi di regolazione della temperatura sono attivati. Il pelo si rizza e vi è una sudorazione profusa. Questi mutamenti aiutano l’animale a prepararsi per la lotta. Come per magia essi fanno scomparire immediatamente la stanchezza e mettono a disposizione forti quantità di energia in previsione della lotta per la sopravvivenza. Il sangue viene pompato con forza nelle zone che più ne hanno bisogno: nel cervello perché il pensiero sia veloce e nei muscoli perché l’azione sia violenta. L’aumento dello zucchero nel sangue aumenta la capacità muscolare. La maggiore velocità dei processi di coagulazione fa sì che il sangue versato dalle ferite si coaguli più rapidamente, riducendo la perdita. La maggiore liberazione di globuli rossi da parte della milza, associata con l’aumento di velocità della circolazione sanguigna, aiuta il sistema respiratorio ad attivare l’assunzione di ossigeno e l’eliminazione di anidride carbonica. La completa erezione dei peli fa sì che la cute sia esposta all’aria ed aiuta a raffreddare il corpo, analogamente all’eliminazione del sudore dalle ghiandole  sudorifere. In tal modo vengono a diminuire i pericoli di un surriscaldamento dovuto ad eccesso di attività.

Una volta attivati tutti i sistemi vitali, l’animale è pronto a lanciarsi all’assalto, ma vi è un’altra difficoltà. Una lotta a fondo potrebbe portare ad una vittoria preziosa, ma potrebbe anche causare gravi danni al vincitore. Il nemico produce invariabilmente sia timore che aggressività. L’aggressività spinge l’animale, il timore lo trattiene. Nasce così uno stato di profondo conflitto interiore. Di solito, l’animale eccitato al combattimento non si precipita direttamente in una lotta totale, ma comincia col minacciare un attacco. […]

Se in questo stato egli presenta al suo nemico uno spettacolo sufficientemente intimidatorio da farlo sgattaiolare, ovviamente è preferibile questa soluzione. In tal modo si ottiene la vittoria senza spargimento di sangue. La specie è in grado di risolvere le proprie dispute senza eccessivo danno per gli individui, il che costituisce un beneficio straordinario. Nelle forme più elevate di vita animale, si è avuta una forte tendenza in questo senso, cioè verso il combattimento trasformato in rito. La minaccia e la controminaccia hanno in gran parte sostituito il combattimento fisico effettivo. Naturalmente, di tanto in tanto si riscontrano ancora dei combattimenti accaniti, ma solo come ultima risorsa, quando i segnali e i controsegnali di aggressività non sono stati in grado di risolvere la disputa.

L’intensità dei segni esteriori dei cambiamenti fisiologici di cui ho parlato, indicano al nemico quale sia la violenza con cui l’animale si sta preparando all’azione. […]

Man mano che i momenti di minaccia e di contro-minaccia passano, vediamo sprazzi di attività parasimpatica intercalati con sintomi simpatici. La secchezza della bocca può dar luogo ad un eccesso di salivazione. La contrazione intestinale può venir meno e talvolta si riscontra una defecazione improvvisa. L’urina, trattenuta fortemente in vescica, viene emessa con violenza. Lo spostamento del sangue dalla cute talvolta subisce una massiccia inversione e il pallore intenso viene sostituito da una forte vampata e da rossore. La respirazione rapida e profonda può venire bruscamente interrotta, dando luogo a respiri affannosi e a singulti. Questi sono tutti tentativi disperati del sistema parasimpatico, intesi a controbilanciare l’apparente stravaganza del simpatico. In circostanze normali non esisterebbe la possibilità di una concomitanza di reazioni intense da una parte e dall’altra ma, in condizioni estreme di minaccia e di aggressività, ogni cosa è momentaneamente sfasata. […]

Per quel che riguarda il sistema di segnalazione della minaccia, questo stato di agitazione fisiologica è un vantaggio perché dà luogo ad un maggior numero di segnali. Durante il corso dell’evoluzione, questi segni indicanti stati d’animo sono stati costruiti ed elaborati in diversi modi. […] Le alterazioni circolatorie che provocano pallore estremo o intense vampate di rossore si sono differenziate come segnali mediante la manifestazione di chiazze di pelle nuda, che in molte razze sono localizzate sul muso ed in altre sulla parte posteriore. La bocca aperta e i sibili portati dalle alterazioni respiratorie si sono trasformati in grugniti, in ruggiti e in molte altre manifestazioni vocali di aggressività. E’ stata avanzata l’ipotesiche ciò spiegherebbe l’origine di tutto il sistema di comunicazione basato sui segnali vocali. […]

L’erezione del pelo dovuta all’aggressività ha portato allo sviluppo di particolari zone sotto forma di creste, mantelline, criniere e frange, che insieme ad altre aree pelose localizzate hanno acquistato grande evidenza. Il pelo si è allungato o è divenuto più duro. Spesso la pigmentazione è stata radicalmente modificata in modo da produrre delle aree di forte contrasto con il pelo circostante. Quando l’animale è in stato di aggressione, col pelo ritto, esso sembra improvvisamente più grande ed incute maggior spavento, mentre le chiazze di esibizione diventano più estese e brillanti. Anche la sudorazione dovuta all’aggressività è diventata un’altra fonte disegnali odoriferi. In questo campo, in molti casi si sono sviluppate delle tendenze evolutive intese a sfruttare questa possibilità. Alcune ghiandole sudorifere si sono enormemente sviluppate sottoforma di complesse ghiandole odorifere che si possono riscontrare sul  muso, sulle zampe, sulla coda e in diverse altre parti del corpo di molte razze.  Tutti questi miglioramenti hanno ampliato il sistema di comunicazione degli animali e reso il loro linguaggio più approfondito e informativo, facendo sì che il comportamento minaccioso dell’animale eccitato sia “leggibile” intermini più precisi.  […]

Gli impulsi ad attaccare da un lato e a fuggire dall’altro tirano in entrambe le direzioni il corpo che infatti si slancia in avanti, si ritira, si sposta di fianco, si accovaccia, balza in alto, si fa avanti, si piega all’indietro. Quando l’impulso di attaccare ha il sopravvento, immediatamente l’impulso a fuggire annulla l’ordine. Ogni movimento inteso a ritirarsi viene arrestato da un altro inteso ad attaccare. Nel corso dell’evoluzione, questo tumulto generale si è modificato in atteggiamenti differenziati di minaccia e di intimidazione. I movimenti intenzionali sono diventati stilizzati e gli scatti ambivalenti hanno assunto una forma ritmica di contorcimenti e di scuotimenti. In tal modo si è venuto a creare un nuovo repertorio disegnali aggressivi. Come conseguenza, in molte specie animali, possiamo osservare complicati riti di minaccia e “danze” di guerra. I contendenti si girano intorno in un modo caratteristicamente pomposo, con i corpi tesi e rigidi. Si inchinano, piegano il capo, si scuotono, tremano, oscillano ritmicamente da un lato all’altro oppure fanno delle brevi corse ripetute e stilizzate. Talora battono il terreno con le zampe, inarcano il dorso oppure abbassano la testa. Questi movimenti intenzionali funzionano come fondamentali segnali di comunicazione e si associano efficacemente in modo da dare un quadro esatto della forza dell’aggressività che è stata suscitata, nonché una precisa indicazione dell’equilibrio tra l’impulso ad attaccare e quello a fuggire. […] Queste attività, come i segnali autonomi, i movimenti intenzionali, gli atteggiamenti ambivalenti e le attività di spostamento sono divenute rituali ed insieme forniscono all’animale un vasto repertorio di segnali di minaccia. Nella maggior parte degli scontri, sono sufficienti a risolvere la controversia senza che i contendenti arrivino a colpirsi. […]

Come ci comportiamo noi in questa situazione, come specie? Qual’è il nostro repertorio particolare di segnali di minaccia e di pacificazione? Quali sono i nostri sistemi di lotta e come li controlliamo? La stimolazione dell’aggressività produce in noi gli stessi sconvolgimenti fisiologici, accompagnati da tensione muscolare e agitazione, che abbiamo descritto genericamente nel campo animale. Anche noi, come le altre specie, presentiamo una vasta gamma di attività di spostamento. Sotto certi aspetti, noi non siamo dotati come le altre specie per trasformare queste reazioni fondamentali in potenti segnali. Per esempio, non possiamo intimidire il nostro avversario drizzando i peli. Lo facciamo ancora in momenti di grande spavento (“i capelli mi si rizzarono”), ma come segnale non vale gran che. Sotto altri aspetti invece, siamo in grado di fare molto meglio. La nostra nudità, che ci impedisce di rizzare efficacemente il pelo, ci dà la possibilità di emettere potenti segnali di pallore e di rossore. Noi possiamo diventare “bianchi di rabbia”, “rossi di collera” o “pallidi di paura”. Il pallore è la manifestazione a cui dobbiamo stare attenti, perché indica attività. Se si associa ad altre azioni che indicano l’assalto, costituisce un segnale fondamentale di pericolo; se unito ad altre azioni che indicano paura, costituisce un segnale di panico. Come ricorderete, esso viene provocato dal sistema nervoso simpatico, il “sistema dell’energia”, e non va preso alla leggera. Invece il rossore è meno preoccupante; esso è provocato dai tentativi di controbilanciamento del sistema parasimpatico e segnala che il sistema “dell’energia” non ha più il sopravvento. E’ meno probabile che vi attacchi l’antagonista che vi affronta col viso rosso d’ira, di quello dal viso pallido e le labbra tirate.[…] Analogamente, anche il respiro affrettato e profondo è un segnale di pericolo, ma quando si trasforma in sbuffi e gorgoglii irregolari non è più una minaccia. […]

Un elemento importante e differenziato che si associa a queste manifestazioni aggressive, è costituito dalle espressioni facciali di minaccia. Queste espressioni, insieme ai nostri segnali vocali verbalizzati, costituiscono il metodo più esatto che abbiamo per comunicare con precisione il nostro stato d’animo aggressivo. […] Dato che, con lo sviluppo culturale di armi artificiali letali, noi siamo diventati una razza potenzialmente pericolosissima, non fa meraviglia che disponiamo di una gamma straordinariamente vasta di segnali pacificatori. Con gli altri primati abbiamo in comune le fondamentali reazioni di sottomissione del rannicchiamento e delle grida; inoltre abbiamo formalizzato una intera serie di esibizioni di inferiorità. Lo stesso atto del rannicchiarsi si è esteso in quello di gettarsi a terra e di prostrarsi. Forme di minore intensità vengono espresse mediante gli atti di inginocchiarsi, inchinarsi e curvarsi. […] Anche interessante è la derivazione del gesto dell’inchino da quello originale primitivo del rannicchiamento proprio dei primati. Qui l’aspetto fondamentalesta nell’abbassamento degli occhi. Lo sguardo fisso è invece tipico della maggior parte delle manifestazioni di aggressività dichiarata. Esso fa parte delle espressioni facciali più feroci ed accompagna i gesti più combattivi. (Questo è il motivo per cui il gioco infantile di “fissarsi” è così difficile da fare e il semplice sguardo di curiosità del bambino viene tanto biasimato, “non è educato fissare la gente“.) L’inchino, per quanto ridotto di intensità dalle abitudini sociali, conserva sempre l’elemento fondamentale dell’abbassamento del viso. Per esempio i membri maschili di una corte reale, che hanno modificato le loro reazioni all’inchino mediante una costante ripetizione, abbassano il viso, ma invece di piegare la vita, chinano rigidamente solo il collo, abbassando così soltanto la regione del capo. In occasioni meno-formali, la reazione opposta allo sguardo fisso consiste semplicemente nel distogliere lo sguardo oppure in una espressione “con lo sguardo sfuggente”. Di solito nelle normali conversazioni faccia a faccia noi distogliamo lo sguardo dai nostri compagni mentre parliamo per poi fissarli di nuovo alla fine di ogni frase o “paragrafo”, in modo da controllare la loro reazione a quello che abbiamo detto. Ad un conferenziere di professione occorre un certo tempo per abituarsi a guardare direttamente i componenti del pubblico invece di fissare lo sguardo al di sopra delle loro teste, in basso sul palco oppure verso i lati o il fondo della sala. Anche se egli si trova in una posizione di vantaggio, tutte quelle persone che lo fissano (dai loro posti sicuri) gli danno un fondamentale e inizialmente incontrollabile senso di paura. Solo con una lunga pratica egli riesce a superare questa difficoltà. Il semplice fatto fisico di tipo aggressivo di essere fissato da un vasto gruppo di persone costituisce anche la causa delle cosiddette “farfalle” che palpitano nello stomaco dell’attore prima dell’entrata in scena. Alle normali preoccupazioni intellettuali riguardo alla qualità della sua esibizione e al modo in cui questa verrà accolta, si aggiunge l’altro pericolo più fondamentale della massa di sguardi minacciosi (anche in questo caso, lo sguardo di curiosità viene confuso nell’inconscio con lo sguardo di minaccia). […]

Dato il loro potente effetto intimidatorio, in molte specie si sono sviluppate delle macchie simili ad occhi che fissano, come meccanismi di difesa. Diverse falene presentano sulle ali due segni simili ad occhi che incutono spavento e che restano celati a meno che l’animale non venga assalito da predatori. In questo caso, esso apre le ali e fa balenare questi occhi luminosi in faccia al nemico. E’ stato sperimentalmente dimostrato che ciò ha un prezioso influsso intimidatorio sugli uccisori potenziali che spesso fuggono senza molestare gli insetti. Molti pesci ed alcune specie di uccelli e persino di mammiferi hanno adottato questo sistema. Nella nostra specie, i prodotti commerciali talvolta si servono dello stesso espediente (forse consapevolmente e forse no). I progettisti di automobili adoperano a questo scopo i fari e spesso aumentano l’impressione generale di aggressività, dando alla parte anteriore del cofano l’aspetto di un cipiglio. […]

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A questo proposito mi viene in mente la tipica frase che chi guarda si sente apostrofare con aggressività nei piccoli centri della Sardegna centrale, soprattutto da parte degli adolescenti e dei giovani più scontrosi: frequentissimo in Barbagia “Ite cheres? Ite ses pompiande? No ti pario deo?!” (Che cosa vuoi? Che cosa stai guardando? Non ti sembro io?) o in Gallura nell’italianizzato “Cosa ti guardi?”, entrambi messaggi specifici che significano una ben precisa intenzione minacciosa di attacco, se chi guarda non si affretta immediatamente a distogliere lo sguardo (per quanto innocente e/o benevolo)…

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sguardo occhi

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