Il pino della discordia

25 11 14 by

C’è un pino, a Nuoro, che sta facendo parlare di sè. No, non perché sia sempre bello e utile parlare degli alberi, esseri viventi tra i più nobili in natura, né per via del fatto che sono gli unici a procurarci l’ossigeno che ci serve per respirare. In particolare lui sta facendo parlare di sè, borbottare, e anche alzare la voce, per questioni di praticità e accettabilità.
Alcuni dicono sia il celebre “pino di Grazia Deledda”, cioè il grande albero sotto la cui ombra gentile la scrittrice Premio Nobel si sedeva a creare i suoi capolavori; altri affermano sia stato solo nominato in uno dei suoi romanzi; altri ancora sono sicuri che non si tratti di lui e gli danno del falso storico, perché “quello originale fu abbattuto in maniera sconsiderata diversi anni fa, salvo poi prendere un pino qualsiasi e dire che era quello dove lei andava a scrivere”.
Sta di fatto che questo pino enorme – alto circa venti metri per due di diametro – esiste da circa 150 anni e si trova in zona Badu ‘e Carros, proprio dietro il supercarcere di massima sicurezza. Un luogo delicato per un albero solitario, direte voi,  ma non è tutto. Ha una vista in prima fila davanti al Monte Corrasi e al Monte Ortobene – altro simbolo nuorese tanto amato dalla Deledda – e visto dall’alto, al tramonto, ha come una corona di lucine create dai lampioni del viale che porta al carcere. L’avrete capito da soli, è un albero speciale. E insomma è arrivato per lui il giorno del giudizio – citando anche un altro dei numerosi grandi maestri della nostra letteratura – perché i nuoresi lo vogliono abbattere.

Morto o vivo, secco o moribondo, fa poca differenza per il nuorese medio che ne farebbe legna da ardere per cuocersi sas castanzas. L’albero va eliminato per questioni di urbanizzazione, come se l’Atene Sarda non avesse già da tempo oltrepassato i limiti del cemento e del mattone, vendendosi fino all’ultimo angolo di bosco in cambio di “modernità”. L’albero va cancellato, soppresso, rimosso, traslato in altre dimensioni per questioni di praticità e decoro. Qualcuno argomenta: è da tempo una pianta abbandonata. Ma abbandonata da chi? La natura non chiede altro che di esser lasciata in pace da noi esseri glabri e inferiori, rosastri e con un sacco di manie di protagonismo. Qualcuno disquisisce sul suo essere malconcio e a me viene da ridere, con tutto il degrado che questa città non merita. Che questa disamministrazione comunale trovi il tempo di pensare ad abbattere alberi secolari, deleddiani o meno, anziché salvare una civiltà in estinzione come quella nuorese – che ha perso la quasi totalità del suo patrimonio e forse anche la dignità – ha del paradossale.  Pare che il sindaco Bianchi volesse in passato farne un monumento, pensiero gentile se non fosse che quell’albero – senza metterci il solito zampino antropizzante, per non dire la solita propaganda – è già di fatto uno dei migliori monumenti naturali che Nuoro possa ancora vantare, insieme al parco di Ugolio con il suo omonimo nuraghe.

A settembre – l’undici per l’esattezza, una data felice – era arrivato per un sopralluogo il professor Franceschini dell’Università di Sassari, che aveva scritto nella sua relazione che  l’albero “appare ormai completamente disseccato” e che “il tronco è pervaso in tutta la sua lunghezza dai fori delle gallerie scavate nel legno da insetti scolitidi”. Ora, per le pulizie di Natale, in Comune si sono svegliati e vogliono spazzarlo via come immondizia per questioni, concludono, di sicurezza. Mi sembra quindi ovvio poter finalmente esultare, dato lo spazio ora dedicato al sopracitato pino, dell’avvenuta messa in sicurezza di tutti i luoghi non sicuri e abbandonati quali strade, ponti, ospedali, asili e scuole in condizioni pietose, il teatro Eliseo e il mulino Gallisay, il Tribu, la piramide di Seuna con le infiltrazioni d’acqua, il centro polifunzionale senza certificato di prevenzione incendi, gli impianti sportivi e le palestre fatiscenti, la galleria di Mughina che viene chiusa quando piove, il giardino sensoriale dietro viale Trieste, lo stesso nuraghe Ugolio adibito a mondezzaio…

Le “dimensioni non accettabili” del pino di Grazia Deledda, che sia l’originale o il falso, autentico o taroccato, finto, sgamuffo, di contrabbando, saranno sempre più accettabili di questa dolorosa indifferenza. Se non ci fosse da piangere, tutto questo sarebbe ridicolo.

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1 Comment

  1. IL PINO DI CUI SI PARLA E’SICURAMENTE UNO DEI LUOGHI DI GRAZIA DELEDDA La scrittrice quando scrisse a Luigi Falchi nel 1890 parla di due pini, infatti la lettera cosi recita: “Spesso vado in campagna suggestiva: una pianura melanconica, deserta, senz’alberi.
    La nostra vigna è l’ultima; due pini alti fremono continuamente sotto il cielo d’un azzurro triste di viola mammola; al di là cominciano le tancas melanconiche, animate solo da qualche greggia, e sembrano sconfinate. Da sotto il pino ove è inciso il nome di Sebastiano Satta che deve aver sentito la triste poesia di questo luogo, io guardo la vastità desolata e desidero andare attraverso questa infinita eppur dolce tristezza della natura sarda. Chissà? Se diventerò ricca, mi farò una casa qui sotto l’incensante murmure dei pini…”. Tale circostanza appare anche nell’articolo di Remo Branca sulla rivista “Frontiera”, il quale, in occasione di una visita a Nuoro nel 1967, si recò nel luogo del pino di Grazia Deledda è immortalò con le foto il pino a terra, abbattuto da una tempesta fra la notte del 2 e 3 febbraio dello stesso anno e riportando un passo della lettera della Deledda a Luigi Falchi scrisse sulla rivista: “La nostra vigna è l’ultima due pini fremono continuamente sotto il cielo…..” l’altro pino, più lontano, sui limiti della strada provinciale, è ancora in piedi.
    Grazia Deledda racconta di due pini e sotto uno di questi vi era inciso il nome di Sebastiano Satta . E’ mia convinzione che il pino sotto il quale vi era inciso il nome di Sebastano Satta è quello attuale (sul limite della strada provinciale) e non quello che ricadeva nella vigna di Grazia Deledda. Infatti è molto improbabile che Bustianu si recasse all’interno della vigna della famiglia Deledda ad incidere su quel pino il proprio nome, si consideri che all’epoca Grazia Deledda aveva 19 anni (1871-1890). Invece è verosimile che il poeta Bustianu si recasse a contemplare presso l’altro pino sui limiti della strada provinciale, infatti il luogo era ed è più accessibile, inoltre gode di una posizione più panoramica “…..che deve aver sentito la triste poesia di questo luogo..”, era posizionato già su un pascolo aperto, mentre gli orti e le vigne erano situate nella parte bassa sottostante.
    Pertanto, la scrittrice, come lei stessa racconta, frequentava quei luoghi e si appartava in entrambi i pini. Sicuramente il romanzo “Cosima” è ambientato nel pino della sua vigna (proprietà Cambosu) mentre è altrettanto sicuro che la novella “Sotto il Pino” è ambientato nel pino superstite (proprietà Are) a confine con la strada provinciale. Da notare che la famiglia Cambosu (madre di Grazia) e la famiglia Are erano in ottimi rapporti, le proprietà delle due famiglie erano confinanti, addirittura i Deledda per entrare nella loro vigna spesso accedevano per comodità dal cancello di ingresso degli Are posto sulla strada provinciale in prossimità del pino attuale. Inoltre Grazia era amica dei figli di Are e delle figlie (dame) di Donna Nieddu la quale possedeva una vasta proprietà terriera confinante alla proprietà dello stesso Are. Sicuramente si incontravano sotto i due pini, gli unici luoghi che garantivano un minimo di ombra in quella campagna desolata e soleggiata, nel periodo della vendemmia e della tosatura delle pecore.

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