La paura della pazzia

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C’è la piaga dei terroristi, poi ci sono i delinquenti, poi ogni tanto anche i politici ci indignano q.b. nella ricetta del nostro inorridire sociale. Gli ingegneri non sono tanto simpatici, per non parlare dei vegani. Un ingegnere vegano, poi, è senza dubbio il male. Certo, anche la schiera sempre più folta dei malati non è un granché, e infatti nelle farmacie c’è più coda che alle casse dei supermercati. Però c’è qualcosa che schifiamo, per l’esattezza che temiamo molto, molto di più: sono i pazzi. Ora, detto così sembrerà anacronistico: non abbiamo più di questi problemi e infatti la paura della pazzia è il primo comandamento della società occidentale su cui si fondano di conseguenza tutte le sue istituzioni.

Ebbene, questa nostra radicatissima paura ha molto a che fare con i bambini e con gli artisti. Come vi sarete accorti, infatti, né gli uni né gli altri godono di buona salute, per non dire che non esistono quasi più – essendo i pazzi per eccellenza. Pazzi. Chiamiamo le cose con il proprio nome. Persone moleste, esseri umani strani, spazi di carne abitati da voci forti e multicolore, ambienti bizzarri ricolmi di idee spesso in contrasto le une con le altre. Leggendarie fiere che si muovono per le strade, cumulonembi di dubbi e altre nebbie che camminano. Sono animali spinti da necessità e volontà che oltrepassano i bisogni fisiologici di base. Ma non fatevi ingannare dal fatto che si tratti dei più nobili e mirabili esseri in circolazione – con il loro carico di passione e intensa vitalità – perché chi sta “ai posti di comando” non cede alla tentazione di simpatizzare con loro: proprio perché i pazzi vivono la vita con una certa dose di libertà non è mica facile averci a che fare, organizzarli, dar loro un nome, un ruolo nella catena di montaggio, un posto nel mondo. D’altronde, il posto di un bambino è ogni posto e il luogo di un artista è ogni luogo. Infatti i bambini e gli artisti di tutto il mondo comunicano per mezzo di un linguaggio comune: sorrisi, bronci, giochi, musica, danza. E non va bene.

Siccome ai piani alti si è capito che prevenire è meglio che curare le insopportabili forme di diritto alla vita, quelle strambe razze di libertà o altre diavolerie come la felicità, l’estasi e lo stupore, inquinare la fonte della creatività è stato facile. È bastato prendere ogni bambino in fasce e farlo crescere dritto sin dall’inizio, con un tutore interiore che lo mantenga rigido verso l’alto, verso l’avvenire che è stato programmato apposta per lui. Innanzitutto, togliere tutti i posti di tutti i bambini meno uno, e dirgli che quello è “il suo posto”. Un banco e una sedia, scomodi q.b. per mantenere alta l’attenzione e soprattutto una piccola dose di tormento per ogni gomito poggiato – ché non si fa, è mancanza di rispetto reggersi la faccia anche quando la forza di gravità è l’unica cosa che accoglie materna. Poi, gradualmente, uno zaino sempre più pesante – di cose inutili scelte da altri. E ancora, fate attenzione ai nomi che vengono scelti: i voti, i punti, le verifiche, le interrogazioni! I rientri, le ricreazioni, le sospensioni. Ma soprattutto, ecco l’antibiotico numero uno contro la creatività… i compiti. Compiti a casa, compiti per le vacanze. Ecco come i bambini perdono i loro colori, i loro spazi, i loro tempi, i loro istinti – innati – per l’apprendimento e la crescita creativa. Ecco come siamo rimasti senza bambini.

Così è fatta, a un certo punto tra l’infanzia e l’adolescenza siamo fuori pericolo, il morbo innominabile è un’ombra lontana: il controllore non è più fuori ma ha attecchito dentro di noi. Il predatore interiore ha una folta chioma e un grande apporto nutritivo, adesso: è autonomo. Non sorprendiamoci se, cresciuti con questo tutore fisso, senza mai un giorno libero sin da bambini e senza mai uno spazio mentale ampio per fare ciò che si vuole con tutto il cuore, da adulti non riusciamo a ritagliarci – tra i compiti e gli obblighi domestici, relazionali, lavorativi – neanche un giorno alla settimana o un’ora libera per le nostre ispirazioni, uno spazio in cui proteggere i nostri talenti, una piccola ma costante fiducia nei nostri poteri e nei nostri desideri. Siamo allenati a collaborare con la nostra oppressione.

E allora non saremo pazzi, folli, bizzarri, squilibrati, matti, anormali, eccessivi o insensati. Né dissennati o disturbati. Non saremo dei reietti, non saremo allontanati o internati: saremo perfettamente riconosciuti, accettati, promossi. Diplomati e laureati nelle materie oscure della rigidità, del controllo, del giudizio e della banalità. In una parola, saremo troppo normali. Maledettamente, mortalmente normali. E ci accorgeremo che è non solo possibile e necessario, ma assolutamente indispensabile lasciare gli zaini, mostrare gli incisivi, proteggere la vita e innamorarsi di essa, reagire ai soprusi. Allenarsi a un altro modo di pensare, sentire, agire, cioè allenarsi a scegliere. Ascoltare i messaggi che ci arrivano da noi stessi e da nessun altro, non censurarli ed esprimerli con dedizione e significato.
Se lasceremo andare la paura di essere definiti pazzi da noi stessi prima che dagli altri, se difenderemo i nostri bambini – e i bambini interiori che ci portiamo dentro – dai tutori e dai compiti, dalla regolarità e dalla normalità, se assisteremo e alimenteremo la naturale inclinazione alla scoperta, solo allora avremo contribuito a incoraggiare la vita.

  

  

foto di artdejohn

foto di artdejohn

  

Sottofondo musicale: Frida the soundtrack

  

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