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Piccolo trattato sulle crepe e sulle macchie

Racconti di rotture, crisi, cedimenti e altri incidenti

Capitolo Cinque

21 02 14 by

Non ne avevo più voglia.
Il mio ruolo era in piedi, rigido, incastonato come la lancetta del nord dentro la bussola delle vostre incertezze, tuttofare iperteso al cospetto della vostra pigrizia.
In piedi, fermo era il mio ruolo. Legato mani e piedi ma per voi sempre in movimento, il capofamiglia agli ordini, il despota soggiogato da un coro di lagnose, il generale perennemente a rapporto, il colonnello sull’attenti, la forza dell’ordine comandata a bacchetta dal disordine.
Di stare in piedi non ne avevo più voglia. Ho perso l’equilibrio.

E allora è arrivato il colpo. All’inizio è stato come uno sbuffo dentro l’anima, una folata di fumo stantio nell’anticamera del mio inconscio. Poi l’aria si è fatta più densa, il mio corpo si è raffreddato in un attimo. Dopo fu solo dolore acuto nelle viscere arrugginite delle mie terminazioni nervose, finché anche le mie palpebre impazzite hanno cominciato a fare un male cane. Ho avuto come una scossa elettrica, mi sono buttato a terra in una danza epilettica e ho sentito: il mio cuore si era stancato di portare sangue al cervello, voglia alla mente, emozione alla ragione. L’ostacolo al mio flusso sanguigno era meno esterno di quanto pensassi: era il mio dolore e avevo tutto il diritto di lasciarmelo provare, permettermi di esperirlo.
L’ictus è un’occlusione, una rottura, uno spasmo. Lo chiamano in mille modi: blocco, arresto, chiusura, ingorgo, intasamento, ostruzione. Una frattura del mio volere, una rottura d’anima, un cedimento definitivo davanti al giudizio della vita. Un guasto, un buco, una crepa, nel perimetro del mio castello.
In quel momento pensai a mia madre, quella grandiosa donna tutta d’un pezzo dai capelli sempre raccolti in una crocchia, espressione della nobiltà sarda più autentica: portava le calze lunghe anche in spiaggia ma quando frastimava era uguale a ogni santupredinu della peggior specie.
Aveva sposato il figlio di un suo cugino di primo grado – zio del poeta Baroreddu Sanna – per tenere il sangue d’un blu vivo. Lui era più grande di lei di tre anni, erano una bella coppia. Gelidi e tetteri come si confaceva a dei nobili nuoresi. Che gli scenda un accidente, era quello che diceva più spesso quando irroccava. Contratto in una smorfia di dolore – come un serpente in fin di vita, senz’arti – era come se tutta la potenza dei frastimos di mamma Frantzisca fossero state condensate e confluite dentro il mio piccolo cervello sminuzzato. Infante. In fondo, non sono mai cresciuto.

Una spaccatura. Uno strappo nel tessuto millenario della mia coscienza. E così ho sentito un’interruzione, una troncatura, una cesura poco poetica, uno scisma. Un sisma di fuoco sotto le palpebre del mio vivere.

Non ne avevo. Più. Voglia.
Non volevo morire, nemmeno stare in coma, ma avevo la sensazione fisica di non poter più resistere alla veglia. Impotente: annientato dai vostri drammi. Prosciugato, finito.
Fuori sorridevo all’idea di potervi servire, accontentare, assecondare. Rendermi utile; ma dentro io sapevo di lottare: di combattere contro i mulini a vento delle vostre patetiche infelicità, fatte di scelte sbagliate, masochismi, carenze, tradimenti.
Ho sentito il colpo. Ho sentito la morsa dell’ictus sfiorarmi i pensieri e i desideri. Poi è arrivato il secondo. Quello forte, che ha interrotto il collegamento tra la parte destra e la parte sinistra del mio corpo. Il volere lontano dal sentire, l’amare distaccato dall’agire.

Babbo! mi chiamò una di voi.
Babbo è morto! sputai senza tradurre, e fu l’ultima cosa che dissi.

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