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Piccolo trattato sulle crepe e sulle macchie

Racconti di rotture, crisi, cedimenti e altri incidenti

Scritture Spettro

17 02 14 by

Poi è arrivata la notte, inaspettata e lucida sulla parete a vetri. Una notte diversa da ogni altra notte, in un giorno diverso da tutti gli altri. La mia solitudine non era più una scelta o un’epifania, il giaciglio su cui riposare e creare – esprimere ogni gesto finalmente spoglio, senza giudizi – ma si era fatta tutt’a un tratto corda stretta sul respiro, gabbia, si era fatta incubo o buco nero: una perdita assoluta di equilibrio, come una tromba d’ascensore che inghiotte tuo padre, suo padre, il padre di quel padre e tutti i padri della storia.

Così orfana seguivo con lo sguardo i disegni d’ombra e luce fatti dai lampioni sul salotto, cancellati a tratti dai fulmini. In quelle frazioni di secondo in cui ogni contorno veniva annullato, chiudevo gli occhi per la troppa luce.
Tuono.
E ripensavo all’editore e al suo aiutante editor che erano venuti a farmi visita quel pomeriggio, per frugare di persona tra le possibilità di lavorare insieme; mi erano sembrati più una coppia di venditori porta a porta, o formatori che formano formatori perché formino altri formatori.
“Abbiamo aspettato venticinque minuti qui sotto, signorina, come mai non ci ha aperto prima?” mi aveva detto l’editor appena entrato, che in realtà non voleva una risposta.
“Eh, sa, per creare suspense” avevo farneticato io fissando ciò che aveva sottobraccio: fogli, manoscritti, stampe e cartelline con dentro altra carta stampata.

Luce. Tuono. Adesso che se n’erano andati mi rimettevo a contornare le forme dei riflessi e pensavo a quell’incontro, a quanto poco avevo ascoltato quei signori, a quanto mi fossero estranei, a quanto poco m’importasse della loro voce in sottofondo alle mie domande: come faccio a restare lucida-sveglia-viva, con questo lutto nel cuore? Come faccio a non morire di dolore? Vivo? Io vivo? Come faccio, lucida, a restare così sola, sveglia? Buio. Tuono.
Finché, al culmine della notte e del mio interrogarmi, dalla parete a vetri è entrata una ragazza.

Sembrava star bene per come si muoveva nello spazio; ma le occhiaie scure, lo sguardo languido e il viso un po’ scarnito la facevano sembrare uno spettro. Aveva la pelle sudata e i capelli neri corvini appiccicati alla fronte e al viso; era vestita bene, elegante persino. Sembrava gentile.
“Sai come si fa a sapere se si è morti?” le ho chiesto impulsivamente, poggiandomi coi palmi delle mani sul tavolo bianco del salotto.
La sua voce era dolce, come le linee della bocca che si sono mosse per rispondermi.
“Sì” ha detto guardandomi negli occhi. Poi li ha abbassati, ed era ancora tranquilla.
“Basta che prendi un foglio e una penna: se quello che scrivi, piano piano, si cancella, allora significa che sei morta”.
E si è messa a scrivere su uno dei fogli bianchi sul tavolo, con la mia penna rossa, per dimostrare che quello che ha detto è vero. Chinata, poggiata con l’avambraccio destro sul foglio più lungo, sembrava una statua opaca o una ballerina stanca, in posizione di stretching.

Una bella grafia. Il silenzio era così intenso che non si sentivano nemmeno i nostri respiri. Ma a mano a mano che le parole erano disegnate sulla carta, svanivano. Come se, con quell’inchiostro rosso, non fosse mai stato inciso nessun segno. Niente.
“Vedi? Io sono morta, infatti”.
Con grande educazione e femminilità, ha fatto un gesto con la mano per chiedere la parola, ancora un attimo, come per distrarmi dalla mia angoscia.
“Ma c’è un modo. Anche la scrittura di chi come noi appartiene ad altre epoche può rimanere scritta”.

E si è messa a scrivere parole rosse e poi con la penna blu parole nuove sopra quelle rosse, senza sovrapporle ma facendole toccare solo in alcuni punti. Come una passata a tratti decisi di smalto lucidante, un inchiostro ravvivante. Una vernice per svegliarsi dall’oblio, ma solo su alcuni ricordi.
E l’ho fatto anch’io. Le parole si accavallavano in un caos ordinato: linee di due colori che ricordavano i disegni d’ombra e luce dei lampioni. S’incrociavano in alcuni punti – era la regola – ma senza mai combaciare.
Allora, e solo allora, tutto è rimasto scritto.

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