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Piccolo trattato sulle crepe e sulle macchie

Racconti di rotture, crisi, cedimenti e altri incidenti

Capitolo Tre

16 02 14 by

Elias. Rosaria.
I nostri nomi erano scritti con la penna rossa, perché quel giorno ci volevano bocciare. Avevano deciso di bocciare lui; me di riflesso perché lo amavo. Era il 1954 e noi eravamo già fidanzatini, di più, promessi sposi, anche se le nostre famiglie non approvavano affatto. Eravamo i primi della classe: due maghi del calcolo matematico, e ci scrivevamo lettere d’amore con la scrittura di Leonardo che dovevamo leggere allo specchio, oppure cartoline in stenografia.
Avevamo aspettato tanto il giorno del nostro esame di stato e prima di Elias, in quell’elenco, veniva Gonario Corbu – che tremava come una foglia perché era privatista: aveva più di trent’anni. Elias gli aveva detto Gona’ non ti preoccupare, passo io prima di te, così ti tranquillizzi un pochino. Andò e fece l’esame. Il professore di ragioneria, Depperu, gli disse Ma tu sei privatista!
No no io sono pubblicista.
Strano, sei l’unico che conosce bene la materia. Gli fece molti complimenti e scrisse il voto sul verbale. Dopo poco la professoressa di inglese, una docente che faceva parte della commissione, lo chiamò e gli chiese Elias, ma com’è possibile che il professore di ragioneria ti vuole bocciare, se tu sei bravissimo?
Non lo so, mi ha fatto anche i complimenti!
E allora deve aver sbagliato, vai da lui.
Andammo di corsa a chiamarlo col cuore in gola. Elias gli fece Senta professo’, forse c’è stato un errore…
, lo interruppe lui, un errore c’è stato! Che anziché rimandarvi, a tutti e due avremmo dovuto bocciarvi!
Ma scusi, mi ha fatto anche i complimenti…
Ma quali complimenti! Sei un asino calzato e vestito!
Non c’era stato niente da fare. Il voto di Corbu l’aveva messo a Elias e viceversa, nonostante tutta la classe – eravamo come fratelli e sorelle da cinque anni – fosse testimone di quel pasticcio. All’ora di pranzo partiva la littorina per Macomer, andammo di corsa alla stazione per fermare la presidente della commissione. La stazione di Nuoro era come un grazioso miraggio per noi quella mattina: per qualche ora ci scordammo del suo ruolo ferreo, illusione di un collegamento fittizio che invece, spostando la linea dalla valle del Tirso alla zona montuosa del macomerese, ci aveva reso ancora più prigionieri.

Le raccontammo tutto e lei disse Sì sì, in effetti ci siamo meravigliati, ma il verbale è quello che conta. E siccome io ero andata a lamentarmi con lui, ci avevano rimandati entrambi a settembre. Elias era già stato bocciato alle medie per il comportamento: sei in condotta perché, se c’era una rivoluzione in atto, a capo c’erano sempre lui e suo fratello Tore. Io alle medie, dal canto mio, mi ero ritirata perché la professoressa mi tirava le trecce. In prima ragionieri ci eravamo rimessi in carreggiata, insieme. Sei innamorata anche del cestino della carta, mi diceva la poetessa Lucia Pinna, che ci faceva italiano. Era stata la prima ad accorgersi che io ed Elias eravamo fidanzati.
Gonario Corbu avrebbe voluto buttarsi dalla finestra.

L’anno successivo ci preparammo per ridare l’esame; Vittoria, la sorella di Elias, insegnava a Lodè e si diceva in quel periodo che ci fosse uno spirito che muoveva il letto del parroco. Ischidae su pride! gridavano ogni volta le suore, perché era l’unico che potesse entrare nella stanza da letto del parroco e rimettergli a posto il giaciglio ferroso. Avevano incolpato una donna lì a Lodè, che si diceva avesse poteri paranormali. Un giorno quella donna disse a Vittoria Tu hai un fratello che deve dare l’esame di maturità. Devi dirgli una cosa, sia a lui che alla sua fidanzata, devono per dieci notti pregare per un’ora, da mezzanotte all’una, con la candela accesa. Qualsiasi preghiera andrà bene, purché si concentrino. Altrimenti saranno bocciati di nuovo. Ogni notte a mezzanotte, con la candela sullo sgabello e la sveglia davanti per controllare che passasse l’ora, cantilenavamo qualche avemaria e qualche padrenostro, ritrovandoci ad amarci anche nei doveri spirituali.

Io avevo venduto tutti i miei ori al “Compro Oro” per pagare le tasse; mia mamma non voleva pagarmele: diplomarti per sposare uno così, tanto vale non studiare, diceva. Ma io volevo diventare una Signora. Sapevo ricamare e far di conto, ma volevo continuare a studiare.
Il giorno dell’esame c’era un altro professore, e di nuovo stava sbagliando sul verbale; ma per fortuna alcuni nostri compagni se ne accorsero durante l’esame e non dopo, così l’errore venne corretto in tempo.
Quando sono molto stanca o mi sento male, sogno ancora l’esame.
Quell’anno fu l’ultimo in cui pregai con la candela accesa, e nemmeno andai più in chiesa. Era una cosa di famiglia: mio nonno non faceva andare le figlie in chiesa: veniva il prete da noi a celebrare la messa e lui faceva da chierichetto, serviva la messa. Nel terreno – lui faceva il contadino – aveva una cappella privata, e dava dei soldi al prete per celebrare la messa lì. Quando c’erano le processioni e le funzioni di chiesa, le figlie non le mandava neanche con la cognata; e così anche mia madre ci diceva che i preti avevano l’anima più nera della sottana.

Mamma e babbo si erano sposati nel ’31; lui la tradiva già da prima, e nel 32 erano morte le loro prime due bambine, Teresa e Rachele. Erano morte di gastroenterite, una dissenteria che non si riusciva a fermare perché il latte di mamma Adele era troppo avvelenato dai dispiaceri. Nel ’33 nacqui io e nel ’34 mia sorella Marisa, sopravvissute perché ci allattava la vicina di casa. Ci prendevano in giro per questo, ci dicevano che eravamo figlie di tzia Maria Antonia Ferrando. Dopo di lei, prendevamo latte d’asina.

Mi sono innamorata di Elias perché era intelligente e aveva gli occhi belli. Era pestifero, un nuorese DOC. Non voleva che io protestassi se nei negozi mi imbrogliavano, non andarci più e basta mi diceva. Era il più intelligente della classe, e anche di tutta la scuola probabilmente. Era molto attento con me, quando mi parlava mi teneva la mano, era molto galante, mi apriva la porta, mi faceva passare per prima, e non voleva che indossassi vestiti colorati o abitini a fiori. Non voleva che cantassi: faceva passare la gelosia per signorilità, diceva che la donna era come una religione, come s’io fossi la Madonna.
Qualche volta andavamo al Cinema Teatro Eliseo, a guardare i film di Anna Magnani. A me piaceva anche passeggiare al Corso, ma lui voleva passare nei vicoli. Il primo incontro romantico fu sotto l’arco della Cattedrale, dove c’è il portone che porta su alla casa del vescovo. Entrammo nel portone presi per mano, in silenzio. Fu il primo bacio rubato, ingenuo, rapido come un guizzo di sole nell’acqua. Il primo bacio vero invece, appassionato, lungo, me lo diede in viale Ciusa, verso la Solitudine. Poi un giorno ci scoprì suo babbo, che era molto severo perché era nobile e non parlava molto da quando aveva perso un braccio nella Grande Guerra. Non aveva detto una parola e aveva voltato le spalle. Bastat s’ocriada, aveva detto Elias.

Poi venne la guerra e mia madre mi mandò da una zia in Continente, ché i nuoresi morivano come mosche per la malaria e la tubercolosi; erano meglio i bombardamenti, la sirena che suonava, la grotta in cui ci nascondevamo quando suonava l’allarme. Nascondevamo lì sotto le patate, le noci e le noccioline. E mi ricordo ancora zio Vittorio, che ogni volta che suonava l’allarme prendeva tutti i gioielli, scappava nel pollaio e li sotterrava sotto la cacca delle galline. I fascisti non ci fecero mai niente di male, al contrario della malaria che solo nel Quaranta a Nuoro ne aveva uccisi centonove: il Regio Liceo, adibito ad ospedale militare, puzzava come un lazzaretto. Meglio la morte che la malattia, mi ripetevo a mente per non impazzire sotto i tuoni del cielo senza pioggia. Rimasi dai parenti continentali fino alla fine della guerra e, quando furono arrivati gli americani, i tedeschi erano ancora lì. Gli ultimi undici li massacrarono davanti ai nostri occhi e li misero in una di quelle caverne dove noi ci rifugiavamo.
Li murarono lì dentro.

La guerra era finita ma io lo stesso non potevo essere felice e innamorata come prima, con tutta quella guerra negli occhi.

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