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Piccolo trattato sulle crepe e sulle macchie

Racconti di rotture, crisi, cedimenti e altri incidenti

Capitolo Uno

14 02 14 by

Mia nonna diceva sempre: sparagno non è mai guadagno.
Tutto era cominciato con una di quelle piccole cose tremende che non credi possano mai accadere a te: essere derubato della bici in inverno, al lavoro, in un giorno di pioggia e senza grandi alternative. Scendere per la pausa pranzo e non trovarla. Andata. Finite le corse lungo i tratti dolci di questo Nord, scadute le ore libere sul ciglio d’un’impazienza sempreverde. Perduti quei secondi nel tragitto dalla stazione all’ufficio, quei minuti di incredulità vagante prima di timbrare il tesserino.
Era la bici che mi aveva regalato Marco prima di partire per il Belgio e per questo ci avevo messo un bel po’ di tempo prima di sostituirla con un’altra: avevo giurato di non cercarne nemmeno una di seconda mano almeno fino alla primavera, quando i nuovi amori sono autorizzati a sbocciare. Invece dopo un paio di mesi, che era ancora inverno, ecco un vero affare: venticinque euro con catena e tutto, e non ci ho pensato su. Questo signore dev’essere un po’ suonato, continuavo a dirmi durante lo scambio una mattina di gennaio, una bici nuova perfetta luccicante tutta intera, con accessori e dotata di ogni comfort, a soli venticinque euro tutto incluso.
Era mia. Così conveniente e mia.

Il lavoro in ufficio continuava a nutrire le mie frustrazioni come demoni a tre teste; non mi divertivo più e sentivo di non avere più niente in comune con gli altri – a parte il fatto che, seppur socio lavoratore, ero pur sempre un socio come loro. Quando sono passato dall’altra parte? ho cominciato a chiedermi, quando ho smesso di avere una vita al di fuori del lavoro? Quando ho cominciato a odiare quasi ogni sfumatura della mia passione? Non so di preciso nemmeno quando ho iniziato a diventare burbero e irascibile, a litigare con tutti per sciocchezze, senza però mai affrontare la grande questione della mia posizione lavorativa. Senza mai farmi rispettare con polso. Sto facendo il loro gioco. Mi sto rovinando con le mie mani.
Non so di preciso come uscirne ma nemmeno come rassegnarmi, so solo che: tra me e Giuseppe non c’è più amicizia; Luca mi tende impercettibili trappole fiscali; Emiliano non sa muovere un passo senza di me; mentre giorno dopo giorno Giulio mi affida la realizzazione di ogni suo piano aziendale, come fossi un robot o roba del genere, senza ascoltarmi, senza considerare le mie opinioni. Ma io non sono un robot.

Pedalavo e pensavo questo quando sono andato a sbattere.
Così, di giorno, neanche presa velocità, senza più difesa o orientamento.
Ho preso il palo in pieno e mi sono fratturato la clavicola – la sinistra, ovviamente, perché sono mancino.
Un manubrio ballerino era incluso nei venticinque euro tutto incluso, l’erba bagnata era inclusa in quell’amara pausa pranzo da quindici minuti tutto incluso. In un attimo mi sono rotto: ho sentito sulla pelle il limite della sopportazione, gli occhiali sono volati tra i ciuffi umidi profumati d’inverno.
È stato come un colpo di risata troppo forte, i demoni a tre teste hanno cominciato a masticarmi i muscoli e poi, dal collo abituato a giustificare tutto e tutti, mi sono abbandonato all’assoluta ribellione delle mie ossa.
Una ribellione intima, interna e corporale, mia. Una bellissima prognosi di ribellione, quaranta giorni, assolutamente mia.
Così conveniente e mia.

  

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