Ho chiesto alle stelle

16 12 12 by

 

La vita di redazione non faceva per me.

Mi smembrava le giornate dall’interno, facendole vorticare come dentro un tornado ma senza che si muovessero di un solo centimetro. Tutto, dentro quella redazione nel centro della capitale, andava contro la mia natura: le cornici, le scrivanie, i volti e i titoli, le riunioni, le braccia conserte e i sorrisi non corrisposti. La mia vita era fuori, a vivere storie per poi raccontarle, a parlare con i poeti del mondo per poi dar loro voce, anche quelli seduti sulle panchine, anche quelli in fila per fare la spesa. La poesia era ovunque, avevo imparato, dentro ogni cosa, perché ogni essere umano nasce poeta, contenitore di bellezza inaspettata. Ma di poesia, lì dentro, non ce n’era; e di certo non mi sbagliavo, perché la poesia risuona con me dentro la linfa e dentro il sangue e io non sentivo nessuna cosa vibrare.

  

Io stessa cominciai ad andare contro la mia natura, per vedere se era lei ad essere sbagliata. Cominciai a smettere di pensare, di inventarmi nuova ogni mattina, di decorare la mia esistenza scegliendo i sentimenti più diversi dalla tavolozza del mondo. Cominciai a non dire ‘ciao’ ma ‘salve’, a non seguire né il cuore né il cervello, mettendoli in letargo seppur fosse maggio. Stavo cedendo al mio nemico interiore e smisi di crescere e di evolvermi. Dovunque andavo non provavo che malessere e cominciai a dimenticare che il mio carburante è fatto di movimento, verità e passione. Così mi ammalai, finché decisi di andarmene.

Feci i bagagli e decisi di tornare nella mia terra natia. Giugno era appena cominciato e con lui la mia nuova vita. Era così bella che non avevo il coraggio di guardarla dritto negli occhi, ma ne sentivo il frescore sulla pelle. Il mio ennesimo grande ‘no’ a ciò che andava contro la mia felicità mi permise di vedere ancora oltre l’orizzonte del mio mare d’infanzia, giocare ancora con i miei capelli al vento mentre il cielo si sfumava sulle onde.
Andai scalza e decisa alla locanda sulla spiaggia, quella che aveva sempre mandato le musiche di sottofondo alle mie estati, a pochi metri da casa mia. Andai scalza e decisa perché volevo lavorare, farmi “la stagione”, essere schiavizzata e sottopagata se era necessario, ma sentirmi di nuovo libera di godere della mia terra, della mia aria, della mia gente. Andai scalza e decisa ed ottenni il posto. In nero, qualche spicciolo l’ora per dieci ore al giorno, senza mai un giorno libero.

  

Il padrone della locanda era un maiale viscido di mezza età, famoso nella mia famiglia perché da piccolo rubava gli asciugamani da spiaggia dal bagnasciuga, insieme alle sue sorelle. Mi stimava perché a differenza di tutte le altre cameriere io avevo studiato, i clienti mi adoravano perché sapevo conversare, alcuni tornavano solo per me e volevano essere serviti solo da me. Mi diceva ‘come sei solare’, il mio capo, eppure con lui fiatavo solo se interrogata. Era burbero e malpensante, senza un solo amore al mondo che non fossero i suoi soldi: anche ad agosto, nel più movimentato e frenetico dei giorni, lui si ritagliava un minuto dal suo oziare per aprire la cassa e mettersi a contare i biglietti da cinquanta, compiaciuto e sudato.

I primi tempi servimmo solo i piatti del cuoco, prevalentemente a base di pesce fresco: sauté di cozze e vongole, antipasti di gamberetti e polpi, sedano e bottarga, spaghetti allo scoglio, risotti ‘alla tartaruga’ senza tartaruga, polpa di granchio senza granchio, e poi orate e spigole, al sale o alla piastra, filetti di tonno, filetti di pesce spada, fritti misti di paranza – che ogni cliente ordinava senza sapere cosa fosse. Poi una sera arrivò il pizzaiolo, da Barcellona. E cominciammo a servire più pizze che pesce perché quella non era una località turistica per ricchi.

Lui era bravino a fare pizze; ma riassumeva in sé esattamente tutto ciò che detestavo. Il tono di voce, la risata, il portamento, la statura, l’infima levatura morale, il maschilismo nella sua più bieca forma. Sventolava in faccia al mondo l’inspiegabile escursione tra il suo valore e la sua presunzione come fosse una medaglia d’oro al valor civile. Soltanto sapere che una tale somma di fastidi poteva esistere nel mondo mi rodeva moltissimo e lui mi irritava a tal punto che dovetti averlo. Possederlo nelle viscere, contrarlo come un vaccino per tenere ben presente che cosa non volevo mai più avvicinare. Come se dovessi affondare negli abissi nauseabondi della stizza per esserne redenta per sempre, per tornare alla condizione libera e alla piena dignità morale, per riscattarmi come donna e rinascere nuova dalle ceneri dell’umiliazione.

  

D’altronde era questo l’estate per me: il recupero di tutte le bassezze mancate in un inverno di sobrietà e fierezza, il saldo di leggerezza da incassare alla fine di una processione di mesi seri e impegnati. Capelli al vento e salsedine, brezza marina e odore di pesce fritto, lavoro manuale che libera dalla frustrazione intellettuale e che insegna lezioni durature.

Un giorno, mentre servivo ai tavoli di fronte al mare, lo guardai con occhi come funi e capii che il disprezzo reciproco era tanto da attrarci come elettroni impazziti. Così, sera dopo sera, dopo la chiusura della locanda cominciammo ad andare al molo oltre gli scogli, senza parlare.

Come un’urgente flebo di lontananza dai pesi della coscienza, ci incastravamo in un doloroso abbraccio distante contro ogni legge della fisica. Il mare era calmo e il vento ci snobbava. Qualche formica ci evitava nel percorso della sua coerenza. La luna ci spiava senza giudicare. Io guardavo le stelle e le imploravo che fosse breve e docile, la lezione che mi stavano impartendo quell’estate. Loro mi rispondevano luce, che per ogni cosa ci vuole il suo tempo.

Giusto un estate.

  

Related Posts

Tags

Share This

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *