Venticinque è il fluire

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E se fosse troppo tardi?

Sentirti più vicino, adesso, ha il sapore amaro di una vincita arrivata postuma, di un numero giusto – sulla ruota delle mie brame – giocato dopo l’estrazione; un’eredità indesiderata, una battaglia vinta esangui sul limite del non ritorno. Sentirti adesso, così vicino: fa quasi più male. Il tanfo rancido della frutta più buona rimasta troppi giorni all’aperto, l’olezzo acre d’un amore troppo a lungo incustodito, offeso. Me n’ero convinta una sera d’estate, nuda e stanca, seduta sulla panca dura del mio orgoglio: che tu non fossi come me, meteora di luce sul bordo del cosmo. Troppo cattivo con le tue emozioni, troppo pragmatico nel decidere – e recidere – ogni tuo sentimento; glaciale, gelido, impassibile davanti al calore del vento e della salsedine, irremovibile davanti all’alba e ai miei occhi lucidi. Ti ho odiato, ti ho compatito, deriso maledicendoti perché non volevi vedere d’esser mio. M’ero detta mai più, sotto un cielo muto di stelle. Me n’ero convinta per non morire e un po’ per non gioire, ma tu non te ne sei mai andato.

  

È stato difficile, ah, se lo è stato: accettare il tuo patetico spietato rifiuto di te stesso, ingerire il tuo goffo tentativo di scampare alle ragioni del cuore, comprendere – amare, persino – la tua consolidata legittima difesa, fino a scherzare con te delle tue testarde rincorse dietro donne vuote, improbabili ed inutili. È stato difficile, oh, lo è stato: crescere. Forse invecchiare, arrendermi, come tu mi avevi insegnato a fare.
Ma chi ti credi di essere, a tornare ora per me?

  

Adesso, sentirti più vicino ha il sapore dolce dell’estate di San Martino. Una seconda estate vissuta sopra la prima, proprio quando le lucciole sembravano essersi affievolite, i grilli ammutoliti, i colori e i profumi attenuati sotto il peso fresco degli autunni dell’anima. Così, all’improvviso, una seconda possibilità per l’amore e per quest’altra estate che arriva dentro al freddo, tiepida e morbida, più generosa che mai, a rimanere una stagione ancora o per tutta la vita.

  

Che cosa ti succede adesso? Se cercarmi non è più prerogativa di motivi validi, spirito di sacrificio e altruismo atroce, soluzione dissolta nelle serate in cui non sai con chi parlare, allora che cos’è? Quand’è che ha bussato alla tua porta la gelosia, l’insofferenza, il desiderio di essere con me al posto di chiunque altro, e presto? Penso all’ultima volta in cui siamo stati insieme, alla tua gentilezza forte da farmi mancare il fiato, e ancora sorrido; mi rivedo nel tentativo sciocco di resisterti e il tuo non ci provare – minaccioso, malefico, eccitante – risento i battiti e gli odori e le carezze, le distanze azzerate. Quel silenzio che vale più di mille parole, quelle parole pronunciate contro ogni aspettativa, ferme e decise, parole care e a caro prezzo, ruvide, bollenti.

  

Ce la devo fare, mi hai detto, torno prima di Natale.
E allora l’unica cosa che voglio da questo Natale, amore mio, è che siano nostri alleati il libero arbitrio, la forza di volontà e la costanza. In nessun babbo, in nessuna slitta, in nessun pacchetto voglio sperare, ma in noi. L’unico dono, a dicembre, voglio che lo facciamo a noi stessi: essere quello che siamo senza paura, prenderci quello che vogliamo senza vergogna, perché tutto quello che possiamo volere esiste già ed è dentro di noi.
Elfi, aiutanti, renne, abeti addobbati. File ai centri commerciali, pandori, motivetti canticchiati tra la folla sbadata. Fiocchi, fiocchetti, biglietti d’auguri, ogni cosa su questa terra – prima di capodanno, tesoro, poco prima – voglio che ispiri alla nostra più spietata emancipazione dalla tristezza, dal risparmiarsi, dal trattenerci. Niente vorrei per questo Natale, mio meraviglioso lontano dolore, se non la certezza di poter avere ciò che voglio fino in fondo, la consapevolezza di tenere in pugno la mia chiave, la fortuna di aver imparato una volta per tutte la combinazione del mio ardire.

  

E tu? Mi dici ce la metto tutta, sarò da te prima di Natale; e allora l’unico nascere che conosco è quello del tuo seme dentro me, del tuo fidarti e affidarti a me, mio grande stupore: l’unico Natale in cui credo, l’unica rivelazione rosso fuoco, è quello del poggiarmi alla tua schiena e respirare e amare, è quello del tuo cullarmi sotto l’olivastro grande, è quello delle guance tue calde nello scoprirmi tua ancora una volta. Ti risento dire ancora un poco e poi sarà Natale e ci rivedremo, staremo assieme, e allora l’unico venticinque è il fluire dei tuoi capelli sotto le mie dita, il sederci vicini davanti al tramonto, lo stringerci le mani mentre facciamo colazione.

  

Che cosa ti succede? Adesso, sentirti più vicino ha il sapore neutro dell’acqua che scorre e non torna più indietro. La freschezza netta dell’aria pungente di fine anno è una caduta lieve, un gioco senza regole, che mi sfiora la schiena fino al più sottile dei piaceri.
Ora guardo nei tuoi occhi, muoio sulla tua pelle e so che non ci sarà nessun Natale, nessun desiderio avverato troppo tardi, nessuna lettera di richieste buone: solo, all’imbrunire della nuova era, un seme giallo che fiorisce, il bocciolo giusto che germoglia.

  

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