Vocabolario creativo: Zafferano

19 01 12 by

(pianta erbacea con fiori a imbuto, i cui semi essiccati danno una polvere gialla molto aromatica, usata in medicina e in cucina)

  

  

  

  

Giallo e viola. Viola e giallo.

  

Fu solo per te che raccolsi zafferano. Quella notte senza luna brillava solo lui, le sue briciole accese illuminavano i quindici sentieri del mio peccare mentre tu, assorto, intriso di sole e infinitamente solo, mi guardavi con la coda dell’occhio senza giudicare quella folle, indecente generosità che mi percorreva come un brivido impaziente. Quella notte senza stelle, perché io non ero innamorata.

  

Brillava lo zafferano sotto un cielo muto e sobrio. Giallo e viola. Viola e giallo. Era ricchezza ciò che volevo donarti, abbondanza senza una misura. Fu tutta me stessa e poco altro, quella notte, per te che impietrito sedevi a guardarmi, mentre sfogliavo il giallo tesoro del tuo terreno senza dire una parola. Virgole divine imbevute nell’oro, di un sapore più intenso della felicità quando è l’istante in cui va via, virgole tenere, di un profumo vano come la poesia.

  

Dovevo parlarti, ma non ci riuscii. La polvere di zafferano copriva ogni cosa, le mie mani, la mia bocca, e così non dissi niente. Preferii donarti tutto ciò che di più prezioso esisteva nel mio mondo, il mio tempo, il mio silenzio, il mio incedere lento e preciso nel selezionare le parti del fiore che ti avrebbero reso ricco. L’abbondanza, ti ricamavo addosso, mentre io affondavo, e non ti dissi niente.

  

Quelle virgole erano poca cosa e perciò così preziose, d’un oro quasi rosso in quella notte senza stelle, ché il cielo non era innamorato. Sottolineavano tutte le parole che non ti dicevo e quelle che tu non sentivi, mentre le venature viola procedevano sui petali come lacrime non piante. Le gocce gialle sui mantelli segnavano il percorso di questo altruismo nocivo che mi portavo addosso come un morbo non riconosciuto, e tu zitto, come il cielo quella notte perché non eri innamorato, stavi a guardarmi e non capivi.

  

Giallo e viola, viola e giallo, ma tu eri già di un’altra. Le lingue dolci dello zafferano adesso erano denti aguzzi, canini dorati che non portavano altro che una gialla sciagura. Di un’altra ti ho incontrato, e di un’altra ti lascio. E’ sempre in un piccolo anfratto che m’infilo, da questa fessura d’amore in cui riesco a passare facendomi piccola. Meno è lo spazio dove infilarmi, più mi rimpicciolisco, e scendo, e scendo, e m’affilo e m’affino, m’affido e sto in apnea. Poi passo, come uno spiffero prodigo.

  

  

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