Postfazione a Focus Viator di Lorenzo Mazzoni

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E’ uscito il nuovo libro di Lorenzo Mazzoni, scrittore e reporter di Ferrara.

  

  

Ecco l’indice:

01. La baia di Abu Makhadeg
02. La porta chiusa a chiave
03. Marrakech
04. Amsterdam
05. Caccia al piccione ad Hyde Park
06. La Mercedes di Fratello Numero Uno
07. Statale 9
08. La città del legno di sandalo
09. Il pullman bruciato
10. Bucuresti Requiem
11. Emirati Arabi Uniti, il luccichio scadente12. Ricostruire Kabul?
13. Deutsche Demokratische Republik
14. Lisboa
15. In ricordo di My Lai

  

  

Ecco un brano tratto dal capitolo “Bucuresti Requiem“:

“[…] Vai in cerca di quadri per il mercatino davanti al monastero Antim. Se non li trovi chiedi a qualche rivoluzionario dell’89. Le loro case sono piene: per la rivoluzione (?) si espropria alla nazione anche il patrimonio artistico. Vai a Stravropoleos, a Spiridon. Attraversa la piazza della Repubblica, evita le bande di cani randagi, evita le macchine. […] Vai a fare una corsetta per il Bulevardul Balcescu. Mettiti una mascherina antismog. Aspetta un autobus che non arriverà mai. Torna indietro per Boulevardul Unirii. Il Boulevard della Vittoria del Socialismo: non ha portato tanto bene.Vai a Bucarest d’inverno, ricopriti con tre cappotti e cinque strati di magliette dello Steaua. Di notte fa meno quindici gradi. I pochi parchi sono spogli, le strade buie. Guarda sotto i tuoi piedi. Osserva le mani che sollevano il tombino. Segui il passo ciondolante dei bambini che sono usciti dal sottosuolo. Vai dietro i loro passi. Ricordati, quando sarai a casa, di aver visto un moccioso di otto anni inalare colla Aurolac e poi crollare al suolo. Ricordati, tienilo a mente che nelle fogne di Bucarest vivono centinaia di bambini […]

  

  

Ed ecco la Postfazione di Valeria Gentile:

Qual è la linea che separa il giornalismo dal lirismo? Come si riconosce il confine tra reportage e racconto, tra documento e diario? Dov’è il bordo tra esperienza personale e servizio all’umanità? Dove finisce il fine a se stesso del pettegolezzo per lasciare il posto al bene comune della conoscenza? E ancora: come ci si districa dalla questione privacy vs onor di cronaca?

Come in tutte le cose del mondo si tratta di un confine labile, un elastico che si allunga e si restringe a seconda della situazione, che cimette ancora una volta davanti alla certezza che non esistono i neri e i bianchi dei dogmi e dei manuali universitari, ma i grigi dell’umano procedere, le vie di mezzo, le circostanze. Quelli che come noi fanno questo lavoro si trovano ogni volta davanti a una pagina bianca e a questi quesiti, che sono come il sale che insaporisce una pietanza: i più fortunati non trovano una risposta. Quantomeno non una sola.

Certo è che libri come questo esistono e continuano a nascere: non sono prodotti di una mano ostinata e arida, ma germogliano nella coscienza di chi entra in altri mondi, fioriscono di respiro nuovo nel magma mediatico dell’infotainment dilagante. Esistono, e continuano a nascere a dispetto di chi rimpiange il cosiddetto “reportage vecchia scuola” commemorando il “giornalismo dei padri” come fosse ineguagliabile.

È la sfida del passo lento nella frenesia di questi tempi: dell’andare piano e lontano senza cedere al vorticoso canto delle sirene della mediazione di massa. È l’arma segreta del sentito sulla propria pelle che vince sul sentito dire.
E allora ecco che il passo si fa inchiostro e l’incontro si fa storia. Perché è senza storie che l’essere umano non può vivere, non senza notizie o scoop. Le storie che, con il loro velo di mistero e universalità, ci riportano all’essenza delle cose. Quella che ci permette di riconoscerci nella mano di un contadino vietnamita, nello sguardo di una disoccupata a Bucarest, nello spirito di un musicista a Rio de Janeiro.

La parola riportare presuppone un’azione, e la presuppone come stile di vita. L’essenza di questa attività affonda le sue radici in uno dei bisogni più forti e nobili che l’uomo possieda, anche se spesso ci scordiamo che la vita è comunione. Ecco ciò che fa il reporter: mette in comune, mette a disposizione dell’umanità – di cui si fa interlocutore privilegiato – le parole, le storie, le emozioni e le immagini che incontra nel suo cammino. Accomuna il simile e il dissimile. La sua missione consiste nel restituire esperienze, patrimonio dei popoli della Terra. Vive per portare indietro ciò che ha visto proiettandosi in avanti nella ricerca della verità: una verità che lui scopre nelle piccole cose, in un viso, in un dipinto, negli edifici di una città, e che vuole poi generosamente trasferire nei pensieri di chi lo “ascolta”. Egli osserva, ascolta, assorbe. Per poi trarre dal suo viaggio qualcosa di profondamente umano nell’insolito, di familiare nello sconosciuto, di uguale nel diverso. E ricavare, dal gioco della vita, uno dei migliori motivi al mondo per restare ben svegli, con gli occhi ed il cuore bene aperti, a riprodurre la realtà per chi – lontano, svogliato o bendato – non la vede ad occhio nudo.

  

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