Linosa: l’altra Lampedusa. Quando sbarcarono i mille

29 06 11 by

[Ecco il reportage del grande Vincenzo Cammarata da Linosa. Dopo la Scuola del Viaggio di Milano e l’Alta Formazione in Fotogiornalismo di Contrasto ha intrapreso l’attività di fotoreporter freelance. E’ uno dei fondatori del collettivo Fos – Focus on Stories.]

  

  

Scoglio di 5,43 km quadrati, dimora di 400 anime che hanno vissuto silenziosamente molte emergenze, Linosa è un’isola di confine. Un confine che troppo spesso sparisce ingoiato dall’oblio e dalle cronache provenienti dalla ben più nota Lampedusa.

  

Linosa è un’isola ormai spenta al centro del Mar Mediterraneo, in bilico sul bordo della zolla europea, fatta di capperi e fico d’india. Pochi italiani conoscono questa frazione del “comune di Lampedusa e Linosa”, molti sono i “forestieri” che qui comprano casa e cambiano vita: alcuni per un paio di stagioni l’anno, altri definitivamente, come ha fatto Claudia aprendo il diving in riva al mare.

“Parte la nave oggi?” E’ questa la domanda a cui quotidianamente si prova a dare una risposta guardando il cielo, sentendo il vento e cercando di indovinare a quanti nodi soffia e soffierà. Questo è l’argomento principale di tutto il paese, che fuori stagione, si riunisce intorno all’unico bar aperto. Ti accorgi allora che sei in una vera isola. Una di quelle in cui l’unica via d’accesso, o di fuga, è il mare. Altre isole fra Europa e Africa sono abbastanza grandi per far correre un aereo, ma qui trova posto solo una piazzola che funge da eliporto per i casi d’emergenza. A gestire le emergenze c’è Ramuzzo, al secolo Salvatore Ramirez, impiegato comunale factotum che all’occorrenza guida l’unica ambulanza di Linosa.


Forse pochi sanno dello sbarco record che l’isola ha dovuto fronteggiare il 27 marzo scorso. In un giorno solo, 924 disperati scortati dalle motovedette della Guardia di Finanza, su un’isola di 400 anime. La storia stessa di Linosa inizia con uno sbarco nel 1845, quando lo Stato Borbonico decise di prendere possesso di queste pietre nere e di questa terra fertile, approdo strategico in mezzo al Mediterraneo. Quindici anni dopo i mille “liberarono” il Meridione dal giogo borbonico, sbarcando a Marsala armati di fucili e del compiacimento di alcuni, unificando l’Italia, isole comprese.

I mille sbarcati a Linosa il 27 marzo erano armati solo di speranza e facevano parte di un più grande e complesso processo di unificazione: quello già in atto fra le due sponde del Mare Nostrum. Fra i primi a intervenire fu Claudia Rossetti, ex responsabile risorse umane di una casa editrice milanese, ora perfettamente integrata nella vita dell’Isola dove gestisce il diving con il compagno Giovanni. “Erano circa le 13, passavo allo Scalo Vecchio quando scorsi una vedetta della Guardia di Finanza vicino al molo e il mio compagno che aiutava per le operazioni di ormeggio. Nessuno aveva avvisato dell’emergenza e anche i Carabinieri furono colti di sorpresa. Iniziammo a far sbarcare 304 profughi eritrei e somali: la prima a sbarcare fu una donna eritrea con un bambino di dieci giorni in braccio. Erano già arrivate circa 380 persone durante la notte e ne sarebbero sbarcate 262 più tardi, verso le 16. E’ stata un esperienza di forte umanità, difficilmente la dimenticherò.”

Claudia fa parte dell’unica associazione di volontariato di Linosa, la Guardia Costiera Ausiliaria. Dopo qualche momento di choc si è attivata la solidarietà dell’isola, spontanea e silenziosa. Claudia e le altre donne si diedero da fare per prestare i primi soccorsi mentre la guardia medica, allora presidiata da un unico medico – la dottoressa Francesca Limuli – era un brulicare di bimbi che giocavano poco fuori l’ingresso, di linosane che continuavano a portare vestiti, pannolini e scarpe, e di donne che sotto pesanti abiti tradizionali africani, portavano in corpo, sotto forma di piaghe, i segni di un viaggio passato fra acqua salata, nafta e urina. “Nonostante il dramma già vissuto e la stanchezza”, ricorda Claudia, “la differenza di etnia e nazionalità fra somale ed eritree si manifestò nella forza che alcune ospiti avevano ancora per contendersi il posto letto offerto loro dal parroco in oratorio”.

“A quanti nodi soffierà il vento?” E’ questa la domanda che si pone con cadenza oraria chi vive normalmente a Linosa. “Linosa è come fosse un’altra barca” dice Salvatore Tuccio. Tunisini, eritrei, somali, tutti per Ramuzzo sono figli e nipoti. “Quel giorno stavo in campagna da me, quando vedo sei ragazzi sbarcati da poco che mi raccontano del loro naufragio. Li accompagno in paese dai carabinieri ma appena arrivo in piazza mi accorgo che siamo in piena emergenza: erano appena sbarcate quasi 300 persone”. Secondo Ramuzzo Linosa ha tre principali problemi: i collegamenti di linea con la Sicilia, un pronto soccorso non attrezzato e un servizio scolastico migliore. Fabio Tuccio, Capocentro della Guardia Costiera Ausiliaria, a questi punti aggiungerebbe una maggiore considerazione dal Comune che ha sede nella distante Lampedusa, a un’ora di aliscafo se il mare vuole. “Chiediamo maggiori risorse, sia per l’isola che per l’Associazione, che di fatto è riconosciuta come avente funzione di protezione civile”.


Eppure Linosa è da sempre stata un approdo naturale fin dai tempi delle guerre puniche. E’ il vero punto più estremo della zolla continentale europea. La roccia nera la rende simile a una piccola Islanda, ormai silente nel cuore del mediterraneo: un fazzoletto di terra fertile di fichi d’india, capperi e vigneti si arrampicano fin sopra i numerosi crateri che ne caratterizzano il suggestivo paesaggio…

fotografie e testo di Vincenzo Cammarata

 

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1 Comment

  1. alvaro

    ciao, vincenzo belle le foto e anche il commento , se capiti in umbria fammi un fischio ciao

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