Lo specchio di un paese: Bea Kabutakapua intervista Jodi Bieber

24 06 11 by

  

[Ngalula Beatrice Kabutakapua è una giornalista e fotogiornalista freelance italo-congolese che vive a Cardiff, dove ha frequentato il master in giornalismo internazionale, dopo la laurea in Letteratura, Musica e Spettacolo alla Sapienza di Roma. Ha lavorato nelle redazioni dell’Observer, Independent, Media Wales e BBC Music Magazine, L’Espresso, La Voce degli Italiani, Fumo di China e Guardian Cardiff. Questa è la sua intervista a Jodi Bieber.]

  

  

  

  

A cercarla su internet si fa solo confusione. Perché nella categoria “immagini” di Google, Jodi Bieber è un volto afgano, una giovane donna avvolta in un velo viola, alla quale sono stati recisi naso e orecchie. La donna del ritratto è Aisha Bibi, immortalata per la copertina di Time dell’Agosto 2010. La donna dietro la macchina da presa è la fotografa sudafricana Jodi Bieber. Classe ’67, Jodi Bieber è cresciuta nel Sudafrica in transizione dall’apartheid alla democrazia. I suoi progetti fotografici ritraggono un paese incerto e ambiguo, come in Between dogs and wolves (Tra cani e lupi); la bellezza sconosciuta di Soweto; la vera bellezza delle donne di Real Beauty, progetto ispirato dalla campagna pubblicitaria della Dove. L’immagine di Aisha Babi, un ritratto che vuole trasmettere forza e bellezza, ha colpito i giudici del World Press Photo 2011, che hanno consegnato il premio alla fotografa. Bieber è anche finalista del 2011 Women Media Award di Johannesburg. Anche via telefono, da Mosca, il suo tono è deciso e le sue idee riguardo alle sue istantanee salde. E pensare che la fotografia non era la sua prima scelta …

Qual era il tuo background quando sei entrata nel mondo della fotografia?
Non ho iniziato come fotografa. Ho studiato marketing e lavorato come media planner per un’agenzia pubblicitaria. Dopo uno o due anni ho deciso di partire. Ho preso il mio zaino e sono andata in Egitto, Turchia orientale ed Europa. Mio padre mi diede una macchina fotografica, era una Nikon FEM, una macchina FM. Durante quel viaggio, ho scattato delle foto orribili, ma non tenendo un diario scritto ho continuato imperterrita. Quando sono tornata, ho pensato di partecipare a un corso di fotografia. Un giorno mi son ritrovata con un volantino del Market Photography Workshop, un’organizzazione non governativa fondata da David Goldblatt. Mentre lavoravo per questa importante agenzia pubblicitaria, seguivo i corsi serali. In totale ne ho fatti tre, sei settimane ciascuno. Parte della mia educazione fotografica proviene da questi corsi, il resto viene dallo stare in strada e scattare foto.

Perché consideravi orribili le foto scattate durante quel viaggio?
Erano veramente tremende, veramente veramente tremende. Mi son resa conto che avevo il tipo di personalità che non andava in cerca dei luoghi turistici, il che spiega perché sia andata nella Turchia orientale e non occidentale. Le foto erano scattate da lontano, nella luce sbagliata … Non avevo una conoscenza della tecnica, ma sapevo per certo di essere interessata a culture e persone differenti.

  

  

Perché ti sei data al reportage?
Credo sia una decisione strettamente legata alla storia politica del Sudafrica. A quei tempi la fotografia era un modo per far conoscere al mondo l’apartheid. Le immagini che vedevo sui quotidiani erano molto centrate su questa tematica, la lotta contro l’apartheid. L’essere cresciuta in quel clima credo mi ha spinto verso il reportage.

Diresti che le foto che hai visto nei quotidiani ti hanno ispirata?
Decisamente. Anche quando scrivevo strategie di vendita per milioni di case in Sudafrica, avevo sempre la mia radio vicino, pronta a cogliere ogni cambiamento politico. Mi ricordo, Ken Oosterbroek e i colleghi del Bang Bang Club. Andavano in città per documentare gli atti di violenza, e sono morti l’uno dopo l’altro. Ken Oosterbroek è stato ucciso, Kevin Carter e Gary Bernard si son tolti la vita e Abdul Shariff è morto in un fuoco incrociato. Vedevo spesso le foto scattate da Ken sui giornali, è stato lui a darmi la prima opportunità di lavorare nel campo della fotografia.

  

  

Qual è il tuo approccio quando lavori a un reportage?
A dire il vero non lo chiamo reportage, non mi considero una giornalista. Io sono una fotografa. Più passa il tempo e più diventa importante scegliere temi molto legati alla mia vita, e probabilmente alla storia del mio paese. Il mio lavoro ora è molto differente da quando ho iniziato. Ad esempio ho lavorato a Between dogs and wolves dieci anni, dopodiché la mia mente era spenta, mi trovavo in una zona buia, avevo visto troppe morti. In quel periodo la situazione in Sudafrica era molto confusa, nessuno sapeva cosa stesse succedendo. Quel progetto in particolare riguardava i giovani che vivono ai margini della società, tra luce e tenebre. Non si riusciva a distinguere se un lupo fosse un cane o un cane un lupo. Quando lavori a un progetto personale, devi sempre imparare qualcosa. Devi cercare di comunicare qualcosa nel quale credi.


La crescita personale ti ha aiutata a personalizzare le tue foto?

Senza dubbio. Credo che la fotografia non possa essere semi autobiografica. Questa è la differenza tra il reportage vero e proprio e il non reportage, nel quale non credo. Reportage è una parola che mi fa pensare a registrare. Personalmente, cerco di non limitarmi a registrare, ma metto anche me stessa nelle foto.

Quando ritrai un soggetto, esservi connessa aiuta?
Non è possibile essere totalmente connessa al tuo soggetto o alla storia che vuoi raccontare, ma perlomeno ti deve interessare. Se non sei interessato, puoi anche riuscire a produrre qualcosa ma è utile e a volte più speciale, creare una connessione.

  

  

Hai ritratto molte donne nel corso della tua carriera. Che relazione stabilisci con loro?
Di solito stabilisco de bei rapporti con le persone che ritraggo. Faccio del mio meglio per includere le perone che fotografo. Per molti versi è una collaborazione, lavoriamo assieme per creare un qualcosa. Come in Real Beauty, una vera e propria collaborazione. Le donne sono state coinvolte sin dall’inizio. Nel tempo il mio lavoro è diventato molto più collaborativo.

C’è uno scrittore, artista o fotografo che ti ha ispirata?
Non credo ci sia una sola persona. Ken Oosterbroek mi ha inspirato all’inizio della mia carriera, David Goldblatt, Diane Arbus, Nick Waplington, la campagna pubblicitaria della Dove a Londra, sono state ispirazioni. La mia ispirazione viene da qualsiasi direzione.

  

  

Considerata la mole di tecnologia a disposizione, che consigli dai alla nuova generazione di fotografi?
Scattare sempre un file RAW. Quella è la forma più pura del file, è il tuo negativo e hai sempre bisogno di un negativo. Poi puoi anche salvare in TIFF e poi JPEG, ma non devi assolutamente scattare subito in JPEG. Devi rispettare il tuo lavoro. E devi imparare a scattare da principio come vorresti che la foto apparisse. Non è abbastanza dire ‘posso scattare in qualsiasi luce e poi modificarlo con Photoshop’. Quello che dico è: comincia con lo scattare in una buona luce.

Com’è possibile migliorare?
Scattando foto. Uscendo per strada. E quando le persone ti fanno delle critiche costruttive, devi ascoltarle.

Il tuo stile cambia in base al target?
Mai. Mai e poi mai. Il mio stile non cambierà per nessuno.

  

 

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1 Comment

  1. Che bella intervista. In poche righe sei riuscita a far venir fuori la persona. Complimenti. Lei poi…magnifica! Crede in quel che fa e lo si percepisce!

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