Tutto quello che avreste voluto sapere sulle Filippine

10 06 11 by

 

[Francesco Conte, poliedrico giramondo e reporter impegnato. Ha viaggiato dal nord – Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Canada – al sud del mondo – Portogallo, Libia, Balcani, Brasile. Da quest’ultimo viaggio è nato il libro “Canto a due voci. Viaggio in Brasile”. Dalle Filippine. ]

  

  

Avrei voluto parlare di Rio de Janeiro e del Pan di Zucchero, di come fu scoperta a gennaio e fondata perché ricordava il luogo dove il Tejo incontra l’oceano a Lisbona. Avrei voluto ricordare che da lì nasce il nome Rio, “fiume”, quando invece quello non era un fiume, ma una baia. Oppure avrei potuto citare il Maracanà, la Musica Popular Brasileira (Mpb) e il grande cantante Chico Buarque de Hollanda. Avrei potuto, ma non lo faccio. Preferisco piuttosto attaccarmi al misunderstanding dei nomi per ricordare la vicenda, riportata da Tzvetan Todorov in “La scoperta dell’altro”, secondo cui Colombo diede infine il nome Yucatan a quella punta di terra non sapendo che quanto dicevano i nativi, “yucatan” appunto, non era il nome di uno Stato, di una tribù o di un luogo, ma significava: “Non capisco.”

Per la mania di mettere nomi, si fanno molti errori. Alcuni celebri – ma lo sono davvero oltre i confini italici? – come Amerigo Vespucci e l’America. Sfido quanti sappiano l’origine della parola America, dal Canada all’Argentina. Molti di meno ancora sanno l’origine della parole Filippine, dal re di Spagna Felipe II. Le Filippine? Già, una colonia spagnola in mezzo all’Asia, l’unico paese a maggioranza cattolica in tutto il continente. Non solo, per gli spagnoli le 7.000 e passa isole delle Filippine erano una provincia del Messico. Dopo 300 anni di gesuiti e cristianizzazione, le Filippine diventarono indipendenti dalla madrepatria spagnola a suon di martiri – e di dollari. Comprate dagli Usa per pochi milioni di biglietti verdi all’indomani della guerra Usa-Spagna del 1898, le Filippine divennero Repubblica, e poi colonia giapponese, infine teatro di bombardamento massiccio americano e addio palazzi coloniali, il tram e i teatri di Intramuros – il centro storico di Manila -, welcome America, a prezzo di 250.000 morti circa, filippino più, filippino meno.

La reputazione dei filippini, bisogna dirlo, non rende loro giustizia, certo son bravi a pulire e ad accudire le famiglie degli abbienti, ma chi sa qualcosa su di loro? I brasiliani, si sa, hanno la capoeira, la cachaça, il samba (che in italiano chiamano ingiustamente la samba), la statua del Cristo e le cascate di Iguaçu (a metà con l’Argentina), ma le Filippine, perchè non ho mai pensato di andare in Filippine?
Beh, alla fine ci sono andato, ed è lì che ho scoperto varie amenità: 1) Magellano trovò la morte proprio in Filippine, ucciso dal leader tribale Lapu Lapu 2) Lapu Lapu è anche il nome di un pesce 3) Ironicamente, i filippini spesso non sanno dire la ‘f’, quindi chiamano il proprio paese “Pilipinas”. Se avessero potuto scegliere un nome, di certo non avrebbero optato per uno che inizia per ‘f’. 4) Le Filippine constano di 7.107 isole, forse altrettanti vulcani, e una quantità di spiagge mozzafiato e cibo delizioso 5) La loro lingua officiale è il tagalog, uno strano mix di spagnolo, cinese e lingue locali. In origine era una specie di sanscrito, fin quando gli spagnoli fecero irruzione (è proprio il caso di dirlo).

Una ragione per andarci? Le terrazze di riso di Banaue, lunghi dirupi coltivati tutto l’anno, al nord dell’isola di Luzon, la maggiore delle Filippine, dove c’è anche la capitale Manila. Altrimenti perdetevi nella città per poi ritrovare la pace in una delle isole di Palawan: coralli e noci di cocco, o altrimenti grotte e caverne nella pancia della terra. Un luogo dove non andare? Dove nessun filippino va, la parte occidentale del Mindanao – seconda isola filippina per estensione – dove da 50 anni si svolge una guerra tra indipendentisti musulmani e stato centrale (marcatamente cattolico). Le isole di Jolo e in genere tutta l’aria di Sulu faceva infatti parte di un Sultanato in comune con parti che sono ora in Malesia e Indonesia. Zona di influenza (ma solo commerciale) olandese prima e inglese poi, queste parti del Mindanao erano troppo lontane per gli spagnoli, e rimangono off limits anche oggi. Da google earth però si può capire di che bellezza si stia parlando. Giusto da lì uno si può fare un’idea che già soltanto l’idea di Filippine è un insulto alla storia di queste isole antiche – abitate da almeno 30.000 anni – tramutate nel call center del mondo intero. Già, da qui partono sondaggi, professional blogging e data management di molte compagnie al mondo. Tanti filippini (circa 90 milioni) di cui noi sappiamo poco, se non che sono piccoli e carini.

Testi e foto di Francesco Conte

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1 Comment

  1. Molto, molto bello questo spazio. Credo che il reportage sia l’anima del giornalismo 🙂

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