Caro signor nessuno

9 04 11 by

Caro signor nessuno,

vorrei dedicarti un paio di parole a posteriori non perché io non abbia avuto la risposta pronta quel giorno o perché voglia vendicarmi a freddo, ma perché purtroppo mi è stato insegnato ad essere rispettosa verso il prossimo in (quasi) ogni caso e a far buon viso a cattivo gioco almeno fino alla prima occasione utile per prendere atto della situazione e agire di conseguenza con senno e buon senso. Dico purtroppo perché nel mio sangue scorre una bizzarra forma di sensibilità che sintetizza sottopelle fastidi, rancori e dolori in molecole che mi si annidano negli organi e mi ammalano. Così può capitare che se cerchi di rovinarmi la giornata con le tue perle di saggezza da quattro soldi sputate a sproposito sulla mia vita, il giorno dopo io mi ritrovi con un’ulcera servita calda in salsa di febbre a quaranta. Non spaventarti, io e i miei anticorpi siamo una grande squadra, ed è così che lavoriamo insieme contro le infide infezioni che infiammano il mondo come te.

Non credere che aver letto qualche mio testo o avermi stretto la mano equivalga a conoscermi; né tanto meno il fatto che ti stimo per come tieni la telecamera in mano equivale ad averti elevato a docente esistenziale: sono sopravvissuta a stento alla scuola dell’obbligo e ho fatto giusto in tempo a rubare una laurea triennale – che peraltro non ho mai ritirato – e non ho certo nostalgia di bacucchi vecchi e giovani con complesso di superiorità e cattedra da insufficienti nella vita reale.

E insomma, senza conoscermi e senza presentarti, mi hai detto che la mia scrittura – la mia vita, il mio ossigeno, il motivo per cui mi sveglio ogni mattina – è acerba, che devo ancora crescere e trovare la mia strada, che molte delle mie parole andrebbero cancellate, “almeno il venti percento di ogni frase”. Mi hai detto che scrivo, e che scrivo come scrivo, perché ho “ancora un problema” con me stessa. Un “disturbo dell’ego”, l’hai chiamato. Così, un po’ per gioco, un po’ per provocazione – provocazione che non ho accettato, ma che colgo qui per spiegar(mi) delle cose.

Dunque, andiamo per ordine. Non sai scrivere e io di solito prendo lezioni solo con l’esempio – ma sorvoliamo su questo piccolissimo dettaglio. Fai il misterioso, non ti esponi in prima persona ma parli un citazionese fatto di autori e titoli che nemmeno un libraio iperattivo e logorroico. Hai una decina d’anni più di me e se crescere significa diventare così noiosa gioisco per essere acerba – che, peraltro, è una parola bellissima. Come gioisco al pensiero di dover ancora trovare una mia strada, dopo tutte quelle che ho percorso tra Europa, Africa, Medioriente e Asia, una strada tutta mia che ricolleghi i passi che ho messo uno dopo l’altro, in salita e in discesa, di corsa o in punta di piedi, a braccia aperte o col naso all’insù. Immagini che privilegio? Sempre acerba e senza una strada già segnata, come un frutto sempre nuovo di stagione e in balìa del vento, come un seno sempre fresco e libero sotto la maglietta.

Detto questo, volevo solo informarti che se tu mi conoscessi un po’ meglio sapresti che io un problema con me stessa ce l’ho ancora eccome. Sapresti che dopo tanti anni non mi sento più in colpa per non essere umanamente in grado di superarlo e che è grazie ad esso che oggi sono quello che sono. Che scrivo quello che scrivo e come lo scrivo.

Ma, a differenza di te, sono profondamente convinta di poter ancora imparare tanto da ogni piccola cosa, elemento, essere o sentimento, quindi ti ringrazio per la bella lezione di vita che mi hai dato. E per avermi ricordato che ho la forza e la tenacia non di una leonessa, che le viene facile di nascita e per costituzione, ma di una formica – che, di sicuro lo sai, può portare su di sé molte volte il proprio peso. Senza darla a vedere, tutta quella fatica, al primo formicone che passa.

 

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