L’Aquila chiama, l’Italia risponde

21 11 10 by

«E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della vendemmia.»
John Steinbeck, Furore

  

  

E’ il 20 novembre e a L’Aquila non piove. Il cielo è coperto da un mantello grigio, il Gran Sasso innevato sputa il suo gelido spirito sulla città, ma nemmeno una goccia. Poi, alle due del pomeriggio, comincia lentamente a cadere dall’alto una commozione fragile per quella enorme fiumana di solidarietà arrivata da ogni regione d’Italia; finché poi non riesce più a trattenere l’emozione e la città piove tutte le sue lacrime sul corteo, che si fa brillante di ombrelli colorati. E’ un pianto continuo che accompagna i visitatori, guidandoli tra le vie fantasma. Si fa più potente quando si arriva alla Casa dello Studente e poi continua fino a Piazza Duomo, forte di gratitudine per una partecipazione tanto bella quanto inaspettata.

Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi, diceva lo scrittore siciliano Tomasi. Una lettera sola a L’Aquila ha cambiato le cose: lo striscione srotolato dal cavalcavia vicino a via Fontesecco dice “Riprendiamoci le città“. Una e al posto di una a. La solidarietà al posto dell’individualismo, l’unità al posto dell’egoismo. Una sola lettera che stravolge il significato di una lotta e che all’improvviso rimette in gioco le sorti dell’intero Paese, facendosi grido di giustizia per tutte le vittime di inefficienza e opportunismo.

Ed ecco allora sfilare con ritrovata dignità – quella che perdiamo ogni giorno guardando la tv – le vittime della strage ferroviaria di Viareggio, quelle della scuola di San Giuliano in Puglia e i fratelli di sisma del Molise e dell’Irpinia, i cittadini di Terzigno e Napoli contro la cattiva gestione dei rifiuti, gli alluvionati del Veneto, i No Tav della Val di Susa e i No Tunnel Tav di Firenze, i No Dal Molin di Vicenza, i No Ponte sullo Stretto di Messina, i cittadini per la salvaguardia di Pisa e quelli contro gli inceneritori a Trento, e poi Torino, Bologna, Roma, Milano, Palermo, e altri ancora. L’Aquila chiama, l’Italia risponde.

Benvenuti a L’Aquila, una città coraggiosa e testarda” ha gridato Sara Vegni del Comitato 3e32 dal piccolo palco allestito in piazza Duomo. La bugia del “miracolo aquilano” è ormai stata smascherata più volte ma anche chiamarla tragedia non funziona più: gli aquilani aspettano ancora di sapere perché “la Commissione Nazionale ha detto alla gente di stare a casa tranquilla“. E’ Antonello Ciccozzi, antropologo dell’Università dell’Aquila, a rifrescare la memoria corta degli italiani: “i media nazionali diedero agli aquilani l’informazione che non ci sarebbe stato nessun terremoto. Una rassicurazione disastrosa è diversa da un mancato allarme“.


A un anno e mezzo dalla strage a L’Aquila non è cambiato quasi niente. Zone invalicabili, puntellamenti, montagne di macerie, palazzi spalancati, persino il rispettoso silenzio è lo stesso. Ma oggi è traboccante di italiani, oltre ventimila, che guardano con i propri occhi una ricostruzione mai cominciata e che chiedono giustizia con bandiere neroverdi ed elmetti gialli. Passano per una via XX Settembre che sembra infinita, oltre che solenne e bagnata, e che fa riecheggiare decine di accenti diversi sulle valli circostanti. Un grido unico di italiani che hanno firmato, dopo code lunghe ore, per la proposta di legge di iniziativa popolare sulla ricostruzione – che ha già raggiunto le diecimila adesioni.

Queste sono le parole di Federico D’Orazio, studente aquilano di medicina che fin dall’inizio si è battuto per la sua città.
Ho infilato una rosa bianca alle inferriate della Casa dello Studente, che dolorosamente resta ancora in piedi, mezza sana e mezza sventrata, ora che non c’è più bisogno che finga di proteggere qualcuno. Scandire “L’A-qui-la! L’A-qui-la!” appena arrivati per le vie della zona rossa è stato come salutare la nostra città, avvertirla che eravamo lì per lei. Ma ieri pur avendo firmato per la legge d’iniziativa popolare non mi sono preoccupato affatto che non si riesca a raggiungere le 50.000 firme necessarie alla sua presentazione in Parlamento. Né di ascoltare gli interventi dal palco; né, tantomeno, di contestare quello ambiguo ed ambivalente che sarebbe arrivato con buona probabilità dal Sindaco. Non li ho voluti nemmeno ascoltare, e me ne sono andato prima che cominciassero. Ieri ho voluto rivedere la mia città piena di gente e di vita“.

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2 Comments

  1. Quello che è successo a L’Aquila è spaventoso, ma ancora più sconvolgente è la noncuranza delle istituzioni che hanno completamento abbandonato la città. Un vergogna tutta italiana!

  2. Fede

    Grazie per questo post.
    Non sono potuta andare a L’Aquila quel giorno, ma le tue parole hanno lasciato trapelare l’atmosfera densa di emozioni che ha accompagnato il corteo.
    E a essere in pericolo, come hai sottolineato, non sono solo i territori colpiti dal terremoto.
    Manteniamo alta la nostra attenzione.
    Complimenti per il lavoro e l’impegno.

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