Vocabolario creativo: Rabbia

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(malattia infettiva che colpisce i mammiferi, caratterizzata da fenomeni convulsivi e crampi muscolari dolorosi, che si trasmette anche all’uomo attraverso il morso)

  

  

  

Piccolina, mi chiamavi, ma io piccola non sono.
Ho corso nei meandri della tua passività furiosa, tra i grovigli della tua sensibilità infetta, seminando i miei giorni di affanno e lacrime. E’ questo delirio, questa forza primitiva e malvagia, che mi teneva aggrappata a quel puntino all’orizzonte. Verso cui correvo, sapendo che non sarei arrivata a toccarlo.

Ho corso, senza sosta, senza che tu ti accorgessi di ciò che ti sfrecciava davanti, vivo e sanguinante, troppo preso dal pensiero malato di lei. E senza che me ne rendessi conto, più correvo più tu – punto dorato all’orizzonte – ti allontanavi, ti facevi più piccolo. Piccolina, mi chiamavi, ma io piccola non sono e avrei voluto gridarti in faccia la mia rabbia per essere viva, avrei voluto sputarti addosso la bile verdastra del mio sdegnato amore organico.

Lei, invece, è morta. Anni fa, ricordi? Ti ha lasciato da solo con l’immagine del vuoto che ti sei creato attorno, del vuoto che ti ammorba dall’interno, del vuoto plastico, del niente concavo che riflette la tua vita insulsa. Fatta di morte e suicidio vitale. Mentre io, viva e vegeta, in carne e ossa, ero lì che correvo per donarti tutto. Attimi animati, freschezza senza controllo, passione continuata, sentimenti diretti e limpidi. Abbagliante fertilità. Gioia di vivere.

Ma tu hai scelto lei, ancora avvolta nel velo defunto della tua memoria. Hai scelto la sua solenne dipartita, la sua fine affascinante, la sua bellezza ultima, scomparsa. Hai scelto deliberatamente la morte alla vita. Lei a me. Un’arma letale a una gioia terrestre. L’angoscia funerea al rosso brillante dei miei zigomi caldi. Il suo silenzio di tomba alla mia voce squillante.

Ho continuato a correre ingorda e forte dell’amore che mi bruciava dentro. Una corsa immobile, uno slancio paralizzato, sul bordo del rimpianto di qualcosa che non è mai successo. In equilibrio sulla mia follia ho continuato a correre forte, a desiderare violentemente, a sperare bramante, ad aspettare con accanita ostinazione. Ma niente. Il nulla. Se non il suono muto del trapasso, il soffio esanime del tuo testardo dolore. Avido di una vita estinta, finita.

Mi sono fermata, interrompendo la corsa. Adesso mi vedi? Cammino agile, piano. Se è la morte, quella che vuoi, non hai che da prendertela.

  

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