Reportage alla rovescia: viaggio dentro il giornalismo italiano

28 05 10 by

“Non era il caso di pensare, né di provare dei sentimenti. Lucy smise di cercare di capire sé stessa, e si unì alle vaste schiere degli ottenebrati, che non seguono né il cuore né il cervello, e marciano verso il loro destino sotto l’insegna di una parola d’ordine. Queste schiere sono gremite di persone caritatevoli e pie, che però si sono arrese all’unico nemico che conta veramente – il nemico interiore. Hanno peccato contro la passione e la verità, e ogni loro affannosa rincorsa di una verità sarà vana. Col passare degli anni, diventano oggetto di critiche. La loro carità e la loro pietà mostrano delle crepe, il loro acume diventa cinismo, la loro generosità ipocrisia; dovunque vadano non producono che malessere. Hanno peccato contro Eros e contro Pallade Atena, e non sarà grazie a un intervento celeste, bensì grazie al normale corso della natura che quelle divinità alleate otterranno vendetta.”
Edward Morgan Forster

  

  

La parola passione deriva dal latino passio, forte commozione dell’animo. E’ un’emozione violenta che domina la volontà di chi la prova. Passione è il trasporto totale per un’idea, è un impegno spontaneo, è un interesse profondo. Un amore incontrollabile. E’ una vocazione che ci spinge verso qualcosa facendoci prendere posizione nel mondo: tanto rara quanto riconoscibile, salta all’occhio al primo sguardo. Passione è colei che mi fa decidere cosa volere, cosa cercare di realizzare. Passione è colei che mi ha fatto lasciare con dolore indicibile la mia famiglia e la mia terra, per aggiungere un piccolo tassello al puzzle culturale di questo Paese. Colei che mi ha portata di peso a documentare tragedie collettive come quella de L’Aquila e della provincia di Messina, per dare voce ai terremotati e agli alluvionati, agli immigrati e ai senzatetto, alle vittime dei poteri forti e ai cittadini che perdono il diritto di gridare.
Passione è colei che insieme a me fa fare sacrifici ad altre migliaia di giovani che si vogliono ricostruire il futuro con le proprie mani, solo con le proprie forze e senza raccomandazioni.

L’avevo osservata nei miei sogni per anni, quella redazione. L’avevo immaginata così intensamente e nei minimi dettagli che quando ci sono entrata per la prima volta mi era sembrata l’ennesima e ogni scrivania, ogni sedia e ogni finestra sembrava appartenere alla mia storia. Una storia che era cominciata alle lezioni universitarie per matricole, tra le pagine di una rivista speciale che è entrata nei cuori di almeno due generazioni di italiani motivati a capire il mondo per cambiarlo.
Lo sanno tutti: sono questi i giornali che spruzzano un po’ di sale democratico nel logorato dibattito culturale italiano; sono i giornali a cui gli italiani si abbonano con entusiasmo, i giornali a cui le persone ancora pensanti scampate al morbo televisivo si aggrappano per tenere sveglie le connessioni nervose dentro al loro cranio. Sono i giornali che lentamente hanno sostituito in umanità e curiosità le sinistre, ereditandone il ruolo di portavoce dei popoli e dei deboli del mondo. Sono quei giornali in cui migliaia di miei coetanei sono disposti a lavorare gratis, a fare carte false per entrare anche solo a respirare l’aria che vi circola dentro. Sono stata anch’io tra questi, e ho criticato aspramente chi, già dall’altra parte, mancava di entusiasmo per ciò che era riuscito ad ottenere. Con una laurea in giornalismo, tre lingue straniere e un bel po’ di pubblicazioni, decine di curricula in cinque anni sono stati cestinati senza ricevere risposta (archiviati, come preferisce dire la segretaria di redazione, ma è lo stesso). Dopo cinque anni di appelli caduti nel vuoto non mi sono arresa e ho provato a passare dalla porta posteriore, scrivendo direttamente al direttore con i cui editoriali sono cresciuta. E ce l’ho fatta.

Lo sanno tutti: sono queste le redazioni più importanti del Paese, dove si decide ogni mattina l’agenda setting e il grado di partecipazione e indignazione che dobbiamo mettere nella vita. Quello che forse non tutti sanno è che queste redazioni spesso sono piene di intellettuali snob da quattro soldi e radical chic che non hanno idea di cosa sia la condivisione, la modestia, l’impegno, l’innovazione. Piene di uomini e di donne (con le dovute poche eccezioni) che nel percorso della loro vita si sono dimenticati che la passione è rara e riconoscibile, e che salta all’occhio al primo sguardo. Forse non tutti sanno che uno stagista che lavora per mesi gratis o semi-gratis nelle redazioni importanti delle nostre edicole è un fantasma senza identità, che siede accanto a redattori che non sono interessati a conoscerlo né a sfruttare le sue potenzialità. E’ un fantasma che non occorre guardare in faccia né coinvolgere più dello stretto necessario perché svolga il piccolo degradante compito che gli si assegna rispetto agli obiettivi generali del giornale. Un fantasma che impallidisce ogni giorno di più nel vedere che gli vengono corrette alcune cose giuste con spocchia e superficialità, e che altri commettono errori che non vengono controllati. Forse non tutti sanno che i collaboratori esterni di questi giornali, che accumulano mille lavori da casa per racimolare i soldi per una stanza in affitto, guadagnano mezzo centesimo a battuta e devono consegnare tutto in tempi record.

Si tratta di luoghi di cultura che si accartocciano su se stessi nella costante ricerca di altezzosa autorevolezza. A dispetto dei nuovi luoghi di condivisione orizzontale della cultura e dei nuovi metodi di finanziamento dal basso dei processi giornalistici, in queste redazioni il prestigio è verticale e segue la linea del triangolo sulla cui punta, tenuto in gran conto, siede il direttore (che nel migliore dei casi non si degna di stringere la mano o di interessarsi a conoscere i nuovi arrivati; nel peggiore, fa loro delle strigliate preventive appena solca la porta d’ingresso). Sono uffici più simili a una catena di montaggio che a una squadra: imitano gli ideali della sinistra rivoluzionaria solo nella forma ovale del grande tavolo nella sala riunioni e nelle posizioni scomode che tutti i redattori sono costretti ad assumere per non addormentarsi durante i monologhi del capo.

Lo sanno tutti che sono questi i giornali che rendono l’Italia un paese migliore. Ma ho scoperto che sono molti i giovani che hanno captato la loro matrice autoreferenziale e che si allontanano sempre di più da queste lavatrici di passione a gettoni, che risucchiano chiunque ci passi vicino privandolo della capacità di guardarsi allo specchio. Sono giornali che piantano alberi in Africa per salvare il pianeta ma che sprecano quantità enormi di carta per stampare da internet gli articoli sull’argomento di cui si deve scrivere. Sono giornali che sostengono a parole le vittime dei conflitti ma non si rendono conto del trattamento che riservano agli aspiranti giornalisti e alla violenza psicologica a cui li sottopongono per mancanza di umanità e gratificazione, rimproverandoli se propongono un qualche passo verso l’apertura al web e ai social network. Dinosauri della carta, mastodonti della chiusura. Sono giornali che si dicono impegnati nell’innalzamento del livello culturale del proprio Paese, ma che boicottano le altre iniziative con aggressività e spietatezza (altre riviste o manifestazioni).

Un mio amico reporter mi ha detto: “Beh, non lo sapevi che è così?” ed è stato allora che ho capito. E’ così che funziona l’ambiente culturale in Italia. E’ così che artisti, scrittori, giornalisti e intellettuali si stanno ancora una volta rivelando in tutta la loro natura snob e stanno deteriorando, con testa alta e gobba sui libri, il rapporto con la realtà, con la gente, con i valori originari della condivisione. E’ così che la cultura vera in Italia – quella autentica che si deve contrapporre alla cultura vuota della tv – è diventata profondamente e irrimediabilmente antipatica.
Non c’è da sorprendersi se poi, in una ribellione di massa agli smorfiosi, gli italiani votano un pagliaccio dal dubbio umorismo.

  

  

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14 Comments

  1. Questo commento è stato eliminato dall’autore.

  2. Quello che hai descritto è un ambiente pieno di buonisti e snob che guardano il mondo dall’alto in basso e che si autoconvincono di fare bene alla società circostante.

    Succhiano il sangue di chi ha ancora passione per qualcosa. Condivido totalmente la tua descrizione. Il tuo è un grido di allarme che va ascoltato.

    Un abbraccio,
    Alessandro Di Maio

  3. andrea

    Ciao, ho letto quello che hai scritto e sono rimasto colpito; se da una parte mi spiace perché avevo quasi idealizzato quel settimanale, che compro ogni venerdì con entusiasmo, dall’altro ti capisco alla perfezione. Uno stage in una redazione di un quotidiano mi ha fatto lo stesso effetto 3 anni fa. E’ triste, almeno lo è stato per me, vedere calare l’entusiasmo con cui avevo incominciato a cercare di farmi strada nel “mondo del giornalismo-editoria-web-ecc.ecc.” . In bocca al lupo. Questo paese è condannato, io ne sono sicuro. Un saluto. Andrea

  4. Anonymous

    Mi è piaciuto molto il tuo viaggio nella realtà!
    Stefania Oliveri

  5. Valeria, il futuro non è fatto di queste logiche: sembrano vincenti ora, sul breve periodo, ma non sono fatte per durare. Tu sei in gamba, hai grinta e passione da vendere e questo ti premierà, non mollare!

  6. Anonymous

    spero ti serva da lezione e che ti faccia capire che se qualcuno ti smonta non è per cattiveria ma perchè devi imparare a guardare in faccia alla realtà e devi imparare a crescere. anche professionalmente. Altrimenti rimani un’illusa. Impara a fare gioco di squadra e ad ascoltare chi, prima di te ha passato determinati stadi. E stai con i piedi per terra. Altrimenti ti conviene cambiare lavoro. di merda da ingoiare ne hai ancora molta.

  7. Anonimo hai ragione, mi è servito da lezione eccome! Ho imparato un sacco di cose, tipo che chi sta al di sopra di me non sempre è superiore a me, soprattutto se lo ostenta: la gente che vale resta umile.
    Non so chi tu sia, forse non hai il coraggio di firmarti, ma mi basta dirti che l’ultima cosa che voglio nella vita è “stare coi piedi per terra” se con questo intendi “non sognare” e sono fiera di essermi ribellata ad alta voce a tutto questo (a cui altri si abituano tranquillamente con vigliaccheria)…

    Grazie a tutti gli altri per i commenti costruttivi e la condivisione 🙂

  8. Ciao Valeria!

    Sono Patrizia[su Flickr:http://www.flickr.com/photos/peperita_patty/%5D..ho letto con molto interesse il tuo ultimo post nel blog Altri Occhi e devo,innanzi tutto,farti i miei complimenti per il modo di scrivere che è pieno di ritmo e travolgente.

    Anche io sto cercando di destreggiarmi in questa jungla che si chiama Mondo del Lavoro..e ho realizzato alcuni servizi fotografici ma sempre come volontaria[e di ciò al momento non me ne dispiace-come si suol dire è pur sempre esperienza-].
    Devo dirti che leggendo il tuo post mi sono riconosciuta nel ritratto che tu fai di una generazione [-che io chiamo la generazione prodotta dal 1968-]che,a mio parere,”ha cercato di costruire su terreni poco stabili”..sta facendo rovine dopo rovine e sicuramente il danno più grande è che continua a diffondere i suoi valori portanti come valori vincenti. Ma la realtà è che ha fallito,che hanno fallito..

  9. Lo stage che tanto aspettavi non è andato bene, eh? Sai che ti dico? Fregatene. Ci siamo parlate poco, ma ti ho invidiata un sacco. Per tutto quello che hai fatto e che fai, per la passione che ci metti. E quindi che vadano a quel paese i direttori spocchiosi e i giornalisti arroganti che si sentono arrivati e hanno dimenticato che molti anni fa, al posto tuo, c’erano loro. Continuo ad essere convinta che essere un giornalista sia un privilegio, perché ti dà l’opportunità di raccontare il mondo alla gente, e questo non è mica da tutti. Tu racconti già, anche se stai fuori dalle redazioni. Prima o poi, ne sono convinta, il tuo spazio l’avrai. Perché sei in gamba e te lo meriti. Nel frattempo, però, non mollare, non darla vinta al mondo là fuori. Io non sono nessuno, però faccio il tifo per te.

  10. Lou

    Cara Valeria,
    il tuo bellissimo racconto solleva diverse riflessioni, amare, e qualche domanda. Che le redazioni siano come tu le dipingi non fatico a crederlo, io ho lasciato il mio precedente lavoro perché, su scala più piccola, ho riscontrato le stesse brutture, più molte altre ben peggiori.
    La domanda che nasce dalla lettura del tuo pezzo, però, è da lettrice più che da giornalista: se chi fa il nostro settimanale favorito lavora secondo logiche e principi tanto beceri, come fa il prodotto di questo lavoro ad essere così apprezzabile come pare a noi? C’è da pensarci, da qualche parte sta una contraddizione, dobbiamo capire a che punto della catena della comunicazione. Forse dalla tua testimonianza dobbiamo imparare qualcosa, più che come giornalisti o aspiranti tali, come persone che devono imparare a tenere gli occhi più aperti, a non lasciarsi trasportare dalla passione se questa ci acceca, addormenta il nostro spirito critico e ci costringe poi a un brusco risveglio sbattendoci contro il muro della realtà.

  11. Anonymous

    “spero ti serva da lezione e che ti faccia capire che se qualcuno ti smonta non è per cattiveria ma perchè devi imparare a guardare in faccia alla realtà e devi imparare a crescere. anche professionalmente. Altrimenti rimani un’illusa. Impara a fare gioco di squadra e ad ascoltare chi, prima di te ha passato determinati stadi. E stai con i piedi per terra. Altrimenti ti conviene cambiare lavoro. di merda da ingoiare ne hai ancora molta.”

    Questa citazione mi serve per dire che non è affatto giusto mangiare merda tanto da abituarsi a quel sapore senza fare una piega.
    E’ triste e frustrante appiattirsi, soprattutto se lo si fa a discapito del proprio talento/passione: tu hai avuto rispetto per quest’ultimi e vedrai che le tue scelte verranno premiate.

  12. Anonymous

    posso chiedere a quale redazione di riferisci? non è pura curiosità, ma mi interessa per capire se abbiamo la stessa idea di “giornali che dovrebbero rendere questo paese migliore”.

  13. Cara Valeria,

    le tue parole fotografano una situazione critica. Una condizione che tanti giovani, aspiranti giornalisti e non, si trovano a vivere in quest’Italia. Un Paese gerarchico, piramidale, vecchio. E, spesso presuntuoso, spocchioso, saccente.

    Quale futuro potrà mai avere un Paese che vede l’innovazione come un pericolo, una minaccia per i precari equilibri su cui, alcuni professionisti, si tengono in piedi. Sostenuti dal “basso”. O tirati dall’“alto”, fa poca differenza. Sta di fatto che senza un appiglio, sarebbero destinati a cadere, a veder frantumarsi la basi fragili che li sostengono in posizioni che non avrebbero neanche immaginato di occupare se qualcuno non ce li avesse messi.

    Perciò i giovani senza “santi in paradiso” sono costretti a faticare, a dannarsi per vedere premiato il frutto del proprio lavoro. E se anche impiegano più tempo per farsi apprezzare, la soddisfazioni di esserci riusciti da soli è impareggiabile. E’ una sensazione splendida, meravigliosa. Per arrivarci non occorre solo costanza, creatività, professionalità. Ci vuole soprattutto Passione.

    E tu, Valeria, ne hai da vendere. Te la si legge negli occhi, nei reportage che scrivi, nelle fotografie che scatti. Quella “Passionaccia” ti farà fare grandi cose. Ne sono sicuro.

    Un caro abbraccio,
    Vincenzo

  14. Cara Valeria,

    le tue parole fotografano una situazione critica. Una condizione che tanti giovani, aspiranti giornalisti e non, si trovano a vivere in quest’Italia. Un Paese gerarchico, piramidale, vecchio. E, spesso presuntuoso, spocchioso, saccente.

    Quale futuro potrà mai avere un Paese che vede l’innovazione come un pericolo, una minaccia per i precari equilibri su cui, alcuni professionisti, si tengono in piedi. Sostenuti dal “basso”. O tirati dall’“alto”, fa poca differenza. Sta di fatto che senza un appiglio, sarebbero destinati a cadere, a veder frantumarsi la basi fragili che li sostengono in posizioni che non avrebbero neanche immaginato di occupare se qualcuno non ce li avesse messi.

    Perciò i giovani senza “santi in paradiso” sono costretti a faticare, a dannarsi per vedere premiato il frutto del proprio lavoro. E se anche impiegano più tempo per farsi apprezzare, la soddisfazioni di esserci riusciti da soli è impareggiabile. E’ una sensazione splendida, meravigliosa. Per arrivarci non occorre solo costanza, creatività, professionalità. Ci vuole soprattutto Passione.

    E tu, Valeria, ne hai da vendere. Te la si legge negli occhi, nei reportage che scrivi, nelle fotografie che scatti. Quella “Passionaccia” ti farà fare grandi cose. Ne sono sicuro.

    Un caro abbraccio,
    Vincenzo

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