Vocabolario creativo: Habitué

23 05 10 by

(cliente assiduo, frequentatore abituale, specialmente di un luogo pubblico)

  


  

Mi ero quasi dimenticato come fosse. Era un po’ che non entravo.
In contatto con la parte più profonda del mio io, sui passi del mio essere, percorrendo la strada che porta all’identità e alla fiducia. Questo luogo mi accoglie sempre con un benvenuto speciale, regalandomi allo stesso tempo il piacere di un anonimato prezioso. Nessun cliente abituale del civico duecentocinquantacinque della via Nazionale, infatti, si soffermerebbe mai sui miei movimenti o le espressioni facciali sotto la mia barba incolta. A giudicare dal mio incedere a passo svelto e confuso, dalla furia delle mie pupille, dal mio aspetto austero ed ombroso da uomo d’altri tempi, nessun frequentatore assiduo potrebbe mai immaginare il carico emotivo che mi si cela dentro agli occhi e nelle vene.

Appena varcata la soglia di questa magica libreria, io sento. Le orecchie, per così tanto tempo tradite dall’eloquente silenzio delle folle e incancrenite dalla fredda gentilezza delle parole di circostanza, rivivono. Risvegliano il loro ruolo di annunciatrici di scoperte, ricordano la necessità che ogni uomo ha di loro per provare comprensione in ogni strato di pelle. La fronte, per così tanto tempo teatro di ragionamenti scomodi e brutte copie di speranze, si distende. Immediatamente le narici, annerite dai fumi di uno smog culturale, ritrovano il fresco profumo della libertà. E le mani, sporcate del viscido compromesso con una società corrotta, recuperano il diritto alla solitudine, all’unicità, all’esilio dello spirito che rigenera e cura.

È in questo luogo che io vengo a viaggiare. Tutto il mondo ho girato, tutti i mezzi di trasporto ho cavalcato, ma è qui, e solo qui, che io vengo a viaggiare. Appena varcata la soglia, io guardo le parole ad alta voce, ascolto il profumo delle pagine tra gli scaffali, sento i colori e le consistenze delle copertine. Finché, come ogni volta, dopo i primi minuti di smarrimento e confusione per la mescolanza di idee e sensi, mi rammento: i libri parlano.

Ed ecco che Joanne Harris, più bella e affascinante che mai, mi invita a far colazione con lei, per poi lasciarmi salire un’elegante gradinata insieme a Goethe, passeggiando infine nell’antico cortile di Verga, ricevendo un invito ufficiale alla tavola rotonda di Platone, Nietzche, Feuerbach. e altri milioni di filosofi greci e latini. Mi distraggo un attimo tra i fumetti su De André e Pasolini, nelle denunce di Tobias Jones e nei racconti di Terzani, volteggio in un girotondo con Isabel Allende e Arundhati Roy, mi lascio sbalordire dalle domande di Odifreddi e dalle acrobazie fantasiose di Coelho, e mi accorgo che nel frattempo è finito un mondo. Quello della tensione e della paura, della disperazione e della chiusura, là fuori, è adesso nudo nella sua schiettezza. Nitido, nella sua bellezza.
Ho viaggiato nel tempo e nella profondità dell’universo, al civico duecentocinquantacinque. Mi ero quasi dimenticato come fosse.

  

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