Quando il reportage è impegno civile: intervista ad Alfredo Macchi

21 04 10 by

Alfredo Macchi è uno tra i giornalisti più appassionati della televisione italiana e ha documentato i temi più rilevanti dello scenario internazionale: il conflitto in Kosovo e la crisi dei profughi, la Seconda Intifada, gli attacchi dell’11 settembre a New York, la guerra in Libano, Kabul dopo la caduta dei Talebani, la Striscia di Gaza, lo tsunami in India, il terremoto di Haiti. Ha vinto il premio giornalistico Saint-Vincent 2002 per il suo lavoro sugli orfani a Kabul e il premio Ilaria Alpi 2009 per il reportage “Morire per vivere”, che racconta il dramma dell’immigrazione attraverso le storie e i volti dei protagonisti. Ha ricevuto riconoscimenti speciali agli International Photography Awards a Los Angeles e ha lavorato come fotografo in Algeria, Argentina, Bolivia, Bosnia, India, Madagascar, Mozambico, Peru e Venezuela.

Ho avuto il piacere di pensare e organizzare insieme a lui il workshop “Dietro le quinte del reportage” che si è svolto oggi al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia e già solo per gli spunti di riflessione che ne sono emersi vale la pena di riportare la sua testimonianza. A una sala gremita di giovanissimi aspiranti reporter ha raccontato l’essenza di questo genere giornalistico, le sue regole base, gli strumenti e i rischi in zone di conflitto. Ha spaziato dall’etica nelle situazioni difficili al momento della vendita, passando per la pianificazione del lavoro e l’elaborazione di un progetto pratico.


Semplicità e chiarezza sono le parole chiave del fare reportage, che si distingue dagli altri ambiti giornalistici per la presenza dell’anima del reporter, dei suoi occhi e del suo impegno in prima persona, che esprime raccontando la storia nella sua interezza. “Quello che mi chiedo quando realizzo un reportage è Come lo racconto a mia madre?“: questa è la prova che i professionisti si riconoscono dalla misura in cui danno valore ai loro lettori/spettatori.

E’ importante avere una pianificazione precisa del lavoro, sapere con chi parlare e prendere gli appuntamenti, ma è altrettanto importante seguire ciò che succede e lasciarsi trasportare dalla storia, ricordandosi che non c’è bisogno di intervistare mille persone su uno stesso tema o visitare mille luoghi per lo stesso argomento ma basta “prendere pochi esempi che dal micro facciano capire il macro“.

Dopo il workshop, tra una chiacchierata informale e uno scambio di opinioni, gli ho chiesto quale sia il motivo per cui ogni giorno va avanti per la sua strada nonostante gli ostacoli ed i rischi di questo mestiere. La sua risposta è stata forte e concisa allo stesso tempo: “a volte faccio cose che non mi piacciono o mi capita di trovare grandi ostacoli, ma è il mestere che amo di più al mondo e questo credo che sia la cosa più importante. Il giornalista non cambia il mondo, però aiuta a far conoscere le realtà del mondo e così, nel suo piccolo, contribuisce a un mondo migliore“.

 

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