Vocabolario creativo: Ebbrezza

20 03 10 by

(stato euforico o confusionale prodotto da abuso di alcolici o di sostanze eccitanti; ubriachezza; esaltazione)

  

  

  

Ogni candela poggiata sul tavolo, ogni tubetto di tempera colorata, ogni pennello e ogni pastello. Ogni disegno e ogni pittura, ogni acquerello e ogni pezzo di stoffa. Tutto, in questa stanza, è come lo hai lasciato tu. I bastoncini di metallo degli scacciaspiriti appesi all’ingresso fanno ancora lo stesso suono al passare del vento, il gatto fulvo e quello nero continuano le loro passerelle ancestrali di fronte al nostro mare, la tua presenza è forte come l’odore di ginestra e salsedine che sale dal porticciolo fin sopra la collina. Eppure ci sono degli attimi, al mattino, in cui mi manchi come l’aria.

La medium che viene dall’estremo Nord Europa ha la pelle chiarissima e gli occhi di ghiaccio. Mi ha portato all’antico rifugio che dà sulla costa, quello col tetto spiovente in legno di ginepro, da cui si vedono le barche a vela e tutti i sogni estivi delle persone ricche. È qui che sono venuta con Julia e Marylin, la regina danese del vecchio mulino e la ninfa argentina dello yoga sui prati. La medium Helga, la donnona enorme dai capelli d’oro che viene dagli innevati monti norvegesi, mi ha abbracciata con forza e mi ha detto che tu eri già lì ad aspettarmi, tra i cuscini bianchi come la sua pelle ed i suoi vestiti di lino sottile.

Mi sono preparata molto per questo momento, mamma, o almeno ci ho provato: sono venuta pura all’appuntamento, vestita di bianco, persino – io che non vesto mai di bianco e che non l’ho mai fatto nemmeno per te, quando lo chiedevi. Mi sono seduta anch’io tra quei cuscini bianchi, persa nell’azzurro degli occhi di Helga e nel pensiero di te, che mi volteggiavi intorno come una ballerina di fumoso incenso blu. Ho ascoltato quello che avevi da dirmi e poi sono andata via, con le lacrime annodate in gola come spilli, per correre più veloce che potevo fino alla montagna, gridando d’amore fino all’ultima, alta, roccia di granito.

Finché poi, al tramonto, abbiamo dato una grande festa per te sulla tua spiaggia preferita: io, le mie amiche, tu, i tuoi amici. Quando Reina la sciamana è stata pronta ha cominciato il suo rituale e tutti noi ti abbiamo salutata per l’ultima volta tra le onde del mare, sulle note di una musica universale – fatta di tamburi e flauti, cucchiai di legno e bastoni della pioggia. Ho preso per mano le mie due amiche, ho stretto forte nelle mie la loro energia fino a diventarne ebbra; poi le ho lasciate indietro, sulla sabbia, sono entrata nell’acqua fino alla vita con la mia gonna a fiori che si allargava come un lenzuolo galleggiante; ho preso il mare con le mani e mi sono sciacquata il viso pallido di emozione.

Ho fatto qualche passo in direzione dell’orizzonte, con la scatola color ocra rossa vicino al cuore. Ho gettato le tue ceneri intorno a me, sulle onde, e ho cominciato a danzare insieme a loro.
Ubriaca di te.

 

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1 Comment

  1. incredibile come a volte i tuoi occhi possano diventare gli occhi di chi veramente ti guarda… è semplice in effetti, ma bisogna realmente fermasi, fermare per qualche istante la propria vita e guardare con tutto il corpo, fidarsi e cancellare ogni pensiero esterno, e non è facile riconoscerli e bloccarli.. ma io sono fortunata, molto, ho vissuto e vivo esseri che ne sono capaci.. e che nel giorno del mio compleanno, quando la domanda del perché sono qui si fa più insistente,mi danno la risposta. Grazie.

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