Giornata della Memoria: due passi al luna park del ghetto

27 01 10 by

In questo luogo, come non ricordare gli Ebrei romani che vennero strappati da queste case, davanti a questi muri, e con orrendo strazio vennero uccisi ad Auschwitz? Come è possibile dimenticare i loro volti, i loro nomi, le lacrime, la disperazione di uomini, donne e bambini?
A pronunciare queste parole, dieci giorni fa all’interno della Sinagoga di Roma, è stato Papa Benedetto XVI, commosso e solenne, per chiedere perdono alla comunità ebraica. Un triplo perdono, probabilmente: in nome della sua appartenenza al genere umano, capace di cotanto orrore; in nome del suo essere il primo rappresentante della Chiesa Cattolica, la più grande persecutrice del popolo ebraico sin dall’alba dei tempi; in nome della sua partecipazione giovanile al Nazismo come soldato di Hitler, colui che ha portato a termine l’opera di secoli e secoli di antisemitismo. I presenti allo storico evento sono stati degni di nota: il sottosegretario Gianni Letta, indagato per i reati di abuso d’ufficio e truffa aggravata; il presidente del Senato Renato Schifani, che fu socio in affari con uomini poi condannati per mafia; Gianfranco Fini e Gianni Alemanno, fedeli appartenenti all’ideologia fascista fino al 1995, Giuliano Ferrara, da sempre fedelissimo di Berlusconi, e altre “distinte autorità”.

A dieci anni dall’istituzione della Giornata della Memoria c’è da chiedersi che cosa significhi questa parola. Non significa ricorrenze e celebrazioni, né telecamere, né grandi dichiarazioni ufficiali. “Memoria” è una parola che rimanda al sentimento del passato e che lo fa rinascere, rivivere. Oggi, a 65 anni dall’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, è il giorno in cui dobbiamo per legge ricordare la Shoah, lo sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la persecuzione dei cittadini ebrei che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte. Il giorno in cui dobbiamo per legge fermarci un attimo e rievocare tutto il male che il genere umano è capace di compiere, e indignarci.
Dopo anni di scuola dell’obbligo, di Olocausto sui libri, di documentari visti col proiettore in aula e di poesie imparate per l’interrogazione, siamo in grado di rievocare il passato sentendolo sulla pelle e vedendolo con gli occhi? Recandoci nei luoghi della deportazione, scoprendo tutto il male senza pietà in ogni angolo? Riusciamo a capire che cosa rappresentino questi luoghi oggi?

  

  

La comunità ebraica in Italia conta attualmente meno di trentamila persone, di cui il gruppo più importante è quello di Roma. Ha le sue istituzioni maggiori nell’antico quartiere ebraico, appunto, dove un tempo sorgeva il ghetto più antico del mondo dopo quello di Venezia e l’ultimo ad essere stato abolito in Europa Occidentale, nel 1870. Durante la seconda guerra mondiale, poi, il sistema dei ghetti fu ripristinato temporaneamente per il concentramento della popolazione ebraica, che ne facilitava il controllo da parte dei nazisti. Al contrario di quello di Venezia, in cui prevalentemente vivevano persone benestanti, il ghetto ebraico di Roma era un quartiere estremamente povero, con strade strette e case alte e affollate.

Camminare oggi tra quelle strade strette ha qualcosa di surreale. In giornate uggiose e di lavoro, dentro al silenzio e al vuoto delle vie è quasi possibile vedere le ombre degli ebrei camminare a testa bassa in lunghe code; è quasi possibile sentire le grida degli ufficiali, riecheggianti dalle targhe scolorite che ricordano da quali precisi luoghi è partita la tragedia del ‘43. Largo 16 ottobre, Piazza delle Cinque Scole già via del Progresso, via di Santa Maria del Pianto, via del Portico d’Ottavia, vicolo dei Falegnami, Largo Gaj Taché, Via Arenula, Via de’ Funari, Via della Tribuna di Campitelli, Lungotevere de’ Cenci.
Ma nelle ore assolate di domenica mattina e in alcuni tiepidi pomeriggi, questo quartiere prende vita in un modo che non ha niente a che fare con la memoria collettiva di morte legata ad esso. Le grida che si sentono sono quelle dei bambini che giocano e le code interminabili sono quelle dei romani che fanno la fila per entrare in panetterie e pasticcerie.

  

  

I vicoli nascosti sono impregnati di brutte storie e cicatrici profonde, ma appena svoltato l’angolo si può ascoltare la cinica voce di una guida turistica che illustra al suo gruppo di italiani curiosi, dopo quel poco di storia che c’è da sapere, l’elenco dei locali e dei ristoranti tipici in cui è possibile mangiare i piatti della cucina tradizionale ebraica.

Già, perché l’ex ghetto di oggi è tutto un pullulare di insegne folcloristiche mediorientaleggianti, che avvisano a caratteri cubitali di possedere la “Kosher” (in ebraico letteralmente “adeguatezza”), una certificazione che attesta la genuinità e la giusta preparazione delle pietanze, cioè la loro idoneità ad essere mangiate da un ebreo, in accordo alle regole alimentari della religione ebraica stabilite nella Torah.

Nel ghetto ebraico persino le pareti degli edifici sembrano martoriate di dolore e così anche i marciapiedi, ma tutto intorno è disinvolto e la gente che ci passa abitualmente continua a camminare e vivere come se nulla fosse successo lì, sotto i propri passi. A meno che non si tratti di turisti, perché a quel punto si viene trascinati nella dimensione eterna della Storia e si cammina con un alone di concitato trasporto, come burattini mezzi doloranti e mezzi penitenti. Tra i tanti negozietti di “souvenir della tragedia” ce n’è uno piccolo piccolo, appena dopo le rovine dell’antico tempio di Augusto, che sta aperto più degli altri. Ci lavora una donnona con i capelli neri che grida prezzi ai clienti stranieri, come se a voce alta fosse più facile per loro capire l’italiano con il suo forte accento romano. “I portachiavi? Ce ne sono da tre, da cinque, da otto!” urla con la sua bocca rossa. Ma senza alzare la testa, intenta a confezionare un pacco regalo.

In vicoli come quello dei Falegnami, la luce dal cielo nemmeno fa in tempo ad arrivare, inghiottita da secoli di vergogna e umiliazione. E invece appena dietro, in via del Portico d’Ottavia numero uno, un’interminabile coda aspetta impaziente dentro e rassegnata fuori, con gli occhi illuminati verso la porticina di un luogo magico, da cui proviene un aroma incantatore. Nessuno sa come si chiama questa pasticceria, perché all’ingresso c’è solo una targa con gli orari di apertura e di chiusura, e più in alto, sull’uscio, una scritta in ebraico con la stella di David. Lo stesso simbolo che ha decretato la tortura e l’uccisione di poveri innocenti, oggi fa venire l’acquolina in bocca a bambini, donne e uomini, giovani e anziani, che farebbero di tutto per un pezzo di torta o un biscotto appena sfornato. All’interno, un gruppo di tre signorone profumanti di pasta frolla e canditi servono i sopravvissuti alla coda, che arriva fino a via Santa Maria del Pianto; eppure lo fanno un po’ scocciate, senza nemmeno un sorriso, e con sederi che si muovono come delle grandi mongolfiere.

  

  

Nella fila chilometrica c’è gente di tutti i tipi: una coppia all’ultima moda, occhiali da sole lui e rossetto brillante lei; una donna ed una ragazzina molto complici tra loro; una coppia di anziani in pompa magna per l’occasione. Tutti però pensano alla stessa cosa: il chiodo fisso del trofeo, portarsi a casa almeno qualcosina: si interrogano a vicenda, chiedono insofferenti ai vicini di fila “ma sarà rimasto qualcosa?”, poi sbuffano. La donna anziana con orecchini di perle chiede alla bambina di sbirciare dentro, per vedere se c’è ancora un po’ di dolciume; la ragazzina torna e accenna a dei biscottini con le mandorle e lei, rugosa fino all’anima ed eccitata come se si trattasse di gioielli rari, risponde frettolosamente “ah, sì sì, sono buoni anche quelli”. E mentre tutti insieme sbavano golosità nell’immaginare quel ben di dio, dopo attese indescrivibili arrivano al bancone per rendersi conto che, sebbene sia soltanto mezzogiorno, è già tutto finito.

  

  

L’Olocausto è in tutto il mondo un business da milioni di dollari. Eppure oggi è il giorno della memoria e solo pochi decenni fa, in questo luogo centrale di Roma, è successo l’impossibile. Sabato 16 ottobre 1943. Era l’alba. Un centinaio di soldati tedeschi circondarono il quartiere e catturarono 1022 ebrei, tra cui circa 200 bambini. Furono tutti trasferiti alla stazione ferroviaria Tiburtina, caricati su un convoglio di 18 carri bestiame e trasportati al campo di concentramento di Auschwitz. Solo 17 deportati riuscirono a sopravvivere, tra questi una sola donna e nessun bambino.
Da allora il popolo di Israele ha ottenuto uno Stato tutto per sé, un antisemitismo un po’ meno evidente nel mondo, legittimazione pressoché internazionale ed armi in quantità. È una guerra strana, quella israelo-palestinese, che sembra durare in eterno e non avere vincitori né vinti, ragioni né colpe, latitudini né date.

La Sinagoga al Lungotevere, detta Tempio Maggiore, è una presenza imponente ma non sa di Italia. All’inizio non ci fai caso, te ne rendi conto in parte ammirando le sue spigolature e il suo portamento fiero, ma è solo una volta dentro che lo capisci davvero: quella è la soglia per Israele, che una volta varcata ti acquisisce amorevolmente come se tu fossi un orfano e non te ne fossi mai accorto. È un luogo di preghiera, eppure è anche un museo pieno di oggetti luccicanti. Argenti, tessuti, marmi, calchi, documenti, pergamene. È un libro aperto sulla storia dell’ebraismo, ma è anche un negozio di souvenir, con ben 160 articoli in vendita. È un luogo in cui si custodiscono tesori storici ed artistici di immenso valore, ma è anche un pilastro della cultura e della politica israeliana. Davanti ai grandi cancelli che ne delimitano il confine, danno il benvenuto due grandi cartelli che ritraggono i visi di due ragazzini rapiti da Hamas ed Hezbollah, con lunghe didascalie che raccontano la loro storia facendo odiare i palestinesi e supportare il Governo di Israele.

  

Oggi la comunità ebraica di Roma è fatta di 14 mila persone, 15 sinagoghe, una scuola ebraica, un ospizio e poi associazioni, centri di attività culturali, gruppi di volontariato. “La vecchia generazione, quella che arriva dritta dalle persecuzioni, si è un po’ allontanata dalla fede, ma da parte dei giovani c’è un ritorno alle origini perché oggi viviamo in un mondo vuoto di valori” mi dice una donna sulla sessantina all’interno della Sinagoga. Capisco che è una personalità lì dentro dal suo sguardo e mi faccio raccontare la storia del Tempio Maggiore. “Esprime tutto l’esibizionismo degli ebrei che riscoprivano la loro libertà e volevano far notare la propria presenza a tutti”, mi dice piena di orgoglio. All’interno, questo edificio è un vero splendore, da togliere il fiato.

Noi non siamo come gli ultra ortodossi”, mi spiega. “Quelli con le treccine, gli ultra ortodossi, loro sono molto rigidi e chiusi in sé stessi. Alcuni di loro non riconoscono nemmeno lo Stato di Israele. Noi invece siamo ebrei ortodossi, moderni, più aperti al mondo circostante. E siamo molto attaccati a Israele”. Le sue labbra fini e socchiuse suggeriscono che forse, di tutto quello che vorrebbe dire, mentre parla questa signora ne dice solo la metà. Poi si sfoga: “oggi viviamo abbastanza bene con la città – certo, ogni tanto qualcuno si sorprende quando dico che Gesù era ebreo – ma anche se a volte facciamo finta di niente, l’antisemitismo esiste. A volte vengono a dipingere svastiche sui muri del quartiere, sono cose che fanno male. Quando andavo a scuola, negli anni Cinquanta, mi capitò anche di essere sputata in faccia e chiamata “sporca ebrea”. Oggi queste cose non succedono, ma siamo sempre e comunque una minoranza. Per questo molti decidono di andare a vivere in Israele: lì magari ti lanciano bombe addosso, ma almeno non sei una minoranza”.

Le chiedo come la comunità ebraica di Roma viva la questione palestinese e a quel punto il suo entusiasmo si inscurisce. “E’ una congiura internazionale contro Israele. I giornali non approfondiscono il tema, perché altrimenti tutti saprebbero che sono i palestinesi a bombardare Israele, un paesino più piccolo del Lazio, mentre gli israeliani a loro non hanno fatto niente. Bisognerebbe studiare la storia, approfondire. Comunque queste sono questioni politiche che non hanno a che fare con la nostra fede. Noi appoggiamo Israele”. Mette il punto su quest’ultima frase e mi fa un sorriso così grande che fino ad allora non avevo immaginato potesse partorire da quella bocca striminzita. Le sorrido anch’io e mi accingo a salutarla.

Lei tiene stretto il suo cappotto color mogano all’altezza della vita e fa due passi in direzione dell’armadio sacro. “Noi crediamo nel Messia. La pace sulla Terra non è ancora arrivata, quindi noi continuiamo ad aspettarlo”.

Già, è nella natura dell’uomo desiderare la pace. E nel frattempo, facciamo la guerra.

 

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