Una casa nella galleria: la storia di Totò, senzatetto a Firenze

20 01 10 by

L’aria pungente di fine gennaio tocca le pareti e fa rabbrividire. In alcuni punti la brezza arriva da diverse direzioni e si fa corrente, gelida e indiscreta. Totò ce l’ha un tetto, ma è un tetto che trema. Trema ad orari prestabiliti, quando la piccola stazione ferroviaria delle Cure accoglie, o lascia, qualche vagone di passaggio in questa zona di periferia fiorentina. Non c’è una stazione vera e propria, sulla testa di Totò: non ci sono arrivi, né partenze, cartelloni o avvisi, macchinisti o ferrovieri, né passeggeri, né cani. Il piccolo marciapiede affianca il binario insieme a erbette spontanee e alberi sinistri e tutto, nebbioso d’inverno e afoso d’estate, viene inghiottito dal nulla.
E come quei treni che fanno tremare, nel sottopassaggio, dove la luce del sole non arriva mai a scaldare la vita, tutto è di passaggio. Passanti sbadati con passeggini e passi veloci; ma anche, da qualche parte, passati inghiottiti, dimenticati. Niente è stabile qui, nell’incarnazione architettonica del flusso, dove il tempo sembra ricominciare daccapo ogni giorno e lo spazio si svuota di punti di riferimento.

Eppure Totò se li è creati, lì, con una bussola diversa da tutte le altre, fatta di solidi valori e una rigida morale, rispetto, responsabilità. E un bisogno insaziabile di sentirsi utile nel mondo. Ha per lampadari le luci al neon del sottopassaggio, accese anche la notte; ha per vaso un grande contenitore blu dove ha dedicato, con dei fiori, un ricordo a Nicola, un artista di strada che era diventato suo amico; ha per coinquilini l’intero quartiere, e per quadri dei pezzi di carta attaccati alla parete con poesie di William Blake, Giuseppe Ungaretti, frasi di Madre Teresa di Calcutta, Gandhi, Giulio Cesare, e la canzone dei Beatles che dice “Dimmi che vuoi quel tipo di cose che i soldi non possono comprare… a me non interessa il denaro perché il denaro non può comprare l’amore”. Ha per strumenti di lavoro una cazzuola e un’armonica, per lavandino la fontana appena fuori.

La sua casa ha otto ingressi. Tre alle estremità e due ai lati. Sono entrate, sì, ma sono anche uscite: quello è un luogo da cui si può sempre partire. Sono uscite, ma anche entrate: è un luogo a cui si può sempre ritornare. Questo è ciò che chiamiamo casa. Questo è ciò che Totò chiama “casa nostra”. Ha la cadenza inconfondibile dell’accento palermitano e la fierezza degli isolani. Ha gli occhi scuri, un corpo esile ma forte, gli occhi rossi dal freddo e dal fumo e una bocca senza più denti. Li ha persi sino all’ultimo, sebbene abbia poco più di cinquant’anni, tanta buona salute e forza d’animo da vendere. Ma avere una bocca senza denti, dice Totò, non ostacola minimamente il suonare l’armonica: e quando lui si mette a suonare, quel semplice oggetto diventa uno strumento divino. Ne possiede di cinque tipi diversi, con diverse misure, colori e suoni. E i pochi spiccioli che i passanti del quartiere gli lasciano per suonare così magicamente, Totò li spende in palloncini per i bambini che lo adorano, in fiori freschi per le mamme che gli sorridono, in incensi profumati e detersivi per il sottopassaggio che gli ha dato un lavoro umanamente gratificante. E a volte, quando ragazzi indisciplinati scrivono brutte parole sui meravigliosi disegni che coprono tutte le pareti, Totò va a comprare la vernice e le cancella deluso e disgustato. Perché è questa la sua missione: mantenere e far mantenere l’ambiente pulito e ordinato, civilizzare la sua microsocietà.


Il sottopassaggio di piazza delle Cure è sovrastato per una buona parte dal mercato del quartiere undici: frutta e verdura, abiti e stracci, incensi, chiacchiere e cianfrusaglie. E poco più in là, in una piccola aiuola poco verde, sorge un piccolo monumento in pietra, su cui fu inciso, nel dicembre del 1981, l’appello degli eletti dei gruppi politici nel consiglio di quartiere: “Lottare per la pace / Difendere la pace / Sia impegno sociale e civile / Per ogni cittadino del quartiere / Perché la pace è il bene / Supremo dell’umanità”. Negli ultimi dodici anni, da quando Totò si prende cura del sottopassaggio, della sua igiene e della sua viabilità, i cittadini che devono passarci tutti i giorni si sentono più tranquilli. Il piccolo uomo ha come adottato la comunità intera, passando le serate – quando il traffico è minore – a pulire e vigilare, e le giornate a suonare ed animare. Su una parete ha appeso un cartello su cui ha scritto, con una calligrafia elementare ma leggibile: “Si prega ai signori viaggiatori di biciclette prudenza e attenzione. Grazie”. E quando qualcuna tra le tante persone che lo conoscono, si fermano a parlare con lui, non dimentica di coordinare il traffico di lavoratori e studenti in bici che, arrivando da diramazioni opposte del sottopassaggio, rischierebbero di scontrarsi o di ferire qualcuno; dal punto d’incontro delle diverse entrate, infatti, ha posizionato il suo banchetto e la sua sedia, in posizione strategica per il perfetto controllo della situazione. E la notte, quando tutto è più pericoloso, Totò protegge le ragazze sole dai malintenzionati.


Totò non è un barbone. In realtà basta andare a vedere con i propri occhi il suo atteggiamento per capire che è pieno di dignità, diritti e doveri, e una grande responsabilità sulle spalle, che non gli lascia tempo per sé, proprio come un lavoro a tempo pieno. Autoconferendosi il ruolo di manutentore del sottopassaggio – in tutti i sensi, dato che il suo mestiere, da quando aveva sette anni, è proprio il muratore – lui intende molto più che intonacare, vigilare, pulire e suonare.
Per lui la vera ricchezza, nella vita, non è avere una villa o una macchina costosa: a lui basta avere il sottopassaggio a cui tornare e delle gambe per camminare. Gli basta un’armonica e una cazzuola per le sue opere: perché l’opera viene prima di ogni cosa.

Se credo in Dio?” mi ha detto. “Più Chiesa di così!” ed ho capito. Totò non ha tempo per sentire la messa del parroco, che la dice giusto sopra la sua testa, all’estremo opposto: è troppo occupato a servire il suo prossimo, ad onorare l’umanità, l’ambiente e tutto ciò che gli sta intorno.
Si infastidisce a parlare di uomini in divisa, ma non fa di tutta l’erba un fascio, avendo avuto anche a che fare con poliziotti che gli regalarono ciò che per lui ha un valore inestimabile: lavagnette e gessetti per i bambini.
E dopo aver dato dimostrazione della sua forza battendo le mani tra una flessione e l’altra, e dopo aver richiesto al mondo rispetto e non pietà, se vi capiterà di incontrarlo, tra politica, racconti della Palermo antica e una barzelletta, gli sentirete dire “Io vi voglio aiutare”.

Fotografie di Giovanni Presutti

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4 Comments

  1. Anonymous

    Bellissimo articolo. Onesto…

  2. Bellissimo articolo e bellissime foto.. bravi

  3. Ti lascio il mio link http://www.laficudinia.blogspot.com/ 😉 spero possa esserci interazione tra i nostri lavori, trovo molto interessante quello che fai!

  4. Bell’articolo scritto con passione anche nei riguardi di Totò….mio corregionale che ancora non ho avuto modo di incontrare, grazie a Valeria che me lo ha fatto “conoscere”…..

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