Storie d’oro e di fango #28: un funerale di serie B

22 12 09 by

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Ah, che vuol dir morire! Nessuno, nessuno si ricordava più di me, come se non fossi mai esistito.

Luigi Pirandello

  

Pensate che sia impossibile avere paura della pioggia?
Il trauma che hanno subito i bambini, gli anziani, le donne e gli uomini di queste zone nella notte del primo ottobre li accompagnerà per molto tempo ancora, ad ogni goccia che cadrà dal cielo. Come per i terremotati la terra è dimora del diavolo, per gli alluvionati lo è il cielo, con le sue nuvole e il suo vento e i suoi tuoni di morte.

Fabrizio ha una figlia di due anni e anche se è di Giampilieri Marina, che si adagia lungo la costa, e anche se la sua casa non ha subito gravi danni, non può tornare con la sua famiglia a viverci, perché l’aria ha il sapore malsano del fango e la bambina ha ancora difficoltà a respirarla. Fabrizio, come un po’ tutti qui, mi racconta ciò che ha vissuto non soltanto per aiutarmi a fare chiarezza, ma per un suo profondo bisogno. Per parlare e buttar fuori il dolore. Per espiare l’imprevedibilità della natura, per fare pace con essa e con le sue colpe di uomo.

Quella sera ogni dieci minuti mancava la luce e quando tornava, mostrava le macchine sempre più in alto, su altari neri che si sollevavano a vista d’occhio. “Alle diciannove la coda di auto già partiva dallo svincolo messinese di Tremestieri per arrivare a Giampilieri: eravamo noi che tornavamo da lavoro e cercavamo di tornare nelle nostre case, già isolate telefonicamente… poi alle 19.50 sotto il ponte di Mili è scoppiato l’inferno”. Racconta con precisione quei momenti, pronunciando gli orari esatti con certosina dedizione. Come se ammettere in maniera così efficiente il suo shock potesse esorcizzare, finalmente, tutto il terrore.

Una pioggia dalle dimensioni mai viste. Grandine, gocce enormi d’acqua, fango, fulmini, luce che va e viene. “I soccorsi non si aspettavano quello che poi hanno trovato, una volta percorsa la salita di quattro chilometri al buio e a piedi fino a Giampilieri Superiore. Sono rimasti spiazzati e per un po’, di fronte a una tale quantità di fango, non hanno saputo cosa fare. Si sentivano troppo impotenti” continua Fabrizio.

Poi è arrivato il momento in cui si è finalmente capito cosa era davvero successo. E’ stato all’alba. I canali di scorrimento dell’acqua non si potevano nemmeno più distinguere, i valloni erano pieni e i massi che continuavano a cadere dalla montagna adesso erano visibili in tutta la loro grandezza. Il fango, nel frattempo, aveva superato abbondantemente il metro di altezza, dentro alle camere da letto accarezzava i lampadari e nonostante nessuno ancora lo sapesse, giù al mare arrivavano pezzi di corpi dilaniati.

E’ stato dopo ventiquattro ore che mi sono fermato a pensare, dopo la follia collettiva e la disperazione. E mi sono sentito molto, molto fortunato. Ero vivo, e con me erano vive mia moglie e mia figlia”. All’inizio camminare nel paese era una cosa terribile: si intravedevano zombie che non avevano nemmeno la forza di salutarsi. Si conoscono tutti qui, ma niente. Non un saluto, un gesto di amicizia. Niente. Le persone che prima si mettevano fuori con le sedie a chiacchierare, adesso avevano il vuoto negli occhi e dentro l’anima.

Mi fanno ridere i politici” mi dice Cristiano, volontario della Croce Rossa che si è messo all’opera immediatamente e che da allora non ha smesso di lavorare per la sua gente. “D’Alia si è messo a piangere, Buzzanca si è commosso. Tutti hanno subito pensato a discolparsi. Al primo funerale di Stato, Berlusconi e tutti gli altri erano in prima fila; al secondo, quello dei fratellini di due e sei anni ritrovati dopo tredici giorni, a cento metri dalla loro casa e a trecento metri di profondità, non è venuto nessuno”.

Cristiano è un ragazzone di ventidue anni, quasi un metro e novanta, robusto e muscoloso, eppure ha gli occhi lucidi quando mi racconta del loro ritrovamento, dell’effetto domino che c’è stato sui familiari che si sono sentiti male, del papà dei bimbi sdraiato con lo sguardo perso nel vuoto – aveva già perso sua moglie – e di un pompiere che è svenuto. “Se ne sono andate le televisioni. Se ne sono andati tutti” mi dice. “Si sono dimenticati”.

Ma dopo che certe cose le hai viste con i tuoi occhi, non le puoi dimenticare. Una macchina si è fatta da sola sei chilometri, da Altolia fino al mare. Il fango arrivava fino ai balconi del primo piano e i letti cadevano dalle abitazioni. I cadaveri scendevano nel torrente. Un’esplosione ha rimbombato nella valle come se si fosse in guerra. Una tavola ancora pronta per la cena, con i tortellini nei piatti. E poi fango, e sassi, sassi dappertutto.

Chi si è salvato poteva morire di infarto, o fratturarsi le ossa scivolando sul fango. Operai dentro alle ruspe ribaltate, con femori rotti e spalle lussate.
Pensate ancora che sia impossibile avere paura della pioggia?

Era da troppo tempo che la montagna mandava degli avvertimenti, vedete che io qui non ci posso più stare” fa Cristiano con una smorfia.

Perciò questa tragedia non ha fatto tanto rumore. Troppe dita c’erano, da puntare!

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1 Comment

  1. Anonymous

    Un reportage fatto con professionalità..con passione..col cuore..con la verità.
    Complimenti
    🙂

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