Storie d’oro e di fango #27: soluzioni di cemento e oblio

11 12 09 by

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Non so se tutti hanno capito, Ottobre la tua grande bellezza / nei tini grassi come pance piene prepari mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezza / Lungo i miei monti, come uccelli tristi fuggono nubi pazze / lungo i miei monti colorati in rame fumano nubi basse, fumano nubi basse

Francesco Guccini

  

È passato un mese esatto dal disastro quando il consiglio comunale di Messina ha indetto la prima seduta straordinaria per fare il punto della situazione e discutere sul da farsi. Un mese. Trenta giorni di un ottobre infernale in cui 4 località sulla costa ionica sono andate distrutte, 37 persone sono morte, oltre mille sono sfollate e ancora di più hanno perso tutto. L’orario di inizio del consiglio straordinario era previsto per le 10.30 ma il signor sindaco Buzzanca è arrivato tranquillamente alle 11.25, stringendo mani e baciando guance.
L’argomento è uno solo”, dice. “Una delle tragedie più gravi che Messina abbia avuto dopo il terremoto”. Sono bastati alcuni attimi di raccoglimento per espiare le colpe dei consiglieri, che dopo il minuto di silenzio sono esplosi in un grande applauso.

Non esiste spostare Giampilieri, ti dicono i giampuliroti. Non esiste spostare Molino, ti dicono i mulinoti. Non esiste spostare Altolia, ti rispondono gli altoliesi, noi da qui non ce ne andiamo. Eppure l’unica soluzione che il governo riesce a dare sono affitti temporanei, ipotesi di delocalizzazione dei paesi, promesse di New Town. “Noi qui abbiamo le nostre radici, i nostri ricordi. Lotteremo fino alla fine per la messa in sicurezza della montagna perché sappiamo che se lo volessero potrebbero farlo. Spostare i centri abitati non sarebbe una soluzione, perché tutto il territorio, qui, è lo stesso” mi dice Peppe.

I tempi della ricostruzione sono un tabù, lo svuotamento degli edifici dal fango non è terminato, qualche risposta in via ufficiosa acquieta i dubbi delle persone sugli affitti. Intanto, il Comitato organizza fiaccolate commemorative per confortare la popolazione e sensibilizzare l’opinione pubblica. Le fiaccole, quelle sì, le dà il comune di Messina.

Dario Caroniti è assessore alle politiche della famiglia e mi parla della sua terra con serietà e carisma. “Il disastro di Sarno ha visto cadere in 48 ore 170 mm di pioggia; a Giampilieri ne sono caduti 350 in 2 ore. È chiaro che qualunque prevenzione o tampone fosse stato fatto sui danni dell’alluvione del 2007, sarebbe stato comunque portato via. Rispetto a una tempesta del genere non ci può essere prevenzione” mi dice. Ma un lato positivo in tutto questo, Caroniti lo riesce a trovare: la pioggia è stata circoscritta sulle due vallate di Giampilieri e di Scaletta, per fortuna: avanzando poco più su, le conseguenze sarebbero state molto peggiori, dato che Messina è attraversata da torrenti coperti. Che sarebbero esplosi abbattendo sulla città una catastrofe ancora peggiore.

Il territorio non è difendibile, quindi. Ma il danno potrebbe essere limitato con provvedimenti finora non voluti. E allora di chi è la responsabilità di quanto accaduto? Chi è veramente colpevole? Lo Stato accusa Messina di abusivismo, Messina accusa lo Stato di non stanziare abbastanza fondi, i politici locali si rifanno alle dichiarazioni dei più alti esponenti del governo, accusando intanto anche gli esperti che, la sera prima, avevano lanciato uno stato di allerta meteo che parlava di criticità ordinaria: tutti, in questa storia, si nascondono dietro un dito.

Per ora il Premier fa promesse di risarcimento ma il comune non ha i soldi per anticipare questi fondi stanziati. “Nessuno ci darebbe i soldi necessari per la messa in sicurezza di tutta la Sicilia, perché di questo si tratta” afferma Caroniti. “E l’economia siciliana da sola non può sostenere la spesa, a causa della sua arretratezza, della difficoltà estrema negli spostamenti, dei fondi tagliati al settore dei trasporti. C’è solo un modo per ovviare a tutto questo. La vera alternativa per lo sviluppo, il vero lancio dell’economia siciliana, sarà il ponte sullo Stretto”.

Una cattedrale nel deserto sarebbe quindi la soluzione. Un mostro di cemento di dimensioni colossali, che distrugga uno degli ecosistemi più straordinari del pianeta, che confischi spiagge e terreni a pescatori e contadini, che dia appalti alla mafia e illuda la popolazione di nuovi posti di lavoro già assegnati per la manodopera specializzata dall’estero. Tre chilometri soltanto, che spazzeranno via i lavoratori delle compagnie di navigazione e delle ferrovie. Un ponte che potrà infischiarsene delle leggi della fisica facendo passare contemporaneamente due treni, centinaia di tir, auto e pedoni, lungo una lingua di mare dove i venti e le correnti, ma anche i terremoti e i maremoti, regnano sovrani.

Seduto alla destra del sindaco durante il consiglio straordinario, l’assessore Caroniti ha questa certezza. Buzzanca invece continua a parlare di solidarietà, assistenza, azione. Si riempie la bocca di parole quali vita, rete, identità, sicurezza. E nel suo discorso spara anche sull’Unione Europea.
Lei non ha la statura morale per guidare la nostra città”, gli sputa in faccia l’esponente dell’opposizione Milazzo, ricordando di come la tragedia messinese non sia stata trattata allo stesso modo di quella de L’Aquila.

Mi vengono in mente le parole di un anziano ad Itala, con gli occhi pieni di indignazione e ironia insieme. “Ce la vediamo noi, qua in Sicilia, hanno detto i mafiosi delle nostre amministrazioni locali. Sa, signorina, gli italiani sono intelligenti e scaltri. Ma hanno un difetto: mai sentito parlare di mazzette? Si passano i soldi di mano in mano”…

 

 

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1 Comment

  1. Complimenti a Valeria per le foto.

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