Storie d’oro e di fango #24: Messina non è in Italia

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E frattanto la grande natura incolta s’è insinuata nella loro città, s’è infiltrata dappertutto, nelle loro case, nei loro uffici, in loro stessi. Non si muove, si mantiene ferma in essi, essi vi stan dentro in pieno, la respirano e non la vedono, credono che sia fuori, a venti miglia dalla città. Io la vedo, questa natura, la vedo… So che la sua sottomissione è pigrizia, so ch’essa non ha leggi: quella che scambiano per la sua costanza… Non ha che abitudini, e le può cambiare domani.

Jean-Paul Sartre

  

  

Sono partita spinta dall’indignazione per il silenzio. I fatti di Messina dei primi di ottobre non hanno risvegliato nessun sentimento nazionale nelle case degli italiani, come invece era successo per l’Abruzzo. Questione di numeri? Di meridiani e paralleli? Di morti? Di case distrutte?
O di responsabilità?

Mi sono indignata perché i media hanno coperto la questione in modo frettoloso, populistico e superficiale, e solo per un paio di giorni, non di più. Tutti ci siamo resi conto del fatto che Messina non è tanto Italia quanto L’Aquila, ma una volta lì mi sono trovata di fronte ad una questione molto più complessa. Non solo a Milano, a Bologna, a Roma, la gente non ha provato compassione per i messinesi, ma nemmeno a Napoli, nemmeno a Reggio Calabria, nemmeno a Villa San Giovanni, che il disastro l’ha avuto appena di fronte, a distanza di una lingua di mare folle, lunga tre chilometri.

L’ho attraversato, lo Stretto. Tutto d’un fiato, con l’aliscafo partito da Reggio, con il cuore in gola per l’emozione. L’ho attraversato in balia di sensazioni discordanti e altalenanti come le onde del Mediterraneo, tra l’eccitazione di trovarmi dentro un mare di miti e leggende, la consapevolezza di una navigazione ancestrale, l’angoscia di trovarmi di fronte a un’umanità in ginocchio. Ho bevuto il vento dello stretto, ho respirato il profumo pungente che nasce dall’unione di Ionio e Tirreno, ho mosso la testa al ritmo del canto delle sirene.

Ma poi sono arrivata sulla terraferma e ho capito che non solo la tragedia che cercavo non era italiana, ma non era nemmeno siciliana. Peggio, non era nemmeno messinese. Dieci chilometri di distanza o poco più, qui, fanno lo stesso effetto di mille o duemila: questa tragedia è solo di Giampilieri Superiore, solo di Altolia, solo di Scaletta, solo di Itala. Tra l’una e l’altra di loro, silenzio, tra loro e il resto del mondo, il nulla.


La statua di Padre Pio giù a Giampilieri Marina, la stazione ferroviaria, le ringhiere, il lungomare, i campi e poi su fino alla scuola elementare, fino alla falegnameria e al ponte sul torrente. Ogni simbolo di questi luoghi è stato violato dal fango, in un abbraccio nero e diabolico di umido terrore. Vite, miracoli e sacrifici andati in fumo. No, peggio. Perché il fango è viscido, appiccicoso, prima acquoso e poi denso, infine solido e irremovibile come il marmo.

  

Sassi e pareti, tronchi, muri, scarpe, automobili, cappelli, palloni da calcio, lampadari, soffitte. La montagna si è portata via qualsiasi cosa le piacesse fino al mare, fino allo stretto delle meraviglie.

Lo stretto, con i suoi mostri a tre teste e i suoi coralli neri, che risucchia, insieme ai sogni e le vite delle persone, anche la forza di gravità, la profondità, lo spazio ed il tempo.

Senza che nessuno, per quanto vicino, se ne accorga…

 

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3 Comments

  1. Hai ragione.
    Il dissesto e il menefreghismo della classe politica che arriva anche a infettare la gente comune, delle volte, sono tipici dalle parti dello Stretto. E nessuno se ne sorprende.

  2. Anonymous

    Anche Casamicciola terme non e Italia, tutte le parole di questo articolo calzano a pennello anche per noi alluvionati di Casamicciola anzi di Piazza Bagni perche tutt’intorno è indifferenza

  3. mah effettivamente non si è mai capito in base a quali criteri danno importanza ad una tragedia si e l’altra no!

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