Storie d’oro e di fango #22: l’ombra benedetta

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Una monetina per la Cina / Una per il ponte sullo stretto di Messina / Sperando che il calore della terra siciliana / Possa sciogliere la nebbia fissa in Val Padana

Daniele Silvestri

  

  

In queste mattine di ottobre la costa calabrese vede quella siciliana in modo nitido e deciso, e il profumo del mare è così forte che impregna i vestiti fino ai tessuti più interni, stravolgendoli con la sua tempra millenaria. Carmelo si sveglia presto ogni mattina per raggiungere la spiaggia di Cannitello, il luogo in cui è nato e cresciuto e che non cambierebbe con niente al mondo. Si veste di tutto punto per il suo appuntamento giornaliero: anche con una canna da pesca in mano ha il suo bel paio di scarpe, pantalone nero e camicia bianca, elegante come se lo aspettasse una gran festa e non dovesse invece passare tutto il giorno qui, davanti allo stretto.

Qui abbiamo un territorio unico, signorina! E vogliamo parlare del clima? Non c’è da nessun’altra parte, questo clima qui! Al Nord sono razzisti e ci chiamano terroni, ma sono solo invidiosi”. Ha vissuto tanti anni a Torino e Milano per fare l’operaio nelle fabbriche, e ora che la giovinezza lo sta abbandonando è tornato a riabbracciare la sua terra, pieno del vigore e del rancore che ha accumulato da immigrato. “Chi ce l’ha un posto così bello, dove due terre si uniscono? Solo la Calabria. Ma io li odio i calabresi, perché sono contro il ponte. Tutti li ucciderei! Non capiscono niente, non hanno cervello… Questo ponte porterà lavoro a tutti, almeno per dieci anni, nasceranno nuovi locali, pizzerie, i turisti faranno la passeggiata qui… non capiscono quanto valorizzerà questo paese! Non capiscono niente…

Gli chiedo se non lo preoccupa il fatto che l’enorme cantiere distruggerà gran parte di quel suo territorio così bello, ma lui mi risponde più eccitato di prima: “no, non rovinerà l’ambiente, non darà fastidio alla fauna, il ponte mica va nell’acqua! Gli fa ombra, certo. Ma stanno pure meglio, i pesci, all’ombra!” Il suo sorriso è disarmante. Quando pesca, Carmelo immagina quel mastodontico ponte e si emoziona al punto che gli brillano gli occhi. “Io già me lo vedo, sarà bellissimo, sarà uno spettacolo, nessuno ce l’ha una cosa così bella, sarà il più bel ponte e verranno da tutto il mondo solo per vederlo!” Le pupille sembrano scoppiare di gioia sincera, come quella di un bambino davanti al suo giocattolo preferito. “E’ da quando ero piccolo che si sente dire questa cosa, ma nessuno ce l’ha mai fatta. Questo governo, invece, ce la farà!” e, dato il suo entusiasmo, per un attimo mi dimentico che è un governo fatto di quegli stessi “nordici” razzisti che lo hanno fatto sentire emarginato per tutta la vita.

Questo ponte sarà favoloso e non si avvicinerà nemmeno lontanamente ai ponti che già hanno il primato sulla Terra: il ponte sul fiume Tago a Lisbona, il Golden Gate di San Francisco, la Great Belt in Danimarca, l’Akashi Kaikyo in Giappone.
Saranno piccoli in confronto al ponte sullo Stretto di Messina, pari a 33 campi da calcio: una cosa mai vista. Si dice che la lunghezza del filo necessario, un filo da mezzo centimetro, sarà circa due volte la distanza che c’è dalla Terra alla Luna.

I pescatori di Cannitello sembrano vivere da sempre in questo limbo, tra l’attesa morbosa del ponte e il ripetersi ciclico della quotidianità. Eppure, quante e quali saranno le abitazioni che scompariranno, ad oggi non si sa. Il Boccaccio è un grande complesso che comprende bar, ristorante e albergo, sul lungomare che dà su Messina; è a conduzione familiare e anche la figlia del proprietario, giovanissima, non ha dubbi: il ponte porterà ricchezza, lavoro, guadagno. Sono queste le parole chiave più ricorrenti, anche se “è successo altre volte”, mi dice, “che annunciassero una cosa del genere, ma non è mai cambiato niente…

Appena sotto, sulla spiaggia, marito e moglie sono arrivati dalla collina per pescare. “Di solito viene senza di me”, mi dice lei, “ma oggi non mi andava di stare a casa da sola e così sono venuta anch’io”. Mi mostra il pesce argentato che luccica dentro un secchio pieno d’acqua salata, tirandolo fuori ed erigendolo come un trofeo, poi comincia a parlarmi. “Voialtri giovani che andate a crescere, lottate per difendere l’ambiente e il territorio!” mi dice a voce alta, un po’ come fosse un appello, un po’ come se in fondo volesse scaricare su di me una responsabilità che una donna come lei, quasi sessantenne, non vuole accollarsi.

Se lo fanno o non lo fanno, questo ponte, a me…” accenna il marito, mentre gli occhi neri proiettano le sue rughe fino all’orizzonte. “No, ma il ponte non lo faranno qui, lo faranno più in là”, continua lei poggiando i piedi proprio sulla parte dove il progetto preliminare intende installare il pilone calabrese. “Non verrà cancellato il paesino, non verrà distrutto il paesaggio. Mica va nell’acqua, il ponte! Passa sopra, non rovina niente”…

 

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