Storie d’oro e di fango #20: l’ordine e il caos

25 11 09 by

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Che sfinge di cemento e alluminio ha spaccato loro il cranio e ne ha mangiato cervelli e immaginazione?

Allen Ginsberg

  

  

Tra i materiali fabbricati dall’uomo, il più diffuso al mondo è il cemento. Nel solo anno 2008, la sua produzione mondiale ha raggiunto i 2,83 miliardi di tonnellate, che corrispondono a circa 450 kg pro capite. Fino a poco tempo fa non si conosceva esattamente la sua struttura molecolare; poi un gruppo di scienziati ha scoperto qualcosa di sorprendente: la sua resistenza non è dovuta all’ordine, ma al caos. Sono infatti le variazioni casuali delle molecole di cemento che si alternano agli schemi regolari, a rendere possibile il legame con l’acqua e a creare una struttura elastica ma allo stesso tempo robusta.

Anche il ponte sullo Stretto di Messina è retto più dal caos che dall’ordine. Il progetto provvisorio cambia continuamente da oltre trent’anni, con costi che raddoppiano ogni volta: è un progetto che non accenna a concludersi perché si tratta di una costruzione estremamente complessa e ardita, senza precedenti in tutto il mondo. Secondo il progetto attuale costerà 3,88 miliardi di euro e sarà lungo 3.300 metri, con 6 corsie stradali e 2 ferroviarie. Ci passeranno tra i seimila e i novemila automezzi l’ora, più 200 treni al giorno. I cavi che sosterranno il ponte saranno fissati a terra da due enormi blocchi di ancoraggio, uno in Sicilia (a Ganzirri) e uno in Calabria (a Cannitello), e peseranno entrambi circa 700 mila tonnellate.

lo Stretto visto da Scilla (RC)

  


I due piloni saranno alti 398 metri e poseranno sulle sponde di una delle zone col più alto rischio sismico in Italia, su cui alluvioni e frane distruggono vite e paesi ogni paio d’anni. Eppure il progetto attuale prevede che l’opera resista senza danni strutturali a sollecitazioni sismiche fino a magnitudo 7,1. Cioè ad una situazione identica a quella del disastroso terremoto di Messina e Reggio del 28 dicembre 1908, con epicentro proprio nello Stretto, in cui persero la vita tra le 90 mila e le 120 mila persone e in cui centinaia di edifici furono letteralmente polverizzati.

Alcune relazioni tecnico-urbanistiche sviluppate da studiosi dell’Università di Messina dimostrano che alcuni presupposti del progetto non sussistono e che le previsioni non sono corrette. L’opera così come prevista nel progetto preliminare, secondo le loro analisi, non può integrarsi con il tessuto urbanizzato esistente e l’analisi costi-benefici ha molti punti di debolezza, come ad esempio il fatto che l’impatto occupazionale è notevolmente sovrastimato.

Peppe Marra, veterano del movimento No Ponte di Reggio Calabria

  

Il movimento No Ponte è nato all’inizio degli anni Ottanta da un’élite di ambientalisti, a cui poi si sono uniti comitati locali, gruppi militanti e partiti politici che hanno spostato la tematica dal livello locale al livello nazionale. Poi, nel 2006, il movimento No Ponte e quello No Tav si sono gemellati, dando vita ad un corteo che ha raggiunto i diecimila partecipanti.
Un gemellaggio che unisce l’Italia ogni anno di più, dallo Stretto di Messina alla Val di Susa, e che lotta contro il progetto governativo di riempire l’Italia di cemento in modo indiscriminato.

Milena ha 28 anni ed è estetista. È di Villa San Giovanni, il comune al confine con Reggio Calabria su cui sarà impiantato il pilone calabrese: precisamente nella sua frazione, Cannitello. Ci diamo appuntamento in una caldissima mattina di ottobre durante la fiera della decrescita, al Centro Sociale di Gallico in cui si riunisce il movimento No Ponte, di cui lei fa parte da anni e che unisce organizzazioni quali WWF, Lega Ambiente, Italia Nostra, LIPU, molti settori di sinistra e alcuni di destra.

Qui però, mi racconta Milena, non ci può essere collaborazione tra forze politiche opposte, anche se si vuole raggiungere lo stesso obiettivo. “Persino Forza Nuova qui è contraria al ponte” mi spiega, “ma a volte vengono qui da noi, durante la notte, e compiono atti vandalici di intimidazione”. I suoi ricci risaltano le fossette del sorriso, ogni tanto scherza con i più anziani, i veterani nopontisti. Il sole è talmente caldo che attivisti e coltivatori diretti decidono di fare una lunga tavolata e apparecchiarla con i cibi biologici della fiera, mentre due ragazzi, nelle cucine del centro – occupato illegalmente poiché abbandonato – preparano zuppe, frittate e verdure grigliate.

Tutto è eccessivo, qui, i colori, gli accenti, gli scherzi e persino i sapori. Mentre penso al disastro che cadrebbe su queste terre se il ponte venisse costruito davvero, mi incanto a guardare i sorrisi e la vitalità di queste persone. Sono nate in un luogo contraddittorio e precario, in cui la società civile è in bilico tra comunione e delinquenza, eppure riescono ad essere felici. Come pochi, dove tutto funziona meglio, riescono a fare.

 

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