Storie d’oro e di fango #19: le vite confiscate

22 11 09 by

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“Qual ponte, muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull’infinito, che tutto ci appare ombra di eternità? A quale sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza?”

Dino Campana

  

  

Mai. Ascoltami bene. Questo ponte non lo faranno mai”.
È Diego Festa, guida ambientale escursionistica del Parco Nazionale dell’Aspromonte, in Calabria. Le sue parole scandiscono il tramonto mentre mi accompagna negli anfratti più intimi della sua cara Costa Viola, le sfumature del mare si uniscono in un filo luminoso a quelle delle nuvole, color arancio lava. Mi racconta u Strittu, la sua storia, la geologia, la fauna. Le sue correnti vorticose e il suo temperamento guerriero, il suo essere paradiso degli zoologi e inferno dei navigatori.

Il vento, qui, è una presenza umida e vividissima. Sembra essere lui a spifferare i colori alle cose, come un pennello animato sulla tavolozza che unisce lo Ionio al Tirreno: ogni cosa che tocca si riaccende di vita, compresi i cumuli bianco latte che si accomodano sulle pendici di monti e colline. Diego mi porta sulle terre estreme di Santa Trada, nel comune di Villa San Giovanni, a vedere le ombre malinconiche di Panarea e Stromboli in lontananza. D’un tratto, il piacere per quella fervida bellezza è così forte che no, penso, questo ponte non lo faranno mai.

Lo Stretto di Messina è un concentrato di contraddizioni e biodiversità, un insieme perfetto di opposti, uno straordinario universo in miniatura. Quando sul versante tirrenico c’è bassa marea, su quello ionico c’è alta marea e viceversa. Tra correnti e dislivelli, le acque si rimescolano da un bacino all’altro, leggere e pesanti, più dense e meno dense, avverando il miracolo dei contrasti eterni che tengono in piedi il mondo sin dall’inizio di ogni cosa. Acque che scorrono, acque che fluiscono, poi vorticano, piroettano, infine si abbracciano, diventano una cosa sola, ma senza unirsi mai. Le coste di Calabria e Sicilia ammirano lo spettacolo, mute, quasi invisibili sul palcoscenico mediterraneo.

E’ qui che Romina è cresciuta e vive insieme alla sua famiglia, mangiando i frutti dell’orto che coltivano con tanta dedizione. Ha ventisette anni e ha vinto un dottorato in storia dell’integrazione europea e del federalismo, ma i suoi studi e la sua cultura non l’hanno mai allontanata dalla terra, dalla fatica, dai semi e dai frutti. Forse, però, qualcos’altro lo farà presto.
Quest’area è destinata ai cantieri” mi dice. “Da Lamezia in giù è tutto un mosaico di lavori in corso da tanti anni, che spacciano per riqualificazione dell’autostrada ma in realtà non sono altro che i raccordi funzionali alla struttura del ponte. Montagne intere sono state sequestrate, gallerie sono state spostate, numerosi terreni sono da confiscare. Tra questi c’è il mio”.

Romina ha molti bracciali ai polsi, ed i capelli corti. Mentre mi racconta del triste destino della sua casa e dei suoi orti, dell’angoscia e dell’attesa, io vedo nei suoi occhi le scene di vita familiare che le passano in mente, risate e giochi e abbracci, di un passato che gli è stato rubato ancora prima di diventarlo. Le chiedo da quanto tempo stiano già facendo questi lavori per il ponte ma lei mi risponde che “è come se ci fosse stato un cantiere latente in questa zona da sempre. Non mi ricordo un periodo in cui non se n’è parlato, nemmeno durante la mia infanzia. Indipendentemente dal colore politico c’è sempre stato qualcuno disposto a tutto questo, disposto a chiudere un occhio”.

La sua voce non trema. Eppure ciò che sento di lei non è rassegnazione, ma determinazione. Le cose stanno così, lo spiega pacatamente. “In termini economici, gli interessi comuni sono quasi nulli. È il bacino elettorale, che conta. La ricchezza che ne verrà non riguarderà la gente, ma le grandi imprese. E la mafia”. I raggi del sole, che qui è caldo anche ad ottobre, scandiscono la fermezza delle sue parole. “L’unico a guadagnarci è il sistema malavitoso”.

  

In una realtà in cui è fortunato chi è precario, le soluzioni che rientrano nell’immaginario collettivo sono quelle di cemento. Niente sostenibilità, niente eco-compatibilità, niente bene comune. Questo ponte unirà le due cosche mafiose più potenti del mondo. Il governo rafforzerà il suo bacino di utenza. I padri di famiglia penseranno che se stanno aprendo un cantiere, sarà pane per i loro figli.
Nel frattempo si continuano a fare concessioni edilizie su terreni che, si sa, verranno confiscati: per i piloni del ponte, per le strade su cui passeranno i camion, per usarne la terra, o per farne delle discariche.
Alcuni, si dice, verranno confiscati solo per rivenderli a prezzo maggiorato.

Non abbiamo mai ricevuto comunicazioni ufficiali. Ci snobbano, ci fanno vivere nell’incertezza e nella paura. Io, ad esempio, ho sentito che sul mio terreno ci faranno la casetta per il pedaggio”. Le scappa una risata. “Se mi garantiscono il posto da bigliettaia, glielo do”.
Equo indennizzo, lo chiamano per legge. Ma quanto possono valere questi soldi, a confronto con gli anni, i giorni, le ore dedicate a questa terra? A confronto con un futuro segnato dal rumore di un traffico incessante di tir, auto e treni che passano sopra la propria testa?

I miei ulivi, la mia vigna, le mie verdure di stagione, i miei alberi da frutto. In termini umani queste cose non hanno prezzo…

 

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