Reportage dalla Barbagia: il linguaggio è un gioco

16 10 09 by

La lingua sarda è fatta di giochi linguistici, sensi metaforici, espressioni intraducibili e figure retoriche. L’ellissi e la sineddoche la rendono di poche parole, sostituendo l’intuito alla sintassi completa; la laconicità è tipica della parlata, che diventa concisa e imperscrutabile. In realtà, il Sardo preferisce esprimersi nel silenzio, nelle parole non dette, mantenute dentro, conservate da occhi indiscreti. Il Sardo ha un pessimo rapporto con la comunicazione, quando questa è intesa come apertura, dialogo, messa a nudo della personalità: per lui comunicare è spogliarsi, rinunciare alla corazza e alle difese. Ecco perché preferisce non parlare, e se proprio deve, si rifugia in frasi fatte e battute rimbalzate, in modo da non esporsi troppo agli occhi altrui.

La lingua sarda cela una dinamica di guerra. Il silenzio dei Sardi è una fortificazione, un nuraghe mascherato da una discrezione che ha invece la secolare funzione di difesa. E al momento del contrattacco, quando il discorso si fa caldo, sanguigno, e le parole si colorano di immagini e intenzioni, allora arriva l’ironia, il sarcasmo, il riso sardonico dell’amarezza. La resistenza diventa uno stile di vita che investe anche il linguaggio, un linguaggio fatto di censure e sospensioni, digressioni ed amplificazioni. È qui che scatta l’iperbole, l’esagerazione ai limiti dell’impossibile, costante tipica della lingua sarda. Non ha senso seguire la logica del discorso per filo e per segno, ma l’espressione si moltiplica di colori e sensazioni. Nella verità non c’è gioco, allora tanto vale palleggiare con il senso e far rimbalzare l’attenzione, in uno spettacolo di dimostrazioni ed esibizioni, di scoperte e nascondigli. Ci deve essere sempre la possibilità, la porta aperta di un’ambivalenza.

La dichiarazione è attenuata, l’inconscio si esprime cripticamente e l’intuito fa il suo lavoro di interpretazione. Il congiuntivo e il condizionale esorcizzano la chiarezza a favore dell’indeterminatezza, uscire allo scoperto permette al nemico di scoprire i punti deboli; la litote, con diplomazia, afferma negando: non si dice mai la frase chiara, diretta e lineare. Spesso le frasi assumono la struttura del rebus e dell’enigma, mentre i proverbi svolgono una parte fondamentale nel linguaggio di tutti i giorni. È un gioco costante e temibile, la lingua sarda, che si serve dell’antifrasi per scherzare con la verità, dando alle parole il loro significato opposto; della catacresi per disegnare immagini sulle parole che non esistono; dell’ossimoro per confondere l’avversario accostando parole di senso opposto; dell’antitesi per contraddire e dell’ironia per prendersi gioco del significato.

La conversazione pacifica non esiste, ma è sostituita da un silenzio diffidente o da uno scontro colorito dall’intensità espressiva. La dinamica bellicosa si dà nel botta e risposta, nell’attacca e fuggi, nell’offensiva rapida seguita dal ritiro immediato. Come dice un’azzeccatissima espressione di Bandinu, “non è possibile dire pane al pane e vino al vino. Perché il pane si fa carne e il vino sangue” . È per questo che in Barbagia si può litigare solo in sardo, perché l’italiano è esplicito, dice quello che pensa, toglie alla relazione comunicativa quel tocco essenziale di negazione, quella perspicace elaborazione linguistica. “Sa briga è un bisticcio in pubblico ed una complessa testimonianza di pulsioni aggressive e di accuse storico biografiche personali e familiari ma anche di giochi linguistici fatti di litote e iperbole, di allusioni tendenziose e di percorsi labirintici, di rimandi simbolici e di esplosioni poetiche” .

Ma c’è anche un’altra connotazione del linguaggio che qui ci interessa: il suo rapporto con il tempo. Il rapporto di una civiltà con il suo passato, il suo presente e il suo futuro è scritto nella sua lingua. In sardo non esiste il trapassato remoto ed è pressoché inesistente il passato remoto, entrambi deliberatamente sostituiti dal passato prossimo. Questo fenomeno linguistico si presta meravigliosamente per la metafora del passato che vive nel presente, una storia che non finisce ma che si rigenera quotidianamente, portando come risultato l’inesistenza di un tempo così lontano da doverlo chiamare “remoto”. Anche il rapporto del Sardo con il futuro è espresso nel suo parlare: il tempo futuro è sostituito dal tempo presente, come espressione di un’intenzione. Si tratta di un tempo circolare e sempre immobile, per cui il passato vive nel presente e il futuro è legato, anch’esso, all’intenzione presente, senza cesure tra prima e poi, tra ieri, oggi e domani.

 

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