3 ottobre per la libertà di stampa: l’Italia s’è desta?

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Avevo deciso che non avrei partecipato.

Delusa dalla manifestazione delle Agende Rosse, che non aveva superato i tremila partecipanti – e quasi tutti con fare da scampagnata – avevo perso la fiducia e l’entusiasmo necessari a sentirmi parte di un gruppo, di una collettività, di un cambiamento. Avevo deciso che non avrei passato un altro pomeriggio sotto il sole di Roma ad accrescere le mie frustrazioni in nome di un’utopia irrealizzabile, dentro un Paese dove ignoranza, oblio e rassegnazione vanno allegramente a braccetto. Avevo deciso che avrei passato quel weekend con i giornalisti di tutto il mondo al Festival di Internazionale a Ferrara, dove avrei avuto la possibilità di lavorare nella sala stampa e di intervistare alcuni dei migliori ospiti, nonchè di rivedere degli amici ed una città bellissima.

Avevo deciso: non ci sarei andata, a quell’ennesima farsa da piani alti, quell’ennesimo contentino per gli elettori del PD, quell’ammasso di bandiere e cartelloni che avrebbero dato un altro pretesto a questo governo per calunniare i giornalisti onesti. Come tanti altri cittadini, ero indignata per lo slittamento dal 19 settembre al 3 ottobre, in omaggio ai sei soldati morti a Kabul qualche giorno prima. E’ stata un’offesa forte alla nostra intelligenza, una terribile contraddizione da parte della Fnsi e di tutto ciò che si voleva etichettare come “giornalismo libero e indipendente” e che invece, allo schioccar di qualche dita dall’alto – o, peggio, per ancestrale inquadramento al sistema – si è inchinato di fronte allo scempio mediatico che proclama a “grandi eroi della patria” le giovani vittime di una politica estera fallimentare e disseminatrice di morte. Un gesto che ha voluto discriminare apertamente tutti gli altri morti ammazzati dallo Stato – i morti sul lavoro, i civili afghani uccisi dalla nostra “missione di pace”, i clandestini lasciati affogare nelle acque di Lampedusa, gli abruzzesi, i messinesi e tutti gli altri italiani caduti per alluvioni, esondazioni, frane, crolli. Cittadini di serie a e di serie b, nella gerarchia del potere che chiude gli occhi davanti al menefreghismo, all’incompetenza, all’inefficienza e che anzi nè è il primo modello di riferimento.

Poi è successo qualcosa.
Ho sentito l’energia, il pulsare di una forza che mi tirava in ballo, ho captato le grida, ho immaginato i colori. Sentivo che doveva essere diverso, che questa volta dovevo credere, che forse gli italiani si sarebbero svegliati dal torpore della videocrazia.

Non vi racconterò la manifestazione dei partiti. Non vi racconterò nemmeno quella dei sindacati o dei comitati, delle bandiere o dei megafoni. Non vi racconterò la manifestazione dei giornalisti.
Voglio mostrarvela per quello che è stato: un incontro tra persone. I giornalisti c’erano, ed erano anche tanti, i partiti pure, e i circoli, le associazioni, rappresentanti di intere redazioni. Ma erano prima di tutto uomini e donne, con rughe e luci negli occhi, voglia di cambiare nelle mani che applaudivano, sete di giustizia nelle gambe che stavano in piedi e non cedevano. Le differenze culturali erano sorpassate, le distanze degli schermi annullate.

Si è detto tanto, si è ascoltato, si è gridato e si è sorriso, si è commentato insieme e si è girato per la piazza, mostrando cartelloni scritti a mano con frasi acute e ironiche, affilate come sciabole di cristallo. Si è parlato di libertà, di giustizia, di onore. Ho visto ragazze e ragazzi giovanissimi seduti in fila con dei bavagli sul viso per tutta la durata della manifestazione, donne anziane con delle cerniere chiuse e legate intorno alla bocca, ho sentito voci che hanno risvegliato orecchie addormentate, altre bocche si baciavano, mani si stringevano. Chiunque c’è stato lo può dire: non si sentiva più il peso di un lungo viaggio dall’estremo nord e sud dello stivale, non si sentiva il peso di questo nuovo medioevo culturale, presagio di una nuova incombente era di piombo, perchè tutto, nell’aria, dava la certezza che se si è insieme, il buio può essere rischiarato.

Trecentomila in una piazza. Ce n’erano a decine sulle auto, a centinaia sull’obelisco, a grappoli su ogni davanzale, sui tetti e sulle impalcature: era il respiro collettivo di un popolo che esiste ancora e non vuole emigrare, si rifiuta di arrendersi e di imbambolarsi davanti allo stato delle cose. Nessuno, quando ha pensato, organizzato, letto e sentito parlare di questa manifestazione si aspettava una tale risposta di massa. Lo sconvolgimento lo si vedeva nei visi, nei gesti e nelle parole di chi si era dimenticato com’è che si migliora un Paese. Guardandosi in faccia, respirando la stessa aria, chiedendo scusa se si inciampa su un piede, alzandosi per far passare un altro o semplicemente apprezzando i cartelloni del “vicino”. Una solidarietà e una complicità che davvero, ai tempi delle vallette e dei precari, avevamo dimenticato.

Piazza del Popolo ha cominciato a riempirsi di fremiti sin dalle due del pomeriggio e non ha smesso di farlo fino alle sei, quando poi, col tramonto, ha lasciato ognuno di noi molto più pesante di sudore, rabbia e speranza.

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6 Comments

  1. Anonymous

    Al solito resto estasiato per il tuo modo di scrivere, sono stato sempre un’osservatore silente fino a questo punto, ma è ormai giunto il momento di uscire allo scoperto. Scrivi con l’anima e questo fa la differenza…

    in un mondo in cui nessuno ormai sa riconoscere i meriti mi prendo la piacevole responsabilità di dirti:

    Brava Brava Brava!!

    L’unico mio rammarico è che più o meno contemporaneamente alla manifestazione veniva approvado lo “scudo fiscale” e la manifestazione stessa è servita da scudo a molti politici per disertare (volutamente?) le aule.Mi spiace.

    dom

  2. Ti ringrazio per il tuo bellissimo commento e spero di non deludere mai le vostre aspettative 🙂

    La tua considerazione fa parte di quei numerosissimi argomenti controversi che avrei voluto toccare in questo post, ma che poi ho deciso di evitare per concentrarmi sullo spirito della manifestazione…

    ciao “dom”!

  3. Grazie per il post. Ne condivido lo spirito. Anch’io sono stata alla manifestazione a Roma ed ho sentito le stesse emozioni di cui parli.. In questa povera Italia c’è ancora un po’ di posto per la speranza. Essa viene dalla gente comune, non dall’alto. Per questo non bisogna mollare!

    claudia

  4. grazie claudia! no, non bisogna mollare 🙂

  5. piccolì, solo tu mi fai emozionare così… complimenti… e per una volta faccio i complimenti all Italia… forse qualcosa stà veramente cambiando!

  6. ops..nn so come si firmano i commenti…cmq…sono miki 😀
    ciao tesoro

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