La battaglia culturale dei Baganda: un’antropologa ci racconta Kampala

20 09 09 by

[Anna Baral (a sinistra, in abito tradizionale), antropologa della Missione Etnologica Italiana in Africa Equatoriale dell’Università di Torino. Esperta dell’etnia del Buganda, regno tradizionale all’interno dell’Uganda moderno, ci mostra le dinamiche che hanno portato ai terribili scontri di questo mese a Kampala, la “folle” capitale.]

  

  

  

Mentre a Kampala si contano i morti e i feriti lasciati sulle strade da una settimana di scontri, il silenzio dei media italiani avvolge come sempre i fatti di questo paese africano.
Non è una novità che i numeri ufficiali diffusi dall’Ansa non siano sufficienti per capire la gravità degli eventi. I 24 morti accertati, i più di 100 corpi feriti che reclamano attenzioni negli ospedali della città (Mulago, Nsambya, Mengo tra i più affollati) e i più di 600 arrestati in attesa di processo non spiegano, da soli, il peso dello scontro.

Per capire la serietà dei fatti della settimana del 7 settembre a Kampala bisognerebbe essersi trovati almeno una volta nel labirinto infernale dell’Old Taxi Park, il cuore pulsante della capitale in cui ogni giorno migliaia di pulmini sovraccarichi di corpi umani ed animali si incrociano in nubi di smog, ed avere negli occhi la folla di venditori di ogni mercanzia che si infilano rapidi fra i mezzi in movimento, cercando di piazzare i loro prodotti tra i viaggiatori in transito. E poi bisognerebbe guardare a come si è trasformata la scorsa settimana l’area dell’Old Taxi Park: un deserto bollente e surreale, caduto in un silenzio rotto solo dagli spari e dalle sirene delle camionette militari, rigato dai fumi di copertoni in fiamme.
Il centro di Kampala si è svuotato giovedì 10 settembre, quando una protesta è scoppiata in seguito alla decisione del Governo centrale di impedire la celebrazione dello Youth Day dei Baganda, il gruppo etnico più numeroso del Paese. Era programmato per il 12 settembre nel distretto di Kayunga, a 50 chilometri dalla capitale. Alla notizia del divieto, sassaiole sono iniziate in città, provocando una reazione durissima da parte del governo e sparatorie per diversi giorni in tutta l’area urbana.

L’Uganda è popolata da 56 gruppi etnici, unificati dagli Inglesi nel protettorato del 1894, nazione indipendente dal 1962. La prima costituzione ugandese prevedeva un assetto semifederale, in cui i leader tradizionali di questi gruppi venivano riconosciuti istituzionalmente. Il Kabaka, re del Buganda (il regno centrale e più forte nel paese) rivestiva ruolo di presidente, con Milton Obote primo ministro.
Com’è avvenuto in altri paesi africani, l’indipendenza ha travolto il neonato governo con un’ondata di ottimismo patriottico: sembrava che anche sull’Equatore si potesse applicare quel modello di stato-nazione che a detta dei bianchi avrebbe concesso di superare i “selvaggi” tribalismi locali. “Uganda Oyè”, viva l’Uganda: con questo spirito, nel 1966 Milton Obote, divenuto presidente con un colpo di stato, ha destituito le autorità tradizionali, considerate responsabili di fomentare faziosità etniche. A far le spese di questa decisione sono stati soprattutto i Baganda, la cui cultura si fonda essenzialmente sull’amore per il re: una fitta rete di credenze, rituali, comportamenti e mitologie si snoda attorno alla sua figura. L’assenza del Kabaka, esiliato in Inghilterra, ha aperto un vero e proprio lutto per i Baganda, colpiti più di altri gruppi etnici dalla crudeltà del regime obotiano e da quello successivo di Idi Amin.

Yoweri Museveni, Presidente della Repubblica dell’Uganda

  

  

Solo nel 1993 il presidente Museveni (ancora oggi al governo) ha acconsentito alla restaurazione di alcune autorità tradizionali, con una mossa lungimirante che gli ha garantito l’appoggio incondizionato dei Baganda. Nell’euforia della restaurazione, pochi avevano però colto la politica del bastone e della carota nascosta dietro alla definizione che la costituzione dava dei leader ristabiliti: “leader culturali”, senza alcun potere “politico”, recita l’art. 246.
Museveni cercava così di ricacciare i leader tradizionali, Kabaka in primis, nel territorio del folklore, custodi della tradizione orale, delle danze e dei ritmi dei tamburi, ma banditi dalla partecipazione alla politica dei partiti.
I Baganda tuttavia si stanno mobilitando sempre più spesso anche su questioni specificamente politiche, alzando una voce alternativa a quello che ormai è uno strapotere centrale.

Loro vogliono un regno culturale, ma dimmi, cosa non è politico nella nostra vita? Anche un uomo che amministra la propria casa sta facendo politica, perché non dovremmo farla noi?” si chiede oggi il rappresentante dei 52 capiclan del regno mentre ascolta le notizie in luganda, lingua dei Baganda, sulla radio del regno. Mentre Museveni cambia la Costituzione per poter essere rieletto ancora nel 2011, i Baganda reclamano la restituzione da parte del governo dell’ebyaffe, “le nostre cose”, terre e costruzioni che Obote e Amin avevano sottratto al regno e che il governo Museveni sta ancora usando come uffici, caserme e sedi amministrative repubblicane. La tensione è cresciuta negli ultimi tre anni, con l’arresto di monarchici accusati di dissidenza e proteste vigorose da parte dei sudditi del Kabaka.
Il Monitor è finito, puoi comprare il New Vision se vuoi”, rispondevano i venditori di giornale seduti sui marciapiedi di Kampala qualche settimana fa: il regno aveva vietato ai Baganda l’acquisto del quotidiano governativo responsabile di insinuazioni sulla condotta del re e pile di New Vision giacevano invendute.

È in questo quadro che bisogna leggere gli scontri dal 7 al 12 settembre: due istituzioni che convivono senza armonizzarsi pienamente, olio e acqua nel contesto nazionale. Due opzioni di appartenenza per molti cittadini, Ugandesi per la burocrazia ma Baganda per sentimento di appartenenza. Due modelli di gestione del potere che confrontandosi portano alla ribalta il tema dell’etnicità e delle identità tradizionali in Africa.
Museveni ha bloccato lo Youth Day Baganda adducendo motivazioni di sicurezza (etnie minoritarie presenti nel luogo dei festeggiamenti sarebbero state pronte ad impedire i festeggiamenti ed il passaggio del Kabaka) ma dietro la sua decisione ci sono anni di guerra fredda fra due ego, il suo e quello del Kabaka, rappresentanti ciascuno un modello di governo differente. Uno è lo stato centrale, basato sul principio dell’elettività – l’altro è il regno, basato sulla purezza nella genealogia. La cultura dei Baganda fa grande distinzione fra questi due principi.

Il re non è stato scelto da un branco di politici che domani potrebbero sceglierne un altro, incoraggiati da una tangente”, sostiene Francis, membro dell’associazione di studenti Baganda Nkobazambogo. “Il re è l’ombra di Dio, da lui ci è stato donato, la sua autorità non si discute perché quando apre bocca, senti i suoi antenati parlare tramite lui”. Il presidente è invece tacciato di corruzione, manipolazione, faziosità. La politica dei partiti, la cui regia è nelle mani di Museveni, è aborrita dai Baganda, memori dei disastri provocati dai vent’anni di politiche sanguinarie di Obote e Amin.
Ci sono tanti modi per leggere la situazione attuale dell’Uganda, mentre le elezioni del 2011 si avvicinano e la carta dell’etnicità è in mano a tutti i giocatori coinvolti, ognuno pronto a giocarla al momento debito. Il rischio di frammentazione etnica è reale e tangibile e ultimamente mosse grossolane e ambigue dello stesso presidente lo stanno riportando alla ribalta. Tuttavia, la ricerca etnografica offre spunti per non rischiare di semplificare la situazione definendola una “lotta fra tribù”, come spesso noi occidentali leggiamo la politica africana.

Analizzando i testi delle canzoni che i musicisti di corte del Kabaka suonavano di nascosto nel periodo obotiano, pieni di metafore criptiche atte a parlare dell’amato re senza venire arrestati, si capisce quanto i Baganda siano stati sempre consapevoli del ruolo politico della cultura. Una cultura usata come arma di resistenza all’annientamento di coscienze e vite umane perpetrato dal regime. Assistendo ad una seduta presso un medico tradizionale si sentono gli spiriti del pantheon ganda parlare attraverso i malati, spiegando ai presenti che i loro malesseri sono dovuti alla situazione instabile del regno.

Lo stato centrale ha fallito nel dare riconoscimento ai gruppi che popolano il territorio. Forse dovremmo iniziare a ragionare sulla possibilità che il “nostro” modello di stato-nazione occidentale sia poco plausibile in un contesto geopolitico in cui piuttosto appartenenze etniche, famigliari e claniche giocano un ruolo fondamentale.

 

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3 Comments

  1. Ciò è un’analisi molto buona rispetto a che cosa ha avvenuto a Kampala. Il produttore ha dato la storia libera e circumsatances che quello ha condotto ai tumulti. Questi tumulti sono stati innescati dall’edizione del Kayunga ma è stato un’accumulazione di tante rimostranze fra il Baganda. Anna, grazie così tanto per lo studio acuto sulla situazione nell’Uganda.

  2. Anonymous

    Good article. Our president is yet to learn that things come and go. Our Kingdom has been there for more than double the life of even Uganda as a country. I like your article, and this is the beginning of the end of a former rebel’s regime.

  3. Complimenti e grazie dell’informazione che leggo in ritardo e che ovviamente non ho sentito dai nostri meedia.
    Sono stata in Uganda e ne ho potuto respirare le contraddizioni. Avvertivo tanta speranza tra la gente e voglia di farcela in un paese bellissimo, ricco di cultura e risorse…ma questa notizia è come una sciabolata. Solidarietà agli Ugandesi… di qualunque etnia ovviamente!!

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