A futura memoria: le tre regole di Indro Montanelli

19 08 09 by

Dopo le tre regole che sono solita darmi quando lavoro ad un mio reportage, il cuore, il bisturi e la clessidra, oggi vi racconto quelle che invece era solito darsi uno dei più grandi reporter della storia: Indro Montanelli.

Nonostante qualche parte del suo passato possa essere considerato quantomeno discutibile – il plateale razzismo, l’adesione al fascismo, il matrimonio con una dodicenne eritrea, ad esempio – la sua biografia è tra le più eccezionali, e vale proprio la pena leggerla tutta. Ha viaggiato in tutto il mondo scrivendo reportage memorabili, ed ha ricevuto i migliori riconoscimenti sia in Italia che all’estero.

Queste sono le sue tre regole, tanto semplici quanto geniali:

  1. Guadagnarsi la fiducia del lettore dicendo sempre tutta la verità e, se ci si sbaglia, chiedere scusa immediatamente;
  2. Scrivere con un linguaggio semplice, quello del lettore e non quello “dell’Accademia, peste e dannazione di una cultura”. Essere sempre al servizio del lettore;
  3. Non far mai sentire al lettore la propria opinione: “che te ne sia fatta qualcuna, è inevitabile; e chi lo nega, o è un imbecille o è un bugiardo. Ma non si può nè si deve imporla al lettore; bisogna lasciargliela suggerire dai fatti secondo il modo in cui gli si raccontano”.

 

In ogni singolo pezzo della sua carriera giornalistica, questi tre dogmi si possono trovare attuati, in maniera così chiara e semplice da non sembrare nemmeno regole. Eppure c’è un reportage, tra tutti, in cui Montanelli superò se stesso, dando vita ad un capolavoro come pochi altri nella storia del reportage di guerra. Ed è quello che scrisse negli anni Quaranta quando andò a seguire l’offensiva russa alla Finlandia.

Mentre cercava le tragiche storie che una guerra mette tristemente a disposizione dei giornalisti, trovò delle lettere macchiate “di sangue rappreso che le inceralaccavano”. Un collega gli disse di buttarle via ma lui le tenne, e fece parlare loro al posto suo. Erano le lettere di Mariussa, devota moglie del soldato Efim Pavlovic, di 24 anni, operaio di Leningrado poi destinato al 115° Fanteria sulla frontiera estone. Scriveva al marito, gli raccontava di sè e del loro bambino, senza mai ricevere risposta. Questo reportage, di cui cito un brano, Montanelli lo scrisse da Viipuri.

[…] Il ragazzo parlava parlava, le parole che diceva gli davano eguale piacere delle sigarette che fumava. Disse un sacco di cose prive d’interesse che l’interprete non faceva in tempo a tradurre. E io vedevo in un angolo di Ucraina con un colle pieno d’alberi e gli stornelli che guizzavano sui rami. Vedevo mucche al pascolo oltre lo steccato della tenca, e un’altra mucca morire nella stalla non si sa bene di che. Vedevo un’antichissima casa di antichissimi contadini, eguali nei secoli, eguale la madia, eguale il focarile, il buratto; vedevo un vecchio padre che parlava di Dio; vedevo una giovane madre con un giovane figlio che pregavano Dio, che pregavano Dio per questo ragazzo di 22 anni, scalzo e lacero che non sapeva, lo giuro, non sapeva, di essere un comunista. […]

da “I comunisti che non sapevano di esserlo”, Il Corriere della Sera, 11 gennaio 1940

Per quanto semplici, quasi apparentemente banali, quanti sono i reporter di oggi che rispettano queste regole?

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