Il reporter e la reporter: due universi, due professioni?

17 08 09 by

A volte mi chiedo se essere un reporter ed essere una reporter non siano due professioni completamente diverse.
Se il fare reportage significa interpretare, sminuzzare, riunire e spiegare, in una parola tradurre le mille sfaccettature della realtà in un puzzle più o meno omogeneo e per quanto possibile completo, come possono incontrarsi due universi così vicini eppure così lontani come quelli dell’uomo e della donna?

Se già due persone dello stesso sesso vedono cose diverse e le interpretano in modi spesso opposti, figurarsi cosa succede, biologicamente, ad una stessa storia vista e narrata da occhi maschili e da occhi femminili.
Penso ai miei grandi miti, Tiziano Terzani, Ryszard Kapuscinski, Dominique Lapierre. Grandi narratori di luoghi e di fatti, di società e guerre. Poi mi vengono in mente le incertezze di Lina Coletti, la grinta di Anna Maria Ortese, il coraggio di Asne Seierstad, e la loro abilità a far viaggiare con le parole.

Uno dei migliori esempi storici di reportage letterario di alto livello è l’articolo di Camilla Cederna uscito su L’Espresso del 21 dicembre del 1969. Racconta il terribile giorno in cui la strage di Piazza Fontana a Milano diede il via alla stagione del terrorismo, a quella che poi venne chiamata “epoca della strategia della tensione”. Gli estremisti di destra fecero esplodere una bomba all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura: il bilancio fu di 17 morti e 88 feriti.

L’incipit del racconto è un vero gioiello della storia del reportage:

Ad avvolgerli per l’ultima volta, calando spessa sulle bare, è stata la loro grigia nebbia padana che fin dall’infanzia d’inverno li ha sempre accompagnati. Ad avvolgerli è stato il silenzio, compatto, quasi monumentale, sulla piazza che a mezzogiorno era quasi nera, non una luce all’ingiro, grappoli oscuri di gente alle finestre e sui balconi, spento il grande albero di Natale, bassissimo il cielo. […]

Inutile sottolineare quanto sia riconoscibile lo stile letterario d’eccezione nella penna di una donna, rispetto ai suoi colleghi più tecnici e cinici. Come ci ha detto anche Mariana Van Zeller in un’intervista, la donna ha un non so che in più rispetto all’uomo, una marcia in più di dolcezza ed empatia che le permette di narrare le cose del mondo con profondità e poesia anche in situazioni estreme.

[…] E’ stata una bomba, non c’è dubbio, e non la caldaia come sulle prime si credeva. Così cominciano i febbrili racconti degli scampati, le cui facce van deformandosi tutte nel parlare. La guerra, sì, come la guerra, i bombardamenti, il caos, il massacro, il macello. […] Mentre un odore strano riempie l’aria, odor di guerra, dice chi l’ha fatta, di sangue caldo e di polvere da sparo, di carne bruciata e di zolfo. […]

da “I morti di Piazza Fontana” di Camilla Cederna, L’Espresso, 21 dicembre 1969


Chissà, forse il reporter e la reporter hanno davvero due missioni diverse nel mondo, l’uno quella di indagare negli ingranaggi degli eventi e delle menti, l’altra quella di sentire cosa c’è dentro le storie e le persone.
A me, però, questa risposta non convince più di tanto. E continuando a cercare domande stimolanti da porre al mio e al vostro intuito, vi invito a leggere su Repubblica.it le puntate del nuovo reportage estivo di Paolo Rumiz, il numero uno che, come tutto ciò che si avvicina alla perfezione, lavora unendo le virtù analitiche dell’uomo allo stile emozionale della donna.


La verità e la bellezza, come sempre, stanno nel mezzo.

  • La prima puntata de “L’Italia sottosopra” di Paolo Rumiz
  • L’indice delle puntate su Repubblica.it
  • Una presentazione di Antonella Sassone su Webgol

Related Posts

Tags

Share This

1 Comment

  1. Complimenti per il post…Mi è stato utile 🙂

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *