Reportage dalla poltrona: la nascita del cronista moderno

12 08 09 by

Si dice spesso che la figura del grande reporter non esista più, che i giornalisti si siano impigriti, accomodati davanti a schermi piatti ed enciclopedie libere sul web e che il fare reportage si riduca ormai ad un orrendo copia-incolla.

L’essere umano, si sa, ha la splendida e lugubre capacità di abituarsi a qualsiasi cosa, eventualmente ad adattarvisi: il risultato, in questo caso, è la perdita di fiducia nel giornalista, considerato alla stregua di un giornalaio. Nel migliore dei casi si smette di credere a privilegiati fannulloni, pieni di opinioni e pregiudizi, ma si smette anche di impegnarsi nella lettura degli ottimi reporter che ancora esistono; nel peggiore dei casi, si continua a riporre la massima fiducia in impiegati da quattro soldi, che del reporter non hanno proprio niente ma che, in compenso, utilizzano molto bene il mouse.

Eppure ci fu un’epoca in cui tutto questo non esisteva. Un’epoca in cui per sapere qualcosa bisognava partire, andare sul posto, indagare, chiedere, guardare. Un’epoca in cui la tecnologia ancora non era fatta per informarsi ed informare, in cui i rischi di prendere delle scorciatoie erano pochissimi e per essere reporter occorrevano virtù ed abilità fuori dal comune: coraggio, testardaggine, lungimiranza, onestà, pazienza.

Poi, un bel giorno, tutto questo tramontò in un baleno. Quella che segue è la preziosa testimonianza del cronista Paolo Monelli, inviato a New York per seguire la corsa alla Casa Bianca del 1952, vinta da Eisenhower.

[…] Scene e cerimonie alle quali ho potuto assistere nell’attimo in cui si svolgevano, riassunte nel breve schermo di un apparecchio televisivo, con un’immediatezza che vorrei chiamare miracolosa se non fossimo ormai troppo assuefatti ai continui progressi della tecnica.
In tutta la mia carriera di cronista non mi è mai capitato di fare un servizio così comodo, sprofondato in poltrona, in un accogliente studio fasciato di libri, luci discrete, il caminetto acceso. Un bicchiere di whisky sul tavolino accanto. Pochi amici attorno, con cui commentare pacatamente cifre e fatti. Altro che spintoni e poliziotti […]

da “La prima elezione in diretta tv“, La Stampa, 6 novembre 1952

  

Parole affilate e nitide come vetro, che oggi risuonano come un’ironica profezia. Per Monelli fu un bene. Senza dubbio una svolta epocale, che creò un bivio nella strada del giornalismo moderno.

Col senno di poi, mi sembra che una strada, la più stretta e in salita, sia rimasta quella del reportage, della testimonianza e dell’onestà; che l’altra sia la sua brutta copia, il centro di accoglienza per commercianti dell’infotainment.
A mio parere, la sfida si vince ancora con penna e block notes.
Guardando la gente negli occhi, sporcandosi le mani.

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3 Comments

  1. non so se hai visto State of play. Fa venire voglia di fare il giornalista professionista alla “vecchia maniera” 😛

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