Storie d’oro e di fango #16: parole sante e rose dorate

1 07 09 by

Leggi prima:

  1. Storie d’oro e di fango #1: l’Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d’oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d’oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d’oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d’oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d’oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d’oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d’oro e di fango #8: il candore dei porporati
  9. Storie d’oro e di fango #9: i colori sono andati via
  10. Storie d’oro e di fango #10: ad ogni cosa il suo vero nome
  11. Storie d’oro e di fango #11: cibo per l’anima
  12. Storie d’oro e di fango #12: i papaveri strappati
  13. Storie d’oro e di fango #13: croci e pastelli
  14. Storie d’oro e di fango #14: il cocktail del dottore
  15. Storie d’oro e di fango #15: Il piccolo teatro degli uomini

      

  

Le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi.
Alessandro Manzoni

  

  

Sono belle, le parole.
Quando risuonano nell’universo come note celestiali e fanno l’aria di velluto, quando svelano sentimenti vigorosi e forti, quando svuotano da tutto il male, quando ti prendono per mano e ti portano al di là delle piccole cose del mondo e delle misere storie degli uomini, come sono belle.

Un proverbio arabo dice che una parola, prima di essere pronunciata, deve passare da tre porte su cui sono incise queste domande: È vera? È necessaria? È gentile? Una parola giusta, dicevano gli antichi arabi, supera le tre barriere e raggiunge il destinatario.
Il piazzale della scuola di Coppito è un mare di clericali e fedeli, di ombrelli aperti e camioncini delle televisioni su cui sono montate delle enormi antenne paraboliche, bianche di un bianco che davvero, nel fango delle tendopoli, avevo dimenticato.

Joseph Raztinger è arrivato a mezzogiorno e venti. Un appuntamento che è costato 200 mila euro. Ad aspettarlo ci sono anziani e bambini, ma soprattutto giornalisti e fotografi, un gran numero di rappresentanti del clero e politici della provincia. E poi forze dell’ordine, militari di ogni grado che tra gesti bruschi e fronti corrugate tengono la fede sotto controllo. “Che cosa vuole dirci il Signore attraverso questo triste evento?” ha chiesto il Papa dall’impalcatura innalzata apposta per lui. “Abbiamo celebrato la morte e la risurrezione di Cristo portando nella mente e nel cuore il vostro dolore, pregando perché non venisse meno nelle persone colpite la fiducia in Dio e la speranza. Ma anche come Comunità civile occorre fare un serio esame di coscienza, affinché il livello delle responsabilità, in ogni momento, mai venga meno. A questa condizione, L’Aquila, anche se ferita, potrà tornare a volare”.

  

  

Umidità, gli uccelli volano bassi. I fedeli sono muti e hanno occhi grandi di stanchezza. “Se fosse stato possibile, avrei desiderato recarmi in ogni paese e in ogni quartiere, venire in tutte le tendopoli e incontrare tutti” ha detto la voce. “Il Papa è qui, oggi, tra di voi per dirvi anche una parola di conforto circa i vostri morti: essi sono vivi in Dio e attendono da voi una testimonianza di coraggio e di speranza. Attendono di veder rinascere questa loro terra, che deve tornare ad ornarsi di case e di chiese, belle e solide”.
Tutti hanno portato la mantellina di plastica e il piazzale è una distesa di puntini gialli e azzurri. Qualcuno ha portato chitarre, ma questa mattina è seria, è arrivata con lo scialle del silenzio, ha tappato tutte le bocche e ha fermato ogni corda.

Sono belle, le parole di un papa, chiare come la candeggina. “Nominarle tutte mi sarebbe difficile, ma a ciascuno vorrei far giungere una speciale parola di apprezzamento. Grazie di ciò che avete fatto e soprattutto dell’amore con cui l’avete fatto. Grazie dell’esempio che avete dato. Andate avanti uniti e ben coordinati, così che si possano attuare quanto prima soluzioni efficaci per chi oggi vive nelle tendopoli. Lo auguro di cuore, e prego per questo”.

  

  

Ah, come sono belle le parole.
Parole da re, parole da padrone, parole di chi vince. Parole dai palchi e parole nelle orecchie, parole dai microfoni e dagli amplificatori, parole al vento, parole a volontà.
La sosta nella Basilica di Collemaggio, per venerare le spoglie del santo Papa Celestino V, mi ha dato modo di toccare con mano il cuore ferito di questa città. Il mio ha voluto essere un omaggio alla storia e alla fede della vostra terra, e a tutti voi, che vi identificate con questo Santo. Sulla sua urna, come Ella Signor Sindaco ha ricordato, ho lasciato quale segno della mia partecipazione spirituale il Pallio che mi è stato imposto nel giorno dell’inizio del mio Pontificato. Inoltre, assai toccante è stato per me pregare davanti alla Casa dello studente, dove non poche giovani vite sono state stroncate dalla violenza del sisma. Attraversando la città, mi sono reso ancor più conto di quanto gravi siano state le conseguenze del terremoto”.

Nec recisa recedit, neanche spezzata recede, è il motto della Guardia di Finanza che domina il piazzale come un trofeo fatto di parole. Perché le parole possono dare forza, dare fiducia, rischiarare il buio, restituire onore, affidare una missione, portare una vittoria. Come sono grandi, le parole. Quando viaggiano oltre il tempo e lo spazio, quando corrono nei sentieri e dentro i cavi elettrici. Quando sussurrano, quando gridano, quando sono talmente giuste che nemmeno hanno bisogno di essere soppesate prima di uscire dalla bocca.

  

  

Nella tendopoli di Piazza d’Armi le sorelle De Santis seguono la diretta in prima fila, insieme a un’altra manciata di anziani. “Della nostra tenda uno solo ci è andato. A me non me ne teneva” mi dice una e l’altra subito l’aiuta: “Con questo tempo, con questo vento, e poi con tutta quella gente… chi se ne tiene”. Una piccola luce le si fa tiepida in viso. “Certo che se fosse venuto qui…” sospira con timidezza. Il suo sorriso è disarmante. “Ce lo guardiamo dalla televisione, come sempre”.
La mia visita in mezzo a voi, da me desiderata sin dal primo momento, vuole essere un segno della mia vicinanza a ciascuno di voi e della fraterna solidarietà di tutta la Chiesa” prosegue la voce. “Come comunità cristiana costituiamo un solo corpo spirituale, e se una parte soffre, tutte le altre parti soffrono con lei; e se una parte si sforza di risollevarsi, tutte partecipano al suo sforzo. Devo dirvi che manifestazioni di solidarietà mi sono giunte per voi da tutte le parti del mondo. Numerose alte personalità delle Chiese Ortodosse mi hanno scritto per assicurare la loro preghiera e vicinanza spirituale, inviando anche aiuti economici”.

Barriere e recinzioni, uniformi, scalinate, ponteggi da gigante. No, questo papa non se le sporca le mani, non le bacia le bocche. Forse ha davvero paura, avvolto da quei veli bianco latte, forse davvero teme il fango. “Ho ammirato e ammiro il coraggio, la dignità e la fede con cui avete affrontato anche questa dura prova, manifestando grande volontà di non cedere alle avversità. Non è infatti il primo terremoto che la vostra regione conosce, ed ora, come in passato, non vi siete arresi; non vi siete persi d’animo. C’è in voi una forza d’animo che suscita speranza”.

Come sono brillanti, le parole. Parole di gran classe, parole originali, parole di chi se le può permettere. Grazie per la vostra fede, siamo insieme, dice Benedetto XVI ai microfoni di tutta Italia. Qualche nuvola lentamente si muove e un raggio di luce riscalda i corpi umidi e i cuori tristi degli abruzzesi raccolti qui, seduti e muti.
Abbiamo passato una giornata diversa, semp’ a ‘ste tende! Se no che facev’? Magnev’, durmev’…” chiacchiera una nonna con la sua nipotina, mentre la porta verso l’uscita tenendola per mano, dopo l’ultima preghiera del pontefice. “È arrivato il Papa e nemmeno un bicchiere d’acqua” dice un ragazzo. Un altro sbadiglia.

  

Vi invito ora, cari fratelli e sorelle, a volgere lo sguardo verso la statua della Madonna di Roio, venerata in un Santuario a voi molto caro, per affidare a Lei, Nostra Signora della Croce, la città e tutti gli altri paesi toccati dal terremoto. A Lei, la Madonna di Roio, lascio una Rosa d’oro, quale segno della mia preghiera per voi, mentre raccomando alla sua materna e celeste protezione tutte le località colpite”.
Una signora dai capelli rossi cerca di vederlo mentre va via, sporgendosi dal braccio della guardia che tiene tutti a diversi metri dal palco. “Io son dalle nove qui, vengo da Roio. Ci hanno dimenticati, noi di Roio, abbiamo le case distrutte” dice ad una fotografa lì vicino, che non ha orecchie, ma solo occhi. “Venga da noi, signorina, a Roio ci hanno dimenticati”.
Dei giovani fanno cerchi con i propri corpi seduti per terra e altri, in piedi, hanno la testa bassa. La fila per uscire è interminabile, grossa come un dio dragone venuto da Oriente.
Questo dio, invece, in Abruzzo si è fatto videocamera, schermo piatto, transenna.

Il Papa se n’è andato e con lui le sue parole. Come sono belle, mi viene da pensare, e mi chiedo se siano anche vere, necessarie e gentili.
Le parole se le porta ju vent’”, mi dice la signora Carla, mentre passa di qua. “Hai visto quanto vento c’è oggi? Già se l’è portate via tutte, le parole!

  

 

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2 Comments

  1. Que blogue magnifico. Bjs

  2. muchas gracias!

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