Storie d’oro e di fango #15: il piccolo teatro degli uomini

25 06 09 by

Leggi prima:

  1. Storie d’oro e di fango #1: l’Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d’oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d’oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d’oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d’oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d’oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d’oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d’oro e di fango #8: il candore dei porporati
  9. Storie d’oro e di fango #9: i colori sono andati via
  10. Storie d’oro e di fango #10: ad ogni cosa il suo vero nome
  11. Storie d’oro e di fango #11: cibo per l’anima
  12. Storie d’oro e di fango #12: i papaveri strappati
  13. Storie d’oro e di fango #13: croci e pastelli
  14. Storie d’oro e di fango #14: il cocktail del dottore

      

  

La Chiesa sta divenendo per molti l’ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l’ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del Cristianesimo.
Joseph Ratzinger

  

  

È il grande giorno, l’Italia non parla d’altro che della visita del Papa all’Aquila; eppure dentro le tendopoli la maggior parte della gente nemmeno ci pensa ed io mi chiedo che cos’è la fede, nell’Abruzzo sfigurato.

Tra le poche cose che la gente ha recuperato dalle case distrutte o inagibili per portarle via e conservarle, non ci sono cimeli sacri. Non ci sono altari né vangeli, né rosari o acquasantiere. Eppure c’è, negli occhi e tra le macerie, qualche cosa che ha a che fare col divino perché sento nell’aria l’odore acre della penitenza. Ci sono voci e sangue nelle vene, a tener viva la fedeltà a Cristo, perché la religione è amore, ossessione. Furore e timore.
È un sentimento che ha valore di consolazione ed accompagnamento, mi aveva insegnato a parole Don Angelo, mentre saliva sulla sua auto targata SCV. Ma qui ho capito che è un moto vitale, tanto interiore quanto fisico, e che non ha niente a che fare col marmo e con l’oro.

La cristianità, su quest’ombelico d’Italia, a volte è una mano sulla bocca.
L’abruzzese resta lucido e anche se tutto è oscuro e torbido, certi segreti non si possono proprio nascondere. Qualcuno racconta di una donna di trentotto anni, con quattro figlie femmine. Il terremoto se l’è portata via senza fiatare e nessuno la ricorda perché aveva una relazione omosessuale. Di cose del genere è sempre meglio non parlarne, ti dicono. Mi chiedo se le sia stata assegnata una tomba al cimitero, se sia stata inserita nelle liste dei deceduti o se invece sia andata ad allungare la lista dei morti senza nome, quella degli immigrati clandestini e degli affittuari in nero.

  

Quando arrivo alla tendopoli di Piazza d’Armi non c’è quasi nessuno tra i sentieri infangati, tutti stanno dentro le tende perché la pioggia non dà tregua, o a lavoro perché è martedì e non domenica. Le televisioni sputano aggiornamenti sul ritardo di Ratzinger per via del maltempo, eppure oggi la mano del cielo sembra meno brutale dei giorni scorsi, le dita gelide della nebbia sembrano aureole sui monti, come lacci bianchi legati intorno alle cime. Il vento c’è ed è forte, ma stamattina il Gran Sasso non ha il fiatone e sta in pace, come se stesse preparandosi per una visita importante.

Preghiamo soprattutto con tutti i sofferenti della terra terremotata dell’Aquila. Preghiamo perché in questa notte oscura appaia la stella della speranza, la luce del Signore Risorto”, aveva detto cinque giorni dopo la notte del 6, durante la via Crucis. Ora di giorni ne sono passati ventidue e da tutta la regione sono partiti pullman carichi di fedeli, disperati o annoiati, diretti al piazzale della scuola della Guardia di Finanza di Coppito, dove pronuncerà le sue preghiere.
Qui non è venuto nessun papa. Nessun papa è mai venuto all’Aquila, nessuno. Mai venuto nessun papa” farfuglia un vecchio signore mezzo cieco che si trascina tra le tende, con gli occhi rossi che guardano nel vuoto. “Non viene qua, va a Onna” mi dice un altro, “vai più avanti, in quella tenda, forse lì ti sanno dire”…

Sono solo le dieci e il cielo è già rombante di elicotteri, le strade sono invase da militari e guardie che bloccano gli accessi, ma dentro le tendopoli le ore di chi non ha più una vita passano una dietro l’altra, come modelle distratte su un palcoscenico improvvisato.
Io voglio venire, ma è tutto bloccato, le macchine non le fanno passare, ma voi che state a fa’ lì?” chiede un giovane al cellulare. Altri girano gli occhi scocciati ed esausti, qualche bambino gira in bicicletta anche sotto la pioggia, il vento assonna.

Due signore anziane fanno il bucato sfidando l’umidità dei loro passi sul fango, vestite in tuta e maglione, scarpe da ginnastica e giacche a vento. Si chiamano Emilia e Lidia, sono diventate amiche qui e vivono sole, nelle tende 80 e 81 di via Primula, a pochi passi dal tendone bianco della Chiesa Evangelista.
Il papa non viene qua, c’ha paura. Siamo troppi” mi dice la prima, brusca e pungente come una dolcissima burbera, resa irruente dal tempo e dagli scherzi della vita. “Perché non se ne torna al Vaticano? Va dai finanzieri, va. Ma che ci viene a fare all’Aquila?

Lidia poggia in terra il secchio, una nuvola più nera delle altre copre la timida luce che arriva dal sole e in quell’istante si esprime con la delicatezza di una bambina. “L’altro papa affrontava tutto, com’è che si chiamava, quello polacco. È tedesco, questo papa”… “Questo c’ha il veleno dentro” la incalza l’amica, con le rughe profonde di chi non ha più niente da perdere. “C’ha il veleno dentro, quello, ma perché non se ne torna in Germania? Mia nipote l’anno scorso ci è andata in gita e quando è tornata mi ha detto nonna, i tedeschi sono tutti brutti, ti guardano storto. A me non me ne frega niente che qui a Piazza d’Armi non viene, per me può anche andarsene a fanculo. Che fa, viene a dare ora l’estrema unzione ai nostri morti e se ne va? Se ne rimanga a Roma, bello bello. A me non mi serve un papa per pregare. La mia religione me la vedo io.

Le buste dell’immondizia nel fango si riempiono d’acqua e in qualche punto comincia a puzzare. Il rombo degli elicotteri si fa più insistente. Manca un quarto d’ora alle undici e il fermento per la grande visita, qui, ancora non arriva.

 

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  • Storie d’oro e di fango #16: parole e rose dorate

 

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1 Comment

  1. Ciao io vivo qui, nella città di São José dos Campos
    Sao Paulo Brasile e sto facendo una visita al tuo blog per ascoltare la mia casa,
    che è l’Italia della Famiglia mi Matiolli di origine Italina la ricerca dei miei antenati
    Matiolli mi sapere se un blog di passare lo stesso a contatto grato per l’aiuto Antonio M Matioli.
    Dio vi benedica

    http://noticiasjornaistv.blogspot.com /

    http://curiosidadesdoplantaterra.blogs.sapo.pt/

    Google Translation

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