Storie d’oro e di fango #14: il cocktail del dottore

22 06 09 by

Leggi prima:

  1. Storie d’oro e di fango #1: l’Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d’oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d’oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d’oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d’oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d’oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d’oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d’oro e di fango #8: il candore dei porporati
  9. Storie d’oro e di fango #9: i colori sono andati via
  10. Storie d’oro e di fango #10: ad ogni cosa il suo vero nome
  11. Storie d’oro e di fango #11: cibo per l’anima
  12. Storie d’oro e di fango #12: i papaveri strappati
  13. Storie d’oro e di fango #13: croci e pastelli

      

  

La casa è dove si trova il cuore.
Gaio Plinio Secondo

  

  

Non ricordo niente, sai?” mi dice Raffaele. “L’esame di quinto ce lo fanno fare lo stesso, sarà solo un colloquio faccia a faccia, ma io davvero non mi ricordo più niente”. Si scalda le mani davanti al fungo, nel tendone grande dove passa le serate insieme ai suoi amici, qui a Pianola, e ha gli occhi di ghiaccio. “I miei genitori sono tornati a casa per prendere delle cose ma io non sono voluto andare, preferisco ricordarmela com’era” racconta Tony, tra un mp3 e l’altro, seduto su un tavolo della mensa.
Sento una voce flebile arrivare da qualche tavolo più in là. È una ragazzina che si lamenta con i genitori, con gli occhi bassi, della precarietà e del terrore. “Guarda che mamma e papà hanno paura quanto te” le risponde il padre senza rancore, umile, allo scoperto. “Non siamo invincibili. Non sappiamo nemmeno noi come fare”.

  

Non è facile, in tendopoli, essere adolescente. Hai rischiato la vita, hai perso tutto e non hai più gli spazi e la privacy che avevi prima. Dai dodici ai diciotto anni non sei né carne né pesce, non stai bene lì né qui, né in piedi, né seduto. Non hai più il gioco per spensierarti le giornate e non hai ancora il dovere con cui riempirle. Devi camminare da solo, non hai più il sostegno forte che erano gli adulti ma non puoi ancora esserlo tu per i bambini. Jeans e felpa, capelli al vento, paure e speranze, amiche del cuore. I ragazzi indossano le tute degli sport che praticavano, come se questo possa tenerli allenati, e per alcuni funziona.

Il più irruente si chiama Roberto ma tutti lo chiamano Il Sindaco. A primo impatto è terribile: indisciplinato, ribelle, incontrollabile. Dovrebbe essere in seconda media ma deve ripetere la prima, ha tutto l’aspetto del teppistello di strada, eppure nasconde una dolcezza ferita. Ha un’intelligenza fuori dal comune ed è leader per natura. La scuola la odia perché lo annoia, si capisce dall’energia intellettuale che sprigiona con le sue battute e con le favole strabilianti che racconta ai più piccoli. Matteo vuole sempre le sue storie di paura ma Mattia dice no, io mi cago sotto! già dall’introduzione e così lui, con una luce generosa negli occhi, le adatta rendendole ancora più esilaranti.
Il Sindaco dice molte parolacce, ma ha un cuore grande. E la chiamano scuola, quella lì, mi ha detto quando abbiamo fatto amicizia giocando a pallone. Fa parte della squadra di rugby di Paganica, è ormai un mese che non si allenano ma il 26, proprio due giorni dopo il suo tredicesimo compleanno, hanno giocato una partita all’Isola d’Elba, insieme alle squadre più forti d’Italia. “Solo grazie all’adrenalina che avevamo in corpo” mi racconta, “ma abbiamo vinto contro tutti!” e resta serio, fiero di sé ma senza arroganza. In premio, un pallone ed una felpa blu, che non si toglie mai.

Si riscaldano tutti sotto al fungo, ma Emanuele si lamenta per il caldo. Sono come leoni in gabbia, perché nessuno è preparato per gestire loro, annoiati a morte e potenzialmente chiassosi, quindi restano intrappolati nella loro scomoda età, delicata e imbarazzante. Le ragazze stanno tutte vicine come se il calore dei corpi le aiutasse a crescere, si siedono vicine e si parlano in cerchio. “La casa era solo un luogo, prima non ci pensavi” mi ha confidato Giulia. “Adesso mi manca”. Federica e Martina si tengono per mano, Elisa tocca i capelli ad Elena. “Abbiamo bisogno di parlarne. Noi vogliamo ricordare quella notte, perché se lo rimuoviamo sembra che ci manca qualcosa. Ci avevano detto che ci mandavano uno psicologo ma non è mai arrivato nessuno”.

  

Sono forti e mature, queste teenager. Mi parlano delle loro vite di prima, di quella notte, di quello che avrebbero voluto per il futuro, di rapporti spezzati e amori nati tra le tende. “I primi giorni non parlavo, piangevo e basta” dice Martina. “Molta gente è morta perché siamo abituati. Il terremoto per noi è come un temporale, siamo allenati. Perciò molti non si sono messi al riparo e sono stati schiacciati dentro le loro stesse case”.
Intanto la notte si fa più nera, qualche stella riesce a fare l’occhiolino dalla spessa coltre di nuvole scure. Poi, a mezzanotte, come un principe azzurro che viene dal fango, il dottore del campo arriva con un grande sorriso sulla bocca. “Ragazzi, è aperto il pub!” annuncia con fermezza ed entusiasmo, e loro capiscono subito. Perché ogni sera, dopo la mezzanotte, la sua tenda-ambulatorio diventa un pub di tutto rispetto, e tra un manuale di medicina ed uno stetoscopio si distendono i visi, si beve vino e si festeggia la condivisione.

Guido ha trent’anni e a Pianola lo conoscono tutti. È amico di famiglia di ognuno, ma è anche il medico di paese, il dirigente della squadra di calcio dei ragazzi e rappresenta questa manciata di case di montagna anche alla circoscrizione politica dell’Aquila.
E’ difficile conciliare tutto” mi dice una volta arrivati alla piccola tenda del pub appena di fronte al tendone mensa, “ma quello che mi sta a cuore è la mia gente. Con tutto questo fango e questa umidità non c’è possibilità di guarire, perciò devo cercare di mantenere le malattie stabili. Il pericolo di contagio è molto alto, dato che nelle tende ci dormono dieci persone e se si ammala uno si ammalano tutti”. È gentilissimo e non perde la serenità, ogni tanto scherza con uno dei ragazzi che danno inizio al party e poi riprende. “Quelli che vedi qui sono solo lo specchietto per le allodole” mi fa indicando le scatole di medicinali che ha sul banchetto dentro la sua tenda, “ma di là, dentro il frigorifero, ho fatto la scorta. Per quando si spegneranno i riflettori e la gente smetterà di fare donazioni”.

Intanto i ragazzi aprono le bottiglie e affettano la pancetta, ridono e così si allenta la tensione. “Se i miei ragazzi stanno qua, durante la notte, non vanno altrove a danneggiare la propria salute con altre sostanze. Io metto a disposizione la mia tenda e li faccio divertire. Loro stanno con me e non vanno sulla cattiva strada”.
Fuori il vento impazza, i grilli cantano alla luna. Ma loro, tra un drink ed una ricetta sul banco, non hanno freddo. Ormai è quasi maggio e qui, dove in inverno si arriva a undici gradi sotto lo zero, si ride, si scherza, si fanno giochi come fosse estate.

Sono quasi le due. Guido tende il cellulare che suona tarantelle abruzzesi verso Emanuele e Tony.
Loro si mettono a ballare.
Ci sono ancora tanti giorni dietro il Gran Sasso, dice un proverbio aquilano.

 

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