Storie d’oro e di fango #13: croci e pastelli

19 06 09 by

Leggi prima:

  1. Storie d’oro e di fango #1: l’Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d’oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d’oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d’oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d’oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d’oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d’oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d’oro e di fango #8: il candore dei porporati
  9. Storie d’oro e di fango #9: i colori sono andati via
  10. Storie d’oro e di fango #10: ad ogni cosa il suo vero nome
  11. Storie d’oro e di fango #11: cibo per l’anima
  12. Storie d’oro e di fango #12: i papaveri strappati

      

  

La donna impari silenziosa e in tutta soggezione; di far da maestra lei non lo permetto, né di dominar sull’uomo, ma se ne stia in silenzio. Poiché prima fu plasmato Adamo, poi Eva.

San Paolo 6-64

  

  

Laura è una delle maestre che hanno deciso di non scappare.
Di non trasferirsi verso la costa né di farsi ospitare da parenti lontani, ma di restare all’Aquila a racimolare un po’ di scuola con i bambini, quelli che non hanno altro posto dove andare che non sia la tendopoli. Per scuola, qui, si intende esclusivamente l’attività educativa, perché non esiste più né come edificio né come istituzione.

Spesso, dove si impara a tenere la penna in mano, a orari diversi si fa anche la mensa generale per la colazione, il pranzo e la cena della comunità. A volte persino la messa e il cabaret, giochi di carte e partite di ping pong, pettegolezzo e passatempo, amicizia e battibecchi. Alla tendopoli di Piazza d’Armi, ad esempio, sulla parete di fronte ai banchi è appeso un grande crocifisso in legno, mentre a quella di Pianola una statua dorata di Padre Pio vigila sui ragazzi delle medie che leggono racconti ad alta voce insieme agli scout. Di tanto in tanto questi simboli prendono il posto dei luoghi. Ed ecco che il crocifisso in aula diventa lo sfondo di un altare immaginato per l’eucaristia, la statua del Santo si fa oratorio e confessionale insieme.

Quelli delle scuole superiori sono i più sfortunati, perché stanno al centro del grande tendone, proprio davanti all’ingresso. L’unica professoressa che è rimasta è quella di Martina che insegna latino, e così loro da oltre un mese fanno solo latino.
In generale, comunque, quello che si fa è un po’ di esercizio, arte e svago, per far riprendere bambini e ragazzi dalla feroce scuola della vita.

I miei bambini non li trovo più”, mi dice Laura in Piazza d’Armi. Ha i ricci biondi e la calma di chi ha passato una tragedia. “Sono spariti. Sono andati via tutti, alcuni in Puglia, altri all’estero. Tranne lei”, mi fa indicando una moretta con le trecce, che disegna in ginocchio sulla sedia. I tavolini sono uniti a formare un’unica grande tavola, con le sedie in cerchio, tutte attorno. È così che i bambini imparano a guardarsi in faccia e a portarsi rispetto, penso tra me, a praticare la tolleranza e la condivisione, ad aspettare il proprio turno, a passarsi i colori. In questa piccola tenda affollata i bambini peruviani, rumeni, albanesi e filippini sono in perfetta sintonia con gli altri scolari. L’esame è dimostrare di saper sorridere.
Questa è la prova di disegno”, mi spiega maestra Laura. Il caos e il disordine regnano sovrani, mi dice, “ma i bambini sorridono e questo è l’importante”.

La maestra Sandra è più anziana e ha i capelli grigi, gli occhiali spessi come fondi di bottiglia e le idee chiare. “Noi siamo stanchi di ufficialità”, confessa. “Sono venuti tutti, presidenti, ministri, cardinali… noi abbiamo bisogno di tranquillità, adesso”. Poi, con uno spirito tra il pacato e l’isterico, mi racconta come vanno le cose. Mi spiega che le maestre lì si dividono le giornate, ma che tutte fanno tutte le materie. Tranne la religione.

C’è una grande comunità evangelica, gli scout e i frati che organizzano tante attività ricreative. Ma qui noi abbiamo molti bambini stranieri ed evitiamo di fare con loro un discorso religioso, perché affrontare con loro il tema della fede sarebbe imbarazzante. Quello che cerchiamo ora per questi bambini è la serenità. Se non abbiamo la serenità spirituale per pensare a queste cose, come possiamo parlare di fede?”.
Certo, noi cristiani conosciamo il peso della croce”, mi dice un’altra. “Sappiamo cosa significa il dolore e la sofferenza, siamo preparati a questo. Ma vallo a spiegare ai bambini, tanto più se hanno perso la casa o i genitori”.

L’impressione che hai è che queste maestre siano lì con tutto quello che posseggono. A guardarle negli occhi vedi l’instabilità, la precarietà, la privazione. Ma dentro hanno una ricchezza inestimabile ed un coraggio immenso.
Come le vedi, così sono. Hanno dei capelli, dei vestiti, e dei bambini.

Fuori piove e il fango si fa più ingestibile. Non c’è un filo di vento, ma le gocce d’acqua arrivano lo stesso in modo disordinato, come se anche loro avessero perso la bussola.

 

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