Storie d’oro e di fango #12: i papaveri strappati

15 06 09 by

Leggi prima:

  1. Storie d’oro e di fango #1: l’Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d’oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d’oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d’oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d’oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d’oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d’oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d’oro e di fango #8: il candore dei porporati
  9. Storie d’oro e di fango #9: i colori sono andati via
  10. Storie d’oro e di fango #10: ad ogni cosa il suo vero nome
  11. Storie d’oro e di fango #11: cibo per l’anima

      

  

Il passato è la sola realtà umana. Tutto ciò che è, è passato.
Anatole France

  

  

Il fango ti cambia.
Come un’eclissi di sole, come il velo nero di una vedova. Come una sostanza che s’infiltra nell’acqua che bevi, come uno schiaffo sulla maschera bianca che indossi. Il fango ti cambia la pelle, come un’allergia alla luce del sole, come una parola cattiva che ti si ammutolisce in gola.
Quando prende la tua anima e ti accorgi che è proprio te che vuole, non puoi più tornare indietro. Il fango ti cambia dentro, come un segreto che non volevi sapere. Un segreto con cui devi convivere per il resto dei tuoi giorni, perché una volta che ce l’hai dentro non lo puoi dimenticare.

  

Nelle tendopoli, gli abruzzesi hanno riscoperto l’umanità in tutte le sue forme. Hanno ritrovato la condivisione e l’egoismo, la socialità e il disagio, hanno imparato a sorseggiare il tempo secondo un’altra prospettiva e a stare vicini con un’altra espressione di tolleranza sul viso. Ma a volte anche la solitudine ripara le ferite dell’anima e qui, dove dormono dieci persone per tenda, non esiste intimità né un vero riposo.

Son rimasti fedeli alla loro terra, questi abruzzesi, senza andar via col primo invito. Passano le giornate nel luogo in cui sono nati, eppure, dopo un mese, questo ancora non li rassicura. Vedono le stesse facce di sempre anche alla fila per i buoni pasto, sono circondati dagli stessi monti di sempre, sopportano la stessa pioggia incessante, ma niente del paesaggio è familiare. Anche le nuvole sembrano cambiate da quella notte e, quel che è peggio, sono i pensieri ad essere più neri e guardandosi allo specchio nessuno vede ciò che vedeva prima.

Pianola è il paese dell’arcobaleno, della neve e del presepe vivente, il più famoso di tutto l’Abruzzo. È fatta di viottoli, non ha strade ma si sviluppa su scalette e pianerottoli tra le case, tutte aggrappate sulla roccia, una sopra l’altra come in un puzzle di pietra. È a quasi ottocento metri sul livello del mare e da qui si vede tutta la valle fino ai ghiacciai, con L’Aquila, Paganica e Bazzano in bella vista.
Io non me la ricordo, la mia vita di prima” mi dice Mara quando ci incamminiamo insieme verso l’uscita della tendopoli. Ha insistito che visitassi il suo paese e che vedessi la sua casa, e così ci siamo date appuntamento alle dieci di fronte alla lavanderia della signora Ornella. Appena dopo aver accompagnato le sue due bambine alla tenda della scuola, ancora mezze assonnate.

Usciamo dal grande cancello una mattina qualsiasi, sotto un cielo duro e perfetto. I rami freddi dei ciliegi sembrano baciare la neve all’orizzonte, l’erba è verde come non mai, la foschia rosa rende umido il respiro. Ci lasciamo il presente alle spalle, insieme alla paura e alla speranza, alla solidarietà e al tormento. Iniziamo a camminare verso la manciata di casette che è Pianola, attraverso la linea che unisce i sentieri nel passato e nel dolore. La strada è piena di crepe, fossi e voragini, e prosegue tutta in salita tra campi coltivati e cortili solitari. Il respiro si affatica un po’, anche per il peso sullo stomaco che portiamo in omaggio alle rovine. A metà strada c’è il cimitero, con gli alberi immensi ed i ceri rossi ad indicare che qui, nonostante tutto, la quiete esiste.

  

Pianola è deserta, è una cosa del passato.
La via principale ha il nome di Padre Casimiro Centi, il frate francescano che ripristinò – insieme a Fra Salvatore Roccioletti – la mistica processione del Venerdì Santo dell’Aquila, che era stata vietata nel 1768 per motivi di ordine pubblico e che restò un divieto per due secoli. La chiesa di Maria Santissima, che dà il nome alla seconda parte della via – dal curvone che costeggia la montagna – dà sulla valle con la maestosità di una vecchia signora, ma è devastata. Nelle vie e nei pianerottoli delle case gli unici esseri animati sono i cani, mezzi assonnati e mezzi scomparsi, come la vita delle persone.

Mara è una ragazza semplice. Ha i capelli corti e le labbra rosse e quando può torna da sola a casa per qualche minuto, per un gesto intimo come pettinarsi, per una lavatrice o anche solo per allenarsi a ricamminarci dentro. È bella e ben arredata, una delle poche che non ha subito gravi danni. “E’ rimasta in piedi perché l’ha fatta mio marito con le sue mani”, mi dice girando la chiave nella serratura come se volesse sfidare la sorte, e mentre lo fa scorgo nei suoi occhi le espressioni delle sue due bambine dai capelli chiari, vispe e dolci insieme.

La porta che si apre sembra un miracolo, un’assenza profonda colpisce i nostri visi e noi ci decidiamo a profanare quella penombra come gatti senza padrone. La voce di Mara adesso trema, ma lei non smette lo stesso di parlarmi perché il silenzio inghiotte con i suoni anche i pensieri e lei lo sa. “I fiori”, mi dice, “i fiori adesivi sulle pareti, li vedi? Li avevo appena messi e sono tutti spaccati. E la pittura dei muri era bella, ve’? Come so’ belli, i fiori adesivi. Ti piacciono? Ho scelto i papaveri perché stavano bene coi mobili”.
Per terra il rumore del vetro che calpestiamo rimbomba nel vuoto e nell’odore della casa. È un odore che eccita e che spaventa. La tavola è ancora mezza apparecchiata dalla cena del 5 aprile, il grembiule della più piccola è piegato sulla sedia, tutto sembra imbalsamato come in una favola.
La luce resta fuori, ha paura a entrare.

  

Ci rigiriamo piano verso la tendopoli, la strada per il ritorno è in discesa. Mara adesso si sente meglio, ha il viso più disteso e parla con meno foga. Ha ricordato per un po’ la sua vita di prima, con i passi, con gli occhi.
Con le mani e con la voce. Come quando si ripassa a mente la propria poesia preferita, come quando si va a mettere un fiore sulla tomba della propria mamma.

Pianola è deserta, è una cosa del passato.

 

 

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