Storie d’oro e di fango #10: ad ogni cosa il suo vero nome

8 06 09 by

Leggi prima:

  1. Storie d’oro e di fango #1: l’Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d’oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d’oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d’oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d’oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d’oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d’oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d’oro e di fango #8: il candore dei porporati
  9. Storie d’oro e di fango #9: i colori sono andati via

      

  

Parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi.
Galileo Galilei

  

  

  

In Abruzzo, da quella notte, alcune parole hanno cambiato significato. Come emergenza, evitabile, donazione. La tendopoli si chiama campo, anche se non si coltivano ortaggi né si disputano partite dentro il suo perimetro, e neppure si fanno battaglie. Forse è una parola più gradevole perché ricorda vagamente il campeggio, ma resta una tendopoli, non esistono sinonimi nel dizionario di italiano.

Gli abruzzesi che ci vivono non vogliono essere soprannominati profughi e si infastidiscono se qualcuno si rivolge a loro definendoli sfollati. Non vogliono sentire nemmeno il termine senzatetto, perché loro ce l’hanno, un tetto, anche se è rotto.
Ho chiesto loro come vorrebbero essere chiamati, per non sentirsi discriminati né commiserati. Terremotati, mi hanno risposto senza neanche pensarci un momento, perché lo scompiglio è più forte dell’instabilità. Loro conservano il vero nome delle cose e anche se gliel’hanno tolto, loro non se lo lasciano dimenticare. Per loro il terremoto è qualcosa di reale, un ente a cui sono legati da un rapporto intimo ed atroce, viscerale, indissolubile.

A viaggiare per la provincia sembra che persino i nomi di paesi, frazioni e quartieri siano stati cambiati. Le identità di questo popolo sono state spezzettate e distribuite come fossero cibi indigesti, i resti di un pasto intollerabile che non è piaciuto del tutto a nessuno dei commensali. Ed ecco che Onna è nel Lazio, insieme a Colle Roio, Fossa e Fontecchio. Pianola è stata rinominata Isola di Capo Rizzuto, il quartiere di Piazza d’Armi all’Aquila è in Emilia Romagna, via Lanciano ricade improvvisamente in Friuli, Civita di Bagno è in Basilicata. Sant’Elia fa parte della provincia di Bolzano, mentre Filetto e Capitignano son capitati in Campania.

Montereale alla Calabria, Tione degli Abruzzi in Liguria, Bazzano e Monticchio in Lombardia. Coppito è nelle Marche, Arischia in Molise, Barisciano e Tempera in Piemonte. Tornimparte e Scoppito, invece, son spettati alla Sicilia. Non manca la Puglia, che ha Secinaro, Castel di Ieri, Sulmona e Vittorito. Aragno e Camarda se li è presi la Sardegna, mentre la Toscana ha preferito Castelnuovo. Paganica se la son spartita Trentino e Lombardia, Lucoli è in Valle d’Aosta. Bagno Grande e Santa Rufina si ritrovano in Veneto, come per magia. Sono i gruppi della Protezione Civile che hanno preso in gestione quella tendopoli a darle il nome, il carattere, i lineamenti, proprio come se l’avessero adottata per amore. Ad ogni entrata c’è un telone con scritto “Benvenuti”, perché chi ne varca l’ingresso si senta ospite a casa propria e non fiati, non crei disordini o colpi di scena.

Ogni Regione d’Italia si è portata a casa un pezzettino di Abruzzo, come si fa con i cani randagi in difficoltà quando si è spinti da un irrefrenabile istinto di misericordia e soccorso, di ordine e autostima.
In quella notte nerissima agli abruzzesi è crollato il mondo addosso ed hanno avuto un tremendo bisogno di aiuto, di acqua, di un posto dove andare. Ma nessuno li ha avvertiti che la solidarietà l’avrebbero pagata con l’identità, l’assistenza con il linguaggio. Un appellativo in cambio di un pasto caldo, una parola in cambio di una pastiglia.

Entrare nelle tendopoli non è così facile. La burocrazia e la sicurezza forzata regnano sovrane, convivere con vigili, volontari e forze dell’ordine non è una cosa a cui ci si può fare l’abitudine e in alcuni posti c’è anche il coprifuoco da rispettare. Il Ministero dell’Interno firma ogni minimo spazio vitale, dai container con i viveri alle tende adibite ad asilo nido, eppure non ha un volto. La Protezione Civile, invece, lo cambia ogni settimana e la gente fa giusto in tempo ad affezionarsi perché sia più doloroso l’abbandono.

  

L’anima delle tendopoli la fanno le donne, proprio come succedeva dentro le case. Si può camminare tra i viali di fango e vederle stendere, lavare, o sentirle chiacchierare come facevano dai terrazzini. “Mio padre ce l’aveva detto, prima di morire: dal Duemila, fame, freddo, sete e morte!” mi dice una di loro. Fa girare gli occhi come fossero alle giostre, l’espressione si incastra tra il sorriso ed il pianto e per sbloccarla usa parole in dialetto che esorcizzano il terrore. La sera è sempre molto più nervosa rispetto alla mattina, quando si muove con gentilezza per fare il primo saluto della giornata a chiunque passi per la piazza principale del campo pianolese. Nonna Milena, la chiamano, e ha i capelli rossi.

È la nonna di tutti, perché ha l’aspetto tipico delle nonne abruzzesi, è integra ed astuta, dura e dolce insieme. Porta maglioncini scuri, gonnellone che le coprono le gambe sino alle caviglie e le Crocs arancioni ai piedi. Il crocifisso d’oro al collo e gli occhiali sempre in testa.

Di notte le tendopoli sembrano dolci e tranquille, con le lucette che rischiarano la valle buia. Qualche voce risuona piano, pochi si scambiano parole sussurrate e da lontano puoi sentire il fiato lieve del vento che accarezza le tende come una favola della buonanotte. Ma all’interno, la gente non riesce a dormire. I bambini fanno incubi, i grandi hanno il polso accelerato e ciò che i medici di campo prescrivono di più sono gli ansiolitici.

Dio facci passa’ bene la notte e facci torna’ a casa”, sussurra il piccolo Mattia prima di coricarsi. Già pensa a quella bambina al tendone-scuola, che gli piace tanto e stasera gli ha tenuto la mano. Poi fa un sospiro, si gira nel letto un po’ di qua e un po’ di là, e si addormenta.

Leggi anche:

  • Storie d’oro e di fango #1: l’Abruzzo un mese dopo
  • Storie d’oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  • Storie d’oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  • Storie d’oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  • Storie d’oro e di fango #5: con la luce del sole
  • Storie d’oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  • Storie d’oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  • Storie d’oro e di fango #8: il candore dei porporati
  • Storie d’oro e di fango #9: i colori sono andati via
  • Storie d’oro e di fango #11: cibo per l’anima
  • Storie d’oro e di fango #12: i papaveri strappati
  • Storie d’oro e di fango #13: croci e pastelli
  • Storie d’oro e di fango #14: il cocktail del dottore
  • Storie d’oro e di fango #15: Il piccolo teatro degli uomini
  • Storie d’oro e di fango #16: parole e rose dorate

 

Related Posts

Tags

Share This

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *